Quanto vale la “proposta shock” di Berlusconi? Probabilmente non meno di 60 miliardi di tasse in più sul lavoro, la proroga del blocco dei salari nel pubblico impiego e la rinuncia a nuovi investimenti. Sarebbe uno shock tombale, come il nuovo condono annunciato, un vero e proprio inno all’evasione.
Privi di idee, i politici in campagna elettorale se la prendono con l’Imu. È un’imposta persino più impopolare di tante altre tasse, ma fondamentale per la finanza locale. Bisogna solo renderla più equa. Qui sono raccolti gli articoli sul tema de lavoce.info da fine 2011 a oggi.
a cura di Luca Riva (gruppo Checkmate) e in collaborazione con Link Tank
Abbiamo analizzato alcune affermazioni su spread, debito pubblico e dintorni utilizzando i dati Banca d’Italia sui risultati dei collocamenti dal 2008 a oggi.
Mario Monti, Lo Spoglio (SkyTg24), mercoledì 16 gennaio:
“Con 100 punti di spread in meno si avrà un risparmio di 20 miliardi a regime”
VERO
L’affermazione è difficile da verificare, perché di per sé lo “spread” – per esempio tra BTP italiani a 10 anni e Bund tedeschi di egual scadenza – non ha un costo definito: dato che lo spread è la differenza tra i rendimenti dei due titoli, il suo valore può aumentare sia che il rendimento sul Bund tedesco scenda più rapidamente di quello sul BTP italiano sia che quest’ultimo aumenti più velocemente.
Di conseguenza basta sostituire la parola “spread” con “rendimento” e ri-analizzare l’affermazione di Monti: il debito pubblico italiano in circolazione ammonta a 2.020,67 miliardi di euro (1), quindi se ipoteticamente potesse essere tutto rifinanziato con un rendimento dell’1% inferiore a quello effettivo si avrebbe un risparmio di 20,20 miliardi di euro. Chiaramente questa semplice previsione suppone che il livello del debito “a regime” si mantenga sui livelli attuali, mentre gli impegni europei – Fiscal Compact in primis – prevedono una riduzione significativa nell’arco dei prossimi decenni. Infine, ulteriori risparmi o aggravi di spesa possono essere causati da una modificazione della composizione del debito (durata dei titoli, emissioni a tasso fisso o variabile), parametri che sono significativamente cambiati negli ultimi vent’anni come si può vedere dal grafico (2).
Puntualizzazione: abbiamo tralasciato, per semplicità, il fatto che non tutto il debito pubblico italiano è finanziato tramite titoli emessi nelle aste competitive (i noti BOT, CTZ, BTP, CCT, indicizzati e non). Ad essere precisi, una parte non trascurabile (circa 434 miliardi di euro, pari a circa un quinto del totale) è finanziata con altri strumenti, tra cui prestiti, depositi, monete circolanti e obbligazioni di enti controllati dall’Amministrazione centrale che le regole europee fanno ricadere nel computo del debito pubblico. Alla luce di questo scarto, il beneficio del rifinanziamento complessivo del debito pubblico esistente con un rendimento di 100 punti base inferiore a quello effettivo diventa di 15,85 miliardi, inferiore di un quarto rispetto a quanto dichiarato dal Sen. Monti. In ogni caso, ci preme ribadire come un simile conteggio sia poco significativo, in quanto è difficile credere che il livello del debito pubblico si mantenga sui livelli attuali per un tempo sufficiente al suo completo rinnovo.
La vicenda Monte dei Paschi non è dovuta a carenza di controlli, ma alla governance del nostro sistema bancario. È un caso di cattiva gestione, con precise responsabilità del management. Il nodo resta la struttura proprietaria del sistema bancario. Ma nei programmi elettorali non una parola per affrontarlo.
Non c’è solo un problema di corruzione nell’intreccio fra banche e politica. Si drenano risorse che servirebbero per far ripartire l’economia italiana. Al di là delle esternazioni in campagna elettorale sulla necessità di separare banchieri e politici, nessun partito ha proposte a riguardo. Perchè difendono coi denti posizioni di potere. Proseguiamo con l’analisi della presenza dei politici nei board delle fondazioni bancarie.
Nella campagna elettorale si evita di parlare di strategie per il rilancio dell’economia, quando tutti i leader dovrebbero sapere che la nebbia sulle scelte future della coalizione vincente diventa un macigno che blocca il Pil. L’incertezza azzera la crescita, come si è visto anche anche negli Stati Uniti.
Sono strozzati dal Patto di stabilità interno gli investimenti degli enti locali. I correttivi, finora, sono stati delle toppe che non ne hanno risolto i difetti strutturali. Il nuovo Governo farà finalmente una riforma organica, come tutte le liste promettono in campagna elettorale?
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Nei paesi dove hanno dato risultati positivi in termini di crescita, le politiche di bilancio restrittive sono state accompagnate da una politica monetaria accomodante. Una strada preclusa all’Italia da quando è entrata nell’euro. Il nostro paese avrebbe dovuto seguire un’altra direzione.
L’Italia è immersa in una campagna elettorale che evita i veri problemi o sottostima i costi fiscali di strategie alternative per il rilancio dell’economia. Così si alimenta la nebbia sulle future politiche della coalizione vincente. Ma, come mostrano i dati americani, l’incertezza azzera la crescita.
La riforma del Patto di stabilità interno è da anni in cima all’agenda politica. Finora, tuttavia, i correttivi introdotti hanno seguito la logica della toppa, senza risolverne le criticità strutturali. Ora la palla passa al prossimo Governo. E le promesse da campagna elettorale si sprecano.
La commistione fra banche e politica, tramite le fondazioni, continua con la nomina di Patuelli ai vertici dell’Abi. E all’origine dello scandalo del Monte dei Paschi di Siena c’è proprio una cattiva governance: un azionista di controllo, la Fondazione, controllato a sua volta dalla politica. Documentiamo questa occupazione -che riguarda pressoché tutte le fondazioni bancarie- iniziando a pubblicare, per ogni consigliere d’amministrazione delle principali fondazioni, cariche politiche ricoperte e partito di appartenenza. Altre seguiranno nei prossimi giorni.
Basterebbero maggiori investimenti a rilanciare la crescita in Italia? No, il vero nodo è la bassa produttività del capitale, come si vede anche dai dati pre-crisi. Siamo ultimi in Europa e rischiamo di rimanere tali se non si risolvono le inefficienze del paese, dal mercato non liberalizzato alle banche che restringono il credito.
Vero o falso? Proseguiamo i fact checking sulle dichiarazioni dei politici in campagna elettorale: Berlusconi, Vendola, Bersani, Tinagli, Brunetta.
Allo stato arrivano ogni anno 9,2 miliardi di tasse sul gioco d’azzardo. Un modo per far cassa a buon mercato, spinto da pubblicità martellanti. Che comporta, però, costi sociali molto alti. Perché la gran massa dei giocatori sono i meno abbienti.
La recessione fa diventare ancora più persistente il divario tra Sud e Nord del paese. Bisognerebbe partire dalla rimozione degli ostacoli che rendono poco competitive le imprese e puntare sulla crescita del capitale umano.
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L’Italia ha certamente un disperato bisogno di crescere. Ma l’analisi dei dati su investimenti e produttività del capitale suggerisce che investire di più non risolverà il problema. Il vero nodo è la produttività del capitale, ostacolata dalle inefficienze.
