Nel lungo periodo le nostre finanze pubbliche potrebbero risultare meno squilibrate di quelle Usa. Ma serve un consolidamento, altrimenti l’onere sulle generazioni future sarà assai gravoso, complici calo demografico e ristagno della produttività.
Lo stato delle finanze pubbliche in Italia e negli Usa
Chi ha i conti pubblici più in ordine, gli Stati Uniti o l’Italia? Lo si potrebbe considerare un confronto inutile, visto il ruolo internazionale del dollaro che rende più agevole il finanziamento del debito Usa, ma anche il fatto che il rapporto tra debito pubblico e Pil degli Usa è inferiore al nostro: 123 contro 135 per cento. Tuttavia, per gli economisti, quest’ultima grandezza da sola non può fornire un quadro completo della sostenibilità di lungo periodo delle finanze pubbliche di uno stato. Non riflette infatti gli impegni impliciti nelle leggi in vigore – come le promesse di pagare pensioni ed erogare servizi sanitari negli anni successivi – un debito implicito che per qualsiasi governo è difficile non onorare. La stessa recente riforma delle regole di bilancio europee, basata sulla Debt Sustainability Analysis (Dsa), ha dato più rilievo alle tendenze dei conti pubblici nel medio periodo.
Utilizzando una misura esaustiva della sostenibilità, che tiene conto delle dinamiche anche di lungo periodo, un nostro recente studio insieme a Laurence J. Kotlikoff e Mauro Marè suggerisce come, in prospettiva, lo squilibrio nelle finanze pubbliche sia in Italia inferiore che negli Stati Uniti.
Ciononostante, dall’analisi emerge anche che, se il compito di ripagare il nostro debito pubblico ricadesse unicamente sulle coorti non ancora nate, queste dovrebbero sostenere un onere analogo a quello delle stesse coorti oltreoceano. L’apparente paradosso riflette dinamiche demografiche e della produttività meno favorevoli.
Misure di sostenibilità più solide
Alla fine degli anni Ottanta gli economisti Alan Auerbach, Jagadeesh Gokhale e Larry Kotlikoff hanno sviluppato due misure di sostenibilità fiscale alternative al consueto rapporto tra il debito pubblico e il Pil, che consentono raffronti più completi.
La prima è il fiscal gap, un indicatore che quantifica le risorse aggiuntive (in percentuale del valore presente scontato del Pil atteso) da stanziare da subito e in ciascun anno futuro al fine di onorare il debito attuale e gli altri impegni di pagamento futuri (una misura simile è periodicamente calcolata dalla Commissione europea, che la chiama S2, mentre la Dsa, su cui si basano le regole europee, considera un orizzonte finito). In linguaggio più tecnico, il fiscal gap rappresenta la correzione necessaria a soddisfare il vincolo di bilancio intertemporale del governo.
La seconda misura è il generational accounting, che indica l’onere che graverebbe sulle generazioni future se solo queste ultime si facessero carico di eliminare il fiscal gap. Lo si può esprimere nei termini di un’aliquota – ovvero come il rapporto tra imposte totali versate (al netto dei trasferimenti ricevuti) e redditi da lavoro percepiti nell’arco dell’intera vita.
Sostenibilità ed equità generazionale
Il fiscal gap dell’Italia è sensibilmente inferiore a quello degli Usa, a prescindere dal tasso utilizzato per scontare al presente le grandezze attese per il futuro. Ipotizzando ad esempio un tasso di interesse reale del 2 per cento (un livello verosimile per il rendimento medio reale di lungo periodo dei titoli di stato) il fiscal gap dell’Italia risulta pari allo 0,7 per cento del Pil, un valore poco superiore a quello più aggiornato di S2 (-0,1 per cento del Pil), contro il 4,3 per cento degli Stati Uniti (tabella). L’Italia, infatti, registra oggi un avanzo primario intorno all’1 per cento del Pil, previsto in graduale crescita nel medio periodo, mentre il disavanzo primario degli Usa (circa l’1,5 per cento) è destinato ad ampliarsi.
In termini di distribuzione del carico dell’aggiustamento, farlo gravare per intero sulle generazioni future comporterebbe l’applicazione di aliquote fiscali comprese tra il 70 e il 100 per cento(a seconda del tasso di interesse ipotizzato). Si tratta di valori evidentemente irrealistici, che evidenziano l’esigenza di implementare già nei prossimi anni misure di consolidamento (che peraltro l’Italia si è impegnata ad attuare nel suo Piano strutturale di bilancio di medio termine).
I fattori di rischio e le opportunità
Le stime discusse sono inevitabilmente caratterizzate da ampi margini di incertezza. Ad esempio, a parità di altre condizioni, risentirebbero di un declino demografico più accentuato del previsto. Le stime del nostro scenario base utilizzano le proiezioni demografiche mediane dell’Istat (secondo le quali la popolazione italiana scenderà a 47 milioni nel 2075). Utilizzando quelle più pessimistiche delle Nazioni Unite, che prevedono un calo fino a circa 42 milioni (figura 1), il fiscal gap italiano salirebbe dallo 0,7 al 2 per cento (tabella 1).
In senso opposto agirebbe una crescita della produttività superiore a quanto atteso (nello scenario base è pari allo 0,7 per cento all’anno). Ad esempio, se si adottassero le stime della Commissione europea (1,2 per cento all’anno) e le proiezioni demografiche di Eurostat il fiscal gap dell’Italia diventerebbe negativo (un surplus, intorno al – 1 per cento). Si tratta di un obiettivo non irrealistico, se saremo in grado di identificare e adottare politiche adeguate.
Figura 1 – Proiezioni demografiche per l’Italia (fonte e anno, scenari mediani)

*Le opinioni espresse sono quelle dell’autore e non impegnano l’istituzione di appartenenza.
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Lavora nella Divisione Finanza pubblica presso il dipartimento di Economia e Statistica della Banca d'Italia. Dopo il MSc in discipline economiche e sociali all'Università Bocconi, ha conseguito il PhD in Economics all’Università di Zurigo. Si interessa di temi legati alla sicurezza sociale, all’immigrazione, ai sistemi tax and benefit e all'analisi microeconomica delle politiche di bilancio.
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