Dalla metà del 2021 Pil, ore lavorate e occupati non seguono lo stesso andamento, allontanandosi anche dal periodo pre-Covid. L’analisi dei dati porta a molte ipotesi e a una certezza: ora il mercato del lavoro è più dinamico e meno precario di prima.
L’andamento di Pil, occupazione e ore lavorate
Da ormai cinque anni le dinamiche del Pil, delle ore lavorate e degli occupati sono divergenti e diverse dal periodo pre-Covid. Soprattutto, gli andamenti tendenziali sono stati spesso confusi e si è giunti a conclusioni errate. Discutiamo qui il cosiddetto “puzzle occupati-output” e tentiamo una sua interpretazione.
La figura 1 illustra l’evoluzione del prodotto interno lordo, delle ore lavorate e dell’occupazione in Italia, assumendo come base 100 il 2019. Il primo elemento che emerge è la sincronia delle variabili nel periodo precedente alla pandemia, ovvero l’assenza di crescita di produttività.
Tre fasi distinte
Il quadro muta radicalmente a partire dalla metà del 2021. Nel periodo post-Covid si distinguono tre fasi ben definite.
La prima si estende, grosso modo, dalla metà del 2021 alla metà del 2022. In questo arco temporale il Pil ha registrato una dinamica nettamente più sostenuta rispetto all’occupazione. A metà del 2022 il numero degli occupati era tornato sui livelli pre-pandemici, mentre il Pil risultava superiore di quasi cinque punti percentuali rispetto al 2019. In altri termini, l’Italia non solo ha sperimentato un vigoroso recupero dell’attività economica, ma anche un significativo aumento della produttività per addetto, evidenza che confligge con la narrativa di quegli anni, dato che buona parte dello stimolo è stata concentrata in settori a bassa produttività come l’edilizia. Il boom di produttività è passato sostanzialmente inosservato nel dibattito sia pubblico che accademico.
La seconda fase, compresa tra la metà del 2022 e la fine del 2024, ha ricevuto invece ampia attenzione. In questo periodo, il Pil ha mostrato una crescita quasi nulla, complessivamente poco superiore a un punto percentuale. L’occupazione, al contrario, ha evidenziato una dinamica particolarmente vivace, con un incremento di circa quattro punti percentuali. La divergenza tra le due serie ha alimentato il dibattito, con una domanda più volte ripetuta: “perché il Pil non cresce se crescono gli occupati?”. Eppure, anche al termine di questa fase, il livello del Pil rimaneva superiore a quello dell’occupazione rispetto alla base 2019, segnalando una produttività per addetto comunque più elevata rispetto al periodo pre-Covid. Un aspetto mai sottolineato nelle analisi in tempo reale.
La terza fase, che si apre all’inizio del 2025 e si estende fino a oggi, vede un’ulteriore inversione di tendenza. L’occupazione mostra una sostanziale stagnazione (+0,2 per cento il tendenziale), mentre il Pil continua a crescere a un ritmo coerente, se non leggermente superiore, al potenziale dell’economia italiana (+0,8 per cento). Ne deriva una nuova espansione della produttività per occupato, che modifica ancora una volta i contorni del puzzle.
Fattori che complicano il quadro
Il quadro si complica ulteriormente se si prende in considerazione la dinamica delle ore lavorate, rappresentata dalla linea gialla nella figura 1. A differenza di quanto osservato per il Pil e per il numero degli occupati, le ore lavorate hanno registrato un’espansione continua dal 2021 a oggi. La loro crescita è risultata particolarmente sostenuta e, a partire dalla seconda metà del 2022, superiore sia a quella del prodotto sia a quella dell’occupazione. In termini algebrici, fino alla metà del 2022, l’aumento del Pil aveva determinato un miglioramento sia della produttività per addetto sia di quella per ora lavorata. Dalla seconda metà del 2022 in poi, tuttavia, la dinamica cambia. Con le ore lavorate in crescita più rapida rispetto al Pil, la produttività per ora lavorata ha iniziato a diminuire, pur in presenza di livelli di produttività per occupato ancora superiori a quelli pre-Covid. Si è così aperta una divergenza tra i diversi indicatori di produttività ed è proprio questa divergenza a rendere particolarmente complesso il puzzle.
Se si guarda più da vicino al mercato del lavoro, il puzzle si complica ulteriormente. L’aumento dell’occupazione si è concentrato in misura prevalente, se non quasi esclusiva, nei contratti a tempo indeterminato (figura 2). Dal 2022 a oggi i lavoratori stabili sono cresciuti di circa due milioni di unità e la dinamica rimane positiva anche negli ultimi mesi. Parallelamente, la quota degli occupati a tempo determinato – comunemente definiti “precari” – è tornata sotto il 10 per cento del totale, un livello che non si osservava da prima della grande crisi finanziaria del 2008 (figura 3). Il mercato del lavoro appare dunque oggi meno precario e caratterizzato da rapporti più stabili rispetto al passato.
Questo elemento è coerente con quanto osservato sulla dinamica delle ore lavorate per occupato: rapporti più stabili tendono infatti ad associarsi a un utilizzo più intenso del lavoro. Ed è proprio qui che il puzzle si fa più complesso. Da un lato, i dati macroeconomici suggeriscono che la produttività per ora lavorata sia diminuita negli ultimi anni, dall’altro, la qualità dell’occupazione sembra essere migliorata, con contratti più solidi e, in media, meglio retribuiti.
Anche l’analisi settoriale restituisce segnali contrastanti. I comparti che hanno registrato la maggiore crescita occupazionale sono l’Ict e le costruzioni (figura 4). Si tratta di due settori profondamente diversi: il primo ad alta produttività e con forti potenzialità di guadagno di efficienza; il secondo tradizionalmente a bassa produttività, ma sostenuto negli ultimi anni da rilevanti incentivi fiscali. La coesistenza di queste dinamiche rende difficile trarre una conclusione univoca.
Diverse ipotesi per la soluzione del rompicapo
Ma allora come spiegare il puzzle? Per il momento ci sono più ipotesi che certezze. Ad esempio, un’ipotesi concreta è che il livello del Pil sia sottostimato. E trova qualche conferma dalle continue revisioni al rialzo. Come mostra la figura 5, dal 2021 a oggi l’Istat ha continuamente rivisto al rialzo il livello del Pil (sia reale che nominale). Non solo, ma nei dati attuali di contabilità nazionale la stima del valore aggiunto resta significativamente superiore a quella dell’output reale (un piccolo mistero statistico). Non stupirebbe quindi se il livello del Pil del 2023 o del 2024-2025 venisse nuovamente rialzato nelle prossime revisioni. Altre ipotesi riguardano un errore di misurazione degli occupati – circostanza però poco probabile visto che i dati Inps hanno confermato quelli dell’Istat – o delle ore lavorate.
In sintesi, il puzzle occupati-output resta di non facile soluzione. Le dinamiche dei livelli delle serie sembrano raccontare una storia diversa rispetto ai tassi di crescita; i segnali provenienti dai dati macroeconomici non coincidono con quelli del mercato del lavoro.
Qualche certezza, però, possiamo averla: il mercato del lavoro post-Covid è certamente molto più dinamico e meno precario del pre-Covid. E il sospetto è che i dati macroeconomici possano essere rivisti in futuro nella direzione di quelli del mercato del lavoro.
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Riccardo Trezzi ha fondato UnderlyingInflation.com, una società di consulenza macroeconomica. E' stato economista alla Federal Reserve di Washington DC e alla Banca Centrale Europea (BCE) a Francoforte. Insegna un corso di macroeconomia all'Università di Pavia. Ha ottenuto il PhD in Economics dall'Università di Cambridge, in Inghilterra.
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