Al Sud c’è la crescita, ma non lo sviluppo

Grazie alle politiche pubbliche, Pil e occupazione del Meridione sono cresciuti. Ma non si sono tradotti in processi di sviluppo diffuso e duraturo. Perché non è tanto la quantità delle risorse a contare, quanto la qualità e il contesto in cui operano.

Il paradosso del Mezzogiorno

“Pensare a fare sviluppo è il destino di ogni società”, aveva scritto il teologo Dietrich Bonhoeffer in un carcere nazista prima di essere giustiziato. La società che abita il Sud ne è consapevole? Forse sì, ma si trova di fronte all’ennesimo paradosso della sua storia: cresce dal punto di vista economico, grazie alle ingenti risorse finanziarie messe a disposizione soprattutto dall’Unione europea – si pensi ai miliardi dei Fondi strutturali e al Pnrr – ma non avverte alcun processo di sviluppo che dia speranza di futuro.

Al punto che si assiste, quasi inerti, all’emigrazione di decine di migliaia di giovani culturalmente attrezzati. Paradosso che Gaetano Quagliarello ha descritto efficacemente: “La crescita è determinata da investimenti sostenuti, da politiche pubbliche stabili, dall’evolversi dei modelli imprenditoriali praticati dai privati. Lo sviluppo inizia quando un venticinquenne scorge nel proprio lavoro non soltanto una semplice retribuzione, ma la promessa di una vita migliore (…). Se questo passaggio non si compie, il Pil può anche salire ma la fiducia resta inchiodata al suolo”.

Il Rapporto Svimez 2025 registra dati che si commentano da soli: tra il 2002 e il 2024 quasi 350mila giovani laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno per il Centro-Nord, con una perdita – al netto dei rientri – di 270mila unità; altri 63mila hanno scelto l’estero. La povertà lavorativa colpisce il 19,4 per cento dei lavoratori meridionali, tre volte il dato del Centro-Nord. Oltre 3mila scuole primarie rischiano la chiusura per mancanza di bambini. Non è la fotografia di un territorio che cresce, è la radiografia di uno che si svuota.

Quello che manca per lo sviluppo

I miliardi che negli ultimi decenni si sono riversati nei sistemi produttivi del Sud hanno certamente prodotto effetti sul piano della produzione e dell’occupazione. Ma allora perché alla ricchezza prodotta non si accompagna lo sviluppo delle comunità?

È utile distinguere tra crescita e sviluppo. La prima riguarda l’aumento della produzione e del reddito; il secondo è qualcosa di più: ha a che fare con le opportunità delle persone, la qualità delle istituzioni, la possibilità di costruire progetti di vita. Si può crescere senza svilupparsi: il Pil può aumentare mentre una società perde capitale umano, fiducia e prospettive.

Partiamo da qui. L’ipotesi è che il vincolo principale allo sviluppo del Mezzogiorno non sia la scarsità di risorse, ma la debolezza del capitale sociale: un deficit di fiducia diffusa che rende difficile la cooperazione tra estranei, limita l’estensione dei mercati e riduce l’efficacia delle stesse politiche pubbliche.

Già all’indomani della stagione dell’intervento straordinario, Carlo Trigilia osservava come la dipendenza dal centro avesse prodotto una deresponsabilizzazione della società locale. Negli ultimi decenni il tentativo di responsabilizzazione è stato affidato alle regioni, ma il risultato è stato spesso la riproduzione dello stesso schema: una gestione delle risorse che continua a generare dipendenza più che autonomia.

La ripetizione non è casuale. Riflette la debolezza di quel tessuto civico – il capitale sociale – che rende possibile una classe dirigente capace di orientarsi al bene comune. Robert Putnam lo aveva già mostrato: non è la ricchezza a produrre fiducia e cooperazione, ma il contrario.

Negli anni più recenti, anche l’economia ha consolidato questa intuizione. Studi di Luigi Guiso, Paola Sapienza e Luigi Zingales mostrano come la sfiducia tenda ad accumularsi nel tempo e possa intrappolare le società in equilibri persistenti di bassa cooperazione: aspettative pessimistiche che si trasmettono nel tempo riducono gli scambi, impediscono di apprendere dall’esperienza e finiscono per auto-confermarsi.

Guido Tabellini ha evidenziato, su scala europea, che queste differenze culturali – fiducia, rispetto per gli altri, senso di responsabilità individuale – affondano le radici nella storia e incidono direttamente sui livelli di sviluppo regionale. Le aree che in passato avevano istituzioni più inclusive e maggiore diffusione dell’istruzione presentano oggi livelli più elevati di cooperazione e reddito, anche a parità di istituzioni formali.

Non si tratta solo di correlazioni. Come mostrano gli esperimenti di Maria Bigoni, Stefania Bortolotti, Marco Casari, Diego Gambetta e Francesca Pancotto, anche quando individui provenienti da diverse aree vengono posti nelle stesse condizioni e di fronte agli stessi incentivi, i comportamenti cooperativi restano diversi. Il divario, dunque, non sta solo nelle risorse o nelle istituzioni, ma nelle aspettative e nelle norme sociali.

In contesti in cui la fiducia è bassa, affidarsi a reti personali – familiari, amicali, relazionali – non è un’anomalia, ma una scelta razionale. È un equilibrio, nel senso economico del termine. Il problema è che questo equilibrio si auto-rinforza: meno fiducia genera meno scambi, e meno scambi impediscono di costruire fiducia. Le relazioni informali diventano così una risposta efficiente nel breve periodo, ma un vincolo allo sviluppo nel lungo.

Il caso della Puglia

Guardiamo alla Puglia. Nonostante l’abbondante dotazione di risorse, l’obiettivo della spesa ha finito per prevalere su qualunque processo partecipativo. La regione ha certificato il 94,87 per cento dei fondi Fesr e Fse del ciclo 2014-2020, il dato più alto in Italia. Un risultato rilevante sul piano amministrativo. Ma resta aperta la domanda decisiva: questa capacità di spesa ha prodotto sviluppo o si è tradotta prevalentemente in distribuzione di risorse? Ha migliorato in modo duraturo la qualità della vita dei cittadini?

Le politiche pubbliche degli ultimi decenni hanno certamente generato effetti positivi sul piano del Pil e dell’occupazione. Tuttavia, questi risultati non si sono tradotti, se non in parte, in processi di sviluppo diffuso e duraturo. Il punto non è la quantità delle risorse, ma la qualità e il contesto in cui operano.

Senza un adeguato livello di fiducia generalizzata e di capitale sociale, anche interventi rilevanti rischiano di avere effetti limitati o non persistenti. Perché la crescita si trasformi in sviluppo, le politiche devono essere accompagnate da interventi capaci di rafforzare le condizioni che rendono possibile la cooperazione: qualità delle istituzioni, certezza delle regole e partecipazione civica.

È nell’integrazione tra risorse e contesto che si gioca la possibilità di uno sviluppo reale. In caso contrario, il rischio è che il Mezzogiorno continui a crescere senza svilupparsi.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

La posizione dei paesi del Golfo nella guerra in Iran

Successivo

Il Mes per la difesa tra opportunità e rischi

  1. Pietro Della Casa

    Articolo del 1861?
    Ah, no, 2026.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén