Il sistema universitario italiano comprende atenei statali, privati e telematici, con caratteristiche e finalità diverse. Non si tratta di scegliere quale modello sia “migliore”, ma di costruire un ecosistema in cui ciascuno possa dare un contributo.

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Un sistema a tre velocità

Il sistema universitario italiano sta cambiando volto, e lo sta facendo in fretta. In poco più di un decennio, le università telematiche hanno più che quadruplicato la loro quota di iscritti: dal 2,5 per cento del totale nell’anno accademico 2011-2012 all’11,5 per cento  nel 2021-2022, con un incremento assoluto di oltre 180mila studenti. Una trasformazione che non è passata inosservata agli atenei “tradizionali” (statali e non statali), sempre più preoccupati dalla concorrenza dei nuovi attori digitali. Ma quanto sono davvero efficienti questi tre tipi di università? E soprattutto: efficienti rispetto a cosa? È la domanda che abbiamo messo al centro di una ricerca (in corso di pubblicazione nella rivista Education Economics), che per la prima volta in Italia analizza in modo sistematico e comparativo l’efficienza di atenei statali, privati e telematici nell’arco di otto anni, dal 2015 al 2022.

Per prima cosa, vale la pena ricordare chi sono i protagonisti della storia. Il sistema universitario italiano conta oggi cento istituzioni, molto diverse tra loro per missione, dimensione e modello di finanziamento. Nel periodo della nostra analisi, il sistema ne comprendeva 98, in quanto non erano ancora state costituite la Scuola Superiore Meridionale (Ssm) e il Centro alti studi per la difesa (Casd). Le università statali – 61 atenei che ospitano oltre il 75 per cento degli studenti – ricevono dallo stato un finanziamento ordinario (il cosiddetto Ffo) che copre in media il 66 per cento delle loro entrate, con tasse universitarie contenute (circa 1.400 euro annui per studente). Le università non statali contano su 20 istituzioni con una retta media di circa 8mila euro l’anno e una vocazione disciplinare più selettiva, concentrata su economia, diritto e medicina. Le università telematiche, infine, sono 11 atenei che operano interamente online, con rette intermedie (circa 3mila euro all’anno), e che negli ultimi anni hanno conosciuto una crescita tumultuosa, attirando inizialmente soprattutto lavoratori e studenti maturi, ma con una quota crescente di giovani freschi di maturità – come evidenziato anche nella presentazione del Rapporto Anvur il 26 marzo. 

Come si misura l’efficienza di un ateneo

Misurare l’efficienza di una università non è semplice come calcolare quella di un’azienda. Gli atenei producono contemporaneamente almeno due “beni” distinti: laureati (la missione didattica) e pubblicazioni scientifiche (la missione di ricerca). Per farlo, utilizzano risorse umane (personale accademico) e strutturali. La nostra ricerca adotta un approccio econometrico sofisticato, la cosiddetta stochastic frontier analysis nella sua versione più avanzata, che permette di distinguere l’inefficienza strutturale di lungo periodo (legata alla storia e all’identità di ciascun ateneo e difficile da modificare nel breve termine) dall’inefficienza gestionale di breve periodo, che dipende dalle scelte della governance e dei dirigenti universitari in un dato anno. Una distinzione cruciale per capire dove si può davvero intervenire. Il dataset copre 84 università per il periodo 2015-2022, combinando i dati amministrativi del ministero dell’Università con quelli bibliometrici della banca dati Web of Science. Dalle 98 istituzioni del periodo analizzato sono state escluse le scuole superiori a ordinamento speciale, oltre a quelle con dati mancanti che ne impedivano la corretta inclusione nell’analisi.

I risultati: tutto dipende da cosa si misura

Il cuore della ricerca sta in un confronto tra due scenari. Nel primo, l’efficienza viene misurata considerando solo i laureati prodotti rispetto alle risorse disponibili, ovvero la pura missione didattica (da un punto di vista quantitativo). Nel secondo, si aggiunge al conteggio anche la produzione scientifica. I risultati sono netti e, per certi versi, sorprendenti. Quando si guarda alla sola didattica, le differenze tra i tre tipi di ateneo sono minime e statisticamente poco significative. Gli atenei privati mostrano un punteggio medio di efficienza tecnica leggermente superiore (0,83), seguiti dagli statali (0,80) e dai telematici (0,79). In sostanza, tutti e tre i modelli riescono a trasformare gli studenti in laureati con un’efficienza tecnica comparabile. Quando invece si include la ricerca, il quadro cambia radicalmente. Gli atenei statali mantengono la loro posizione (0,79 di efficienza media), ma quelli privati scendono a 0,77 e soprattutto le università telematiche crollano a 0,67 – un divario di ben 12 punti rispetto agli statali. Il dato non stupisce: gli atenei telematici producono in media appena 91 pubblicazioni scientifiche all’anno, contro le 677 degli atenei privati e le 2.343 di quelli statali. Dottorati di ricerca quasi inesistenti, partecipazione marginale ai bandi competitivi per la ricerca: il modello telematico è pensato per fare didattica di un certo tipo, non per fare scienza.

L’analisi esplora anche alcuni fattori associati all’efficienza degli atenei. I controlli regionali confermano differenze geografiche nel sistema, coerenti con i divari territoriali ben documentati nell’istruzione superiore italiana, mentre la composizione disciplinare degli atenei (misurata dalla quota di studenti in aree Stem o nei corsi magistrali) non risulta correlata con i livelli di efficienza una volta controllati gli altri fattori. Naturalmente, molti altri fattori potrebbero spiegare le differenze di efficienza tra atenei , come l’età di fondazione  o la struttura della governance. 

Il peso della storia (e della pandemia)

Un altro elemento interessante riguarda la distinzione tra inefficienza persistente e inefficienza transitoria. La prima riflette caratteristiche strutturali degli atenei che non cambiano da un anno all’altro: la composizione del corpo docente, le tradizioni di governance, il posizionamento disciplinare. La seconda, invece, dipende dalle scelte manageriali e dagli shock esterni. La nostra ricerca mostra che la componente strutturale è rilevante per tutti e tre i tipi di università, ma che le differenze più marcate si registrano nella componente transitoria: le università telematiche mostrano i punteggi più bassi anche in questo caso, a testimonianza di una debolezza non solo di lungo periodo ma anche nella gestione anno per anno. E poi c’è il Covid. I dati mostrano chiaramente che dopo il 2020 l’efficienza transitoria è peggiorata per tutti gli atenei, con una parziale ripresa negli anni successivi. Le misure emergenziali – esami a distanza, restrizioni alle attività di ricerca, procedure semplificate per le lauree – hanno lasciato il segno sull’intera produttività del sistema. Un ultimo risultato riguarda il rapporto tra tasse universitarie ed efficienza: la ricerca individua un effetto non lineare. Fino a un certo livello, tasse più alte si associano a maggiore inefficienza (forse perché attirano studenti con aspettative elevate che richiedono risorse aggiuntive); oltre quella soglia, tuttavia, la relazione si inverte, suggerendo che gli atenei privati con rette più elevate riescono a investire in qualità e organizzazione in modo più efficace.

Cosa ci dice tutto questo per le politiche pubbliche

Le implicazioni di questa ricerca per i decisori politici sono almeno tre. La prima riguarda il modo in cui si valutano gli atenei. Usare un unico indicatore di efficienza per università con missioni così diverse rischia di essere profondamente ingiusto. Un ateneo telematico che non ha mai avuto né le risorse né il mandato per fare ricerca non può essere giudicato inefficiente perché non produce pubblicazioni. Serve un sistema di valutazione differenziato, che tenga conto delle diverse missioni istituzionali. 

La seconda implicazione riguarda la crescita degli atenei telematici. Con quasi il 12 per cento degli iscritti italiani – e una quota in rapida crescita – svolgono un ruolo sociale importante: raggiungono studenti lavoratori, persone in zone geograficamente svantaggiate, chi non può permettersi di trasferirsi in una città universitaria. In un paese dove solo il 30 per cento dei 25-34enni ha una laurea, contro l’obiettivo europeo del 45 per cento entro il 2030, questo contributo non va sottovalutato. Ma la quantità non può essere disgiunta dalla qualità: diversi atenei telematici hanno ricevuto accreditamenti condizionati dall’Anvur tra il 2018 e il 2022, e il rapporto studenti/docenti (molto più alto che negli atenei tradizionali) rimane una questione aperta. 

La terza implicazione, infine, riguarda la trasparenza finanziaria. Mentre i bilanci degli atenei statali sono pubblici e analizzabili, quelli degli atenei privati e telematici non lo sono. Senza dati comparabili su costi, contratti del personale e investimenti, qualsiasi analisi di efficienza rimane parziale. Maggiore trasparenza sarebbe nell’interesse di tutti: degli studenti che scelgono dove iscriversi, dei policy maker che decidono come regolare il sistema, e degli atenei stessi che vogliono dimostrare il proprio valore.

Il sistema universitario italiano è più plurale che mai. La sfida dei prossimi anni non è scegliere quale modello sia “migliore” in assoluto, ma costruire un ecosistema in cui statali, privati e telematici contribuiscano ciascuno con i propri punti di forza e poi siano valutati, finanziati e regolati di conseguenza.

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