Sono due le operazioni annunciate su Mps negli ultimi giorni, quella di Intesa Sanpaolo e quella di BancoBpm, la prima è in fase più avanzata e ha maggiori chances di successo; la seconda è appesa a una trattativa dagli esiti assai incerti.
Una domenica di grandi operazioni bancarie
Domenica 7 giugno il risiko bancario è ripartito alla grande, con due iniziative contrapposte e determinanti per il futuro assetto del settore bancario italiano. In ordine di tempo (per poche ore) la prima è stata la proposta, avanzata da BancoBpm al Monte dei Paschi di Siena, di avviare un dialogo per una eventuale fusione tra i due istituti. La seconda è stata il lancio di una acquisizione dello stesso Mps da parte di Intesa Sanpaolo. Quando diciamo Mps intendiamo una compagine societaria che comprende anche Mediobanca, in virtù della acquisizione avvenuta lo scorso anno. Delle due operazioni, quella lanciata da Intesa è in una fase più avanzata di quella proposta da BancoBpm e sembra avere maggiori possibilità di successo.
La proposta di Intesa Sanpaolo
Partiamo dalla offerta lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Dal punto di vista societario, si tratta di una operazione già definita nei suoi dettagli: una offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas), che prevede il pagamento di un corrispettivo in denaro e azioni di Intesa agli azionisti di Mps che aderiranno all’offerta (che sarà lanciata formalmente a valle della assemblea degli azionisti di Intesa, già convocata per il 10 settembre). L’offerta prevede un premio piuttosto consistente per gli azionisti di Mps che consegneranno le loro azioni, compreso tra il 12,5 e il 18,7 per cento, a seconda del periodo di mercato preso come riferimento. Da un lato, il premio dovrebbe favorire il buon esito dell’operazione, dall’altro comporta un costo – circa 30 miliardi di euro – non indifferente persino per un istituto delle dimensioni di Intesa Sanpaolo. Contestualmente al lancio dell’offerta, Intesa ha siglato un accordo per la cessione di circa la metà degli sportelli di Mps e della maggior parte delle sue strutture/attività centrali a Unipol Assicurazioni. Intesa Sanpaolo manterrà invece Mediobanca e il suo marchio, insieme all’altra metà degli sportelli di Mps.
Quanto alla governance, è chiaro che il comando dell’istituto, che nascerà dall’operazione, resterà saldamente nelle mani dell’attuale vertice di Intesa, che è il soggetto acquirente. Sotto il profilo “politico”, la finanza milanese si prende la soddisfazione di riprendere sotto le sue ali Mediobanca, che aveva preso la via di Siena, per non dire di Roma, data la presenza del gruppo Caltagirone e del ministero dell’Economia nell’azionariato di Mps. Mediobanca porta in dote la sua partecipazione (13 per cento) in Assicurazioni Generali, di cui Intesa Sanpaolo si appresta ad acquistare un altro 3 per cento: ufficialmente come investimento puramente finanziario. Il fatto che IS entri nella partita che si sta giocando su Generali può rappresentare un elemento di tranquillità per il governo, che ha sempre tenuto alla “italianità” del controllo della compagnia di assicurazioni, dato l’importante ruolo come gestore del risparmio delle famiglie e acquirente di titoli del debito pubblico.
Dal punto di vista industriale, l’operazione proposta da Intesa fa leva sull’integrazione delle sue attività con quelle di Mps in tre aree: wealth management, corporate e investment banking, credito al consumo. A valle del processo di integrazione, il gruppo si presenterà come l’istituto bancario nettamente primo in Italia per rete di filiali (circa 3mila), con una massa di risparmio gestito nell’ordine dei 1.700 miliardi di euro e con una rete di consulenti di 21mila persone (di cui duemila provenienti da Mps). L’operazione consentirà così a Intesa di rafforzare la sua presenza e il suo potere di mercato in Italia. D’altra parte, non rappresenta un passo avanti sul piano del suo profilo internazionale, europeo in particolare. Da questo punto di vista, appare più meritevole l’operazione lanciata da Unicredit su Commerzbank, che però deve ancora superare le resistenze della stessa banca target e del governo tedesco.
A completare l’operazione sarà il passaggio di oltre 600 filiali di Mps a Unipol, che a sua volta ne ha già pianificato l’integrazione con BPer, di cui è azionista di maggioranza. Da questo ramo dell’operazione nascerà una nuova banca, specializzata nelle attività di retail banking, che manterrà la denominazione di Banca Monte dei Paschi, preservando così lo storico marchio senese. La cessione di sportelli risponde a una necessità antitrust e consentirà a Intesa di recuperare una piccola parte (3,5 miliardi) dei costi dell’Opas lanciata su Mps.
La proposta di BancoBpm
L’iniziativa presa da BancoBpm è a uno stadio meno avanzato e quindi presenta contorni più sfumati di quella avviata da Intesa Sanpaolo. Dal punto di vista societario, il vertice di BancoBpm propone di avviare una trattativa per una operazione “tra pari”. Ma la definizione della governance è problematica:chi comanderà il nuovo istituto? La governance di Mps è già delicata: l’attuale amministratore delegato Lovaglio era stato prima estromesso e poi reintegrato, peraltro in una assemblea da cui è emerso un consiglio di amministrazione diviso e conflittuale. Quale ruolo avrebbe Credit Agricole, attuale azionista di maggioranza relativa e probabile primo azionista del soggetto che nascerebbe dall’integrazione con Mps? Dobbiamo ricordare che il governo aveva fermato l’avanzata di Unicredit sul BancoBpm usando il golden power, sulla base del discutibile argomento che Unicredit sarebbe una banca straniera. E se alla fine la seconda banca italiana (per rete sul territorio), nascente dall’integrazione di BancoBpm con Mps, avesse come primo azionista una banca francese? Dal punto di vista industriale l’operazione prefigurata dal vertice di BancoBpm presenta un rischio di esecuzione non indifferente. Secondo il comunicato di domenica 7, “l’operazione si innesterebbe sul processo di integrazione di Mediobanca (in Mps) attualmente in corso”. Al di là degli annunci, questo processo è ancora tutto da realizzare: aggiungere in corso d’opera l’integrazione con un terzo operatore è una bella sfida organizzativa.
La principale motivazione, all’origine dell’operazione BancoBpm – Mps sembra essere di natura difensiva: quella di mettere i due istituti al riparo dalle iniziative di attori di maggiore dimensione, a cominciare da quella lanciata da Intesa. Al momento, quella che sembra avere più chance di andare in porto è quella di Intesa, per il fatto di basarsi già su di una offerta precisa e anche grazie alla “potenza di fuoco” del gruppo, nettamente superiore a quella di BancoBpm.
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È professore ordinario di Economia Politica presso l’Università Cattolica di Milano. È direttore di Osservatorio Monetario e membro del Comitato direttivo del Laboratorio di Analisi Monetaria (Università Cattolica e ASSBB). E’ presidente di REF Ricerche. Dal 2018 al 2020 è stato membro del Banking Stakeholder Group della European Banking Authority. Dal 1988 al 1997 è stato economista presso l’Ufficio Studi della Banca Commerciale Italiana (ora Intesa Sanpaolo). I suoi interessi di ricerca si collocano nell’area dell’economia monetaria e finanziaria. Ha scritto numerosi articoli su riviste internazionali e libri; l’ultimo è Monetary policy implementation (Palgrave 2024).
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