Il Pnrr non sarà giudicato solo sulla base degli effetti di breve periodo sul Pil. La questione decisiva è se risorse tanto straordinarie abbiano prodotto cambiamenti permanenti nelle istituzioni e nel funzionamento della pubblica amministrazione.
Pnrr ai titoli di coda
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza entra nella sua fase finale. A cinque anni dal suo avvio, è possibile tracciare un primo bilancio di quella che è stata una delle più importanti iniziative di politica economica dell’Unione europea, resa possibile anche dal superamento di un tabù: l’emissione di debito comune. Il giudizio, tuttavia, dipende dalla prospettiva adottata. Se si guarda alla crescita economica, i risultati appaiono inferiori alle aspettative. Più articolato è invece il bilancio sul fronte delle riforme e dei cambiamenti organizzativi. La domanda cruciale riguarda però la loro capacità di sopravvivere alla conclusione del Piano.
Un impatto macroeconomico positivo, ma limitato
Il Pnrr ha immesso nell’economia italiana ingenti risorse in una fase ancora segnata dagli effetti della pandemia e della successiva crisi energetica. All’Italia sono stati assegnati 194,4 miliardi, tra sovvenzioni e prestiti, pari a circa il 9,1 per cento del Pil. Con l’ultima rata di giugno, abbiamo incassato 166 miliardi. Nessun paese europeo ha ricevuto di più (figura 1). Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, nel 2026, anno di picco degli effetti, la crescita del Pil sarebbe di 0,5 punti percentuali più bassa senza i progetti addizionali del Pnrr. La Commissione europea ha stimato effetti complessivi sul Pil italiano pari a 189,6 miliardi nei dieci anni successivi all’attivazione del piano, un impatto all’incirca equivalente, in valore assoluto, ai fondi ricevuti col Pnrr.
Insomma, gli effetti ci sono, ma l’impatto macroeconomico complessivo appare meno trasformativo di quanto inizialmente ipotizzato. Ciò non significa che il Piano sia stato irrilevante. Alcuni investimenti, dalle nuove infrastrutture ferroviarie alla diffusione della banda ultra-larga, fino agli interventi per la transizione energetica e la riqualificazione del patrimonio scolastico, sono destinati a produrre benefici anche nel lungo periodo.
Il contributo più interessante è arrivato dalle riforme
Più che le risorse mobilitate, la vera novità del Pnrr è stata il metodo. Il meccanismo “performance-based”, che subordina l’erogazione dei finanziamenti al raggiungimento di milestone e target (o traguardi e obiettivi), ha rafforzato la credibilità degli impegni assunti e favorito l’approvazione di riforme attese da tempo e sistematicamente rinviate. La legge annuale per la concorrenza, le riforme della giustizia civile e penale e l’introduzione di criteri ambientali più stringenti nella selezione dei progetti rappresentano alcuni esempi di cambiamenti che difficilmente sarebbero stati realizzati con la stessa rapidità in assenza del vincolo europeo. Il principio “Do No Significant Harm” (Dnsh) ha contribuito a modificare i processi di progettazione e selezione degli investimenti favorendo scelte sostenibili. Nell’ambito delle politiche del lavoro, il programma Gol (Garanzia di occupabilità dei lavoratori) ha contribuito a costruire un modello nazionale di presa in carico delle persone in cerca di lavoro da parte dei centri per l’impiego fondato su profilazione, percorsi personalizzati e formazione, con esiti positivi in termini di beneficiari raggiunti, ma meno buoni se si guarda alle disparità territoriali.
Effetti permanenti o fuoco di paglia?
Il Pnrr ha funzionato anche come una palestra per la pubblica amministrazione. Molte amministrazioni hanno sviluppato nuove competenze, rafforzato i sistemi di monitoraggio e sperimentato forme più avanzate di coordinamento. Alcune evidenze empiriche suggeriscono che incentivi e innovazioni organizzative abbiano effettivamente migliorato le performance delle amministrazioni pubbliche.
Ma questi cambiamenti sono destinati a sopravvivere quando finiscono i soldi? La risposta è tutt’altro che scontata. Il caso della giustizia è esemplificativo. La riduzione dell’arretrato e il miglioramento dei tempi dei procedimenti sono stati favoriti anche dall’assunzione di personale aggiuntivo con contratti temporanei, in parte ma non del tutto stabilizzati nel 2026. Analogamente, una parte del rafforzamento della capacità amministrativa è stata resa possibile da risorse straordinarie. Il rischio è che, una volta esauriti i finanziamenti, alcuni dei progressi ottenuti si rivelino meno duraturi del previsto.
Il nodo della centralizzazione
Il Pnrr si caratterizza per una forte regia centrale che probabilmente ha contribuito al raggiungimento degli obiettivi concordati con la Commissione europea. Ma la prevista estensione del modello ad altri strumenti, a partire dalla politica di coesione nel periodo 2028-2034, suscita alcuni interrogativi. Le regioni e i paesi caratterizzati da una maggiore capacità amministrativa e da sistemi economici più competitivi tendono infatti a sfruttare meglio le opportunità offerte dai programmi europei. Il rischio è che la centralizzazione finisca per penalizzare i territori più deboli e accentuare le disparità esistenti, invece di ridurle. Il Pnrr prevedeva di destinare almeno il 40 per cento delle risorse alle regioni del Sud. In alcuni ambiti l’obiettivo è stato difficile da perseguire, come emerso da diversi studi settoriali, il che rende il quadro ancora incerto in relazione agli squilibri interni.
Una valutazione necessaria
Il vero lascito del Pnrr non sarà giudicato soltanto sulla base dei suoi effetti di breve periodo sul Pil. La questione decisiva è se una mobilitazione straordinaria di risorse abbia prodotto cambiamenti permanenti nelle istituzioni e nel funzionamento della pubblica amministrazione. Per il momento, le evidenze disponibili non consentono di fornire una risposta definitiva. Il regolamento europeo prevede una valutazione intermedia (realizzata nel 2024) e una finale entro il 2028. Alcuni paesi, come Francia e Spagna, hanno già avviato iniziative per misurare gli effetti dei rispettivi Piani. In Italia, invece, a parte alcune esperienze specifiche come quella di Transizione 4.0, manca ancora una strategia organica di valutazione. Eppure, capire quali innovazioni abbiano prodotto effetti permanenti e quali siano invece destinate a esaurirsi con la fine dei finanziamenti sarà essenziale non solo per formulare un giudizio storico sul Pnrr, ma anche per progettare le future politiche europee. Perché, più che da qualche decimale di Pil aggiuntivo, il successo dipende da ciò che continua a funzionare quando finiscono i tempi delle vacche grasse.
Figura 1 – Pnrr: fondi assegnati e incassati dall’Italia a giugno 2026

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Economista ed esperto di politiche europee, è Principal Consultant presso Ecorys Italy. Svolge attività di ricerca, analisi e valutazione per la Commissione europea e il Parlamento europeo, oltre a occuparsi della valutazione di politiche nazionali e regionali. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Economia Politica presso l’Università Politecnica delle Marche e un Master of Science in Technology and Innovation Management presso lo SPRU – Science Policy Research Unit della University of Sussex.
Economista, Junior Consultant presso Ecorys Italy.
Ha partecipato a diversi progetti di ricerca e analisi per la Commissione Europea, il Parlamento Europeo, e valutato interventi nazionali e regionali. Laurea Magistrale in Behavioural and Applied Economics preso l’Università degli Studi di Trento.
Principal consultant ad Ecorys, è esperto in analisi e valutazione delle politiche di sviluppo regionale, del lavoro e delle politiche di coesione europee. Si interessa di metodologie di ricerca ed analisi. Ha coordinato e partecipato a vari progetti di ricerca e valutazione, a livello nazionale (MIUR, Ministero del lavoro, Ministero dello sviluppo economico, Regione Lombardia, Toscana, Basilicata, Friuli-Venezia Giulia, Regione del Veneto) e internazionale (DG Regional and Urban policy e DG Employment). Economista, ha conseguito un Master in Economia dello sviluppo locale presso l’Università di Parma.
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