I primi dati dopo l’introduzione dell’obbligo di copertura contro le catastrofi naturali mostrano che i prezzi sono strettamente correlati ai rischi, con un basso grado di mutualità e una diffusione che non va molto oltre le grandi e le medie imprese.

Una svolta decisionista

“Nessuno è mai andato in rovina per aver sottoscritto un contratto d’assicurazione, mentre molti sono falliti per non averlo fatto”: lo diceva un mercante, non un assicuratore. Questa massima, vecchia di secoli, fatica a trovare consenso in Italia, dove da molti anni il rapporto tra premi “Danni” e Pil è tra i più bassi dell’area Ocse: 1,9 per cento contro una media del 5 per cento.

Per smuovere la situazione su un rischio molto attivo in Italia come quello delle catastrofi naturali (cat-nat), il governo ha dovuto introdurre un obbligo di copertura per tutte le imprese italiane non agricole, dalle piccolissime alle più grandi.

La strada della volontarietà o semi-volontarietà (Francia, Spagna, Gran Bretagna, Belgio, Giappone e molti altri) non dava, da noi, risultati apprezzabili e con la legge di bilancio per il 2024 (la n. 213/2023) si è decisa una svolta importante: copertura obbligatoria per tutto il sistema produttivo.

La nuova normativa ha avuto molti pregi: in primo luogo ha messo fine a un dibattito che durava da oltre vent’anni con un gran numero di proposte e disegni di legge puntualmente finiti nei cassetti degli archivi parlamentari. In secondo luogo, ha reindirizzato il focus dagli immobili residenziali agli impianti commerciali, cercando di mettere in sicurezza innanzi tutto il sistema economico del paese, su cui, in ultima analisi, si regge tutto il resto.   

Gli eventi coperti dalla legge non esauriscono tutte le tipologie, limitando il perimetro dell’obbligo a terremoti, alluvioni e frane (escludendo ad esempio, eruzioni vulcaniche, tempeste di vento e bombe d’acqua) e le garanzie non coprono tutti i beni aziendali (ad esempio, il magazzino). Tuttavia, è un primo passo importante che non esclude, peraltro, estensioni volontarie.

La penalizzazione per chi non ottempera all’obbligo è duplice: da un lato, in via diretta, l’esclusione da ogni contributo, sovvenzione e agevolazione pubblica; dall’altro, in via indiretta, il peggioramento del merito creditizio nei rapporti col sistema bancario.

L’entrata in vigore è stata scaglionata in base alle dimensioni d’impresa: subito (aprile 2025) per tutte le grandi imprese e gruppi industriali, peraltro già ampiamente assicurati; da ottobre 2025 per le medie imprese (diciamo tra i 50 e i 250 dipendenti, anche se la definizione di legge è più articolata, coinvolgendo anche il totale attivo e il fatturato); tra gennaio e marzo 2026 per le piccole e piccolissime imprese.

I primi dati

Ivass, l’Istituto di vigilanza sulle assicurazioni, ha da poco pubblicato i dati relativi alla situazione a inizio 2026, che in termini di obbligatorietà riguardano quindi soprattutto le grandi e le medie imprese. Tra i contratti rilevati, avverte l’Istituto di vigilanza, possono esservi anche quelli sottoscritti prima dell’entrata in vigore dell’obbligo, con coperture solo di alcuni dei rischi considerati dalla legge, nonché contratti relativi a imprese medio-piccole.

Rapportando il numero di contratti al numero di imprese presenti sul territorio (figura 1) si nota che sono sopra la media nazionale non solo molte regioni del Nord ma anche del Centro (Toscana, Marche) e del Sud (Puglia), mentre l’Emilia Romagna, pur colpita da ripetuti eventi catastrofici, è sotto la media.

Figura 1

Fonte: elaborazioni Algoritmic su dati Ivass

Nel complesso, il numero di contratti è, per ora, molto al di sotto dell’obiettivo universalistico posto dalla legge.

Dalle statistiche dei quantili della distribuzione (a 5, 20, 50, 80 e 95 per cento di probabilità) si ricava, per la media nazionale, una distribuzione del prezzo unitario della copertura molto asimmetrica, con una mediana di 7,15 euro per 10mila euro di valore assicurato e una media di circa 9 euro (figura 2).

Questo significa che una media impresa, con 10 milioni di valore assicurato spenderà sui 7mila euro in una localizzazione a rischio medio.

Sulla base dei dati pubblicati, una stima dei premi è di circa 250 milioni di euro per i quasi 600mila contratti in essere a fine 2025.

Figura 2 – Stima della distribuzione dei prezzi delle coperture

Fonte: elaborazioni Algoritmic su dati Ivass

Da notare che il prezzo unitario tende a ridursi al crescere degli ammontari assicurati (figura 3) come effetto sia di economie di scala dal lato dell’offerta sia di potere contrattuale dal lato della domanda.

Figura 3

Fonte: elaborazioni Algoritmic su dati Ivass

I prezzi e i rischi

La legge parla di premi proporzionali al rischio, anche per incentivare le imprese (e gli enti locali) a realizzare ogni possibile forma di mitigazione del rischio e a riduzione del costo della copertura.

Non è facile, sulla base dei dati disponibili, valutare la relazione prezzo-rischio. Tuttavia, sfruttando l’ampia base dati dell’Istat sugli indicatori di rischio dei comuni italiani, si può costruire un indice sintetico di rischiosità per terremoti, frane e alluvioni. I pesi (stimati) per i tre rischi sono rispettivamente 83, 6 e 11 per cento a indicare che, mediamente, il rischio terremoto è quello che più incide nella determinazione del premio finale.

Il risultato è un premio che cresce proporzionalmente al rischio, dai valori minimi di Trentino Alto Adige, Piemonte, Lombardia e Sardegna, ai massimi di Calabria, Molise, Umbria ed Emilia Romagna (figura 4).

Figura 4

Fonte: elaborazioni Algoritmic su dati Istat e Ivass

Da questo punto di vista, si può dire che i dati confermano una stretta correlazione tra rischio e costo della copertura, con scarsa mutualità territoriale e con un premio che triplica quando triplica l’indice sintetico di rischio.

Mancano ancora, in gran parte, i dati delle piccole imprese, che rappresentano oltre il 90 per cento del totale di quelle italiane. Il presidente dell’Ivass Paolo Angelini, nelle considerazioni annuali lette il 18 giugno, ha aggiornato da 570 a 700mila il numero di contratti che risultano stipulati a fine aprile. Nuovi dati saranno disponibili entro luglio per un quadro più preciso. Tuttavia, la sfida del coinvolgimento delle piccole e piccolissime imprese, vale a dire più di 4 milioni di unità, non sarà una partita che si chiuderà in poche settimane.

Come incentivare le decisioni di copertura?

Le tre leve disponibili per un’effettiva diffusione delle coperture per catastrofi naturali sono note: una maggiore informazione, un aumento degli incentivi, un uso efficace dei disincentivi.

Sul lato informativo, l’Autorità di vigilanza ha predisposto uno strumento informatico per mostrare all’imprenditore, nella propria provincia e nella propria fascia di valore assicurato, il range di prezzi tra il 20-esimo, l’80-esimo e il 95-esimo percentile, oltre al valore medio. Ha anche messo a disposizione un numero verde (800-486661) per ogni richiesta informativa e sta lavorando a un vero e proprio portale informatico di preventivazione da parte di tutte le compagnie assicurative attive sul mercato.

Molto può essere fatto anche dalle associazioni imprenditoriali (dalla Confindustria alla Confartigianato) per accrescere la cultura del rischio e dell’assicurazione presso le imprese associate. Su questo fronte, hanno un ruolo cruciale anche gli intermediari assicurativi e i consulenti d’impresa, nella loro attività di fornitori di servizi qualificati alle Pmi.

Qualche aspetto della legge potrebbe essere rivisto, come il perimetro dei rischi coperti (attualmente molto ristretto) e l’indennizzo in capo al proprietario-persona fisica dei beni assicurati quando l’impresa stipula la polizza su beni non suoi che ha preso in affitto.

Un incentivo fiscale (soprattutto per le Pmi) potrebbe ridurne il costo che al momento sconta una mutualità ridotta.

Infine, come ha notato lo stesso Angelini nel suo doppio ruolo di presidente di Ivass e direttore generale della Banca d’Italia, sarebbe utile che le banche facessero “un uso sistematico delle informazioni sulle coperture assicurative delle imprese nella determinazione delle condizioni di offerta del credito”, dato che un’adeguata copertura assicurativa riduce la rischiosità dell’impresa e quindi i tassi sui prestiti. Di qui la convenienza a coprire i rischi, innescando un circolo virtuoso.

Quando la platea degli assicurati si amplia, il costo unitario del rischio si riduce e possono beneficiane tutti, le singole imprese e il sistema economico nel suo complesso. 

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