Una legge elettorale con premio di maggioranza non garantisce la governabilità. Anzi, crea i presupposti per renderla impossibile, perché porta alla creazione di coalizioni disomogenee e alla sovrarappresentazione delle posizioni più estreme.

Una regola che si applica solo in quattro paesi

Cosa hanno in comune l’Armenia, la Grecia, Malta e San Marino? Non la lingua o la religione e neppure l‘appartenenza all’Unione europea o alla Nato. Ciò che li accomuna è che sono i soli paesi al mondo che oggi eleggono il parlamento mediante un sistema elettorale con premio di maggioranza esplicito. Cioè con un meccanismo di attribuzione dei seggi che deroga alla ripartizione proporzionale, attribuendo al partito o alla coalizione più votata una rappresentanza superiore all’effettiva consistenza elettorale, al fine di costituire o consolidare una maggioranza parlamentare.

In Italia, è la regola nel voto per i governi locali, accompagnata dall’elezione diretta di sindaci e presidenti di regione secondo il meccanismo del simul stabunt, simul cadent, che ha garantito efficacia e stabilità, ma a costo di una marginalizzazione delle assemblee elettive. 

Ora la controversa legge elettorale proposta dal governo, approvata dalla Camera e inviata al Senato ha tra i suoi obiettivi la reintroduzione del premio di maggioranza anche per l’elezione del Parlamento, in continuità con le poco felici esperienze del passato, nel 1923; 1953; 2005; 2015). 

In queste righe non mi propongo una analisi puntuale della nuova normativa – per la quale rimando ai contributi di Paolo Balduzzi e al mio – ma vorrei ragionare su una domanda poco presente nel dibattito in corso: se il sistema elettorale con premio di maggioranza promette il massimo della rappresentatività (grazie al riparto proporzionale) e della governabilità (attraverso il premio), perché è adottato solo da quattro paesi su circa ottanta nei quali si tengono elezioni sufficientemente “libere e giuste”?

I problemi del premio di maggioranza

Innanzitutto, l’espressione “premio di maggioranza” non è di per sé chiarificatrice perché, come sempre in materia elettorale, sono i dettagli che definiscono la sostanza. Ad esempio, non è lo stesso se il premio trasforma in maggioranza una minoranza, come previsto dalla “legge Calderoli”, 270/2005, secondo un principio che nel 2014 la sentenza della Corte costituzionale definì di “manifesta irragionevolezza”. Oppure se rafforza una maggioranza già emersa dalle urne: lo prevedeva la cosiddetta “legge truffa” del 1953, che subordinava l’attribuzione del 65 per cento dei seggi della Camera dei deputati al raggiungimento della soglia del 50 per cento più uno dei voti validi). Così come è diverso se il premio viene attribuito a turno unico o con ballottaggio; se spetta al partito maggioritario o è ripartito tra tutte le forze che compongono la coalizione. Nel caso di sistema bicamerale, poi, cambia molto se il premio vale per una sola Camera – come prevedeva la legge truffa – o per entrambe, a rischio di maggioranze difformi – come nella legge Calderoli).

Non si tratta di questioni di dettaglio, ma le criticità maggiori di un simile sistema di voto sono anche altre, tre in particolare: a) il premio di maggioranza formalizza la disproporzionalità nel riparto dei seggi, creando una disuguaglianza nel voto; b) favorisce la creazione di coalizioni disomogenee tra soggetti uniti in prevalenza dal desiderio di ottenere il “bonus”; c) porta a una eccessiva polarizzazione della competizione, attribuendo un elevato potere di ricatto ai partiti politici “antisistema”.

La prima obiezione è stata fatta propria dalla Corte costituzionale nella sentenza 1/2014 che smantellò la legge Calderoli, criticando non tanto la disproporzionalità tra voti espressi e seggi attribuiti, bensì la sua formalizzazione. Secondo la Corte, è corretto individuare meccanismi tecnici che “indirizzino” l’elettore favorendo l’aggregazione di soggetti o la creazione di coalizioni, ma diventa un problema se la disproporzionalità degli esiti è lo sbocco costitutivo del sistema, come appunto avviene nel caso di un premio che trasforma una minoranza in maggioranza. 

La seconda obiezione al premio di maggioranza è che, per la sua stessa logica, favorisce la creazione di coalizioni tra soggetti che si uniscono non tanto perché condividono un medesimo programma, ma perché mirano alla quota di seggi aggiuntiva, creando alleanze politicamente disomogenee: può produrre un vincitore, ma non necessariamente garantire una legislazione coerente nell’intero arco della legislatura.

Infine, la terza obiezione, quella politicamente più pesante. La logica del “un solo voto in più e scatta il bonus” porta a includere nella coalizione più partiti possibili, anche in antitesi rispetto ai valori del sistema in cui operano, che non mirano solo a cambiare il governo, ma – in filigrana – la natura dello stesso regime politico. 

Perché favorisce gli estremisti 

L’esistenza di questi soggetti è potenzialmente pericolosa in presenza di dinamiche politiche polarizzate, sovrarappresentando le posizioni estreme e favorendo una competizione di tipo centrifugo, con i partiti più moderati costretti a “inseguire” quelli più estremisti. 

È una logica che si vede bene anche in Italia, dove alla tradizionale divisione “sinistra-destra”, legata alle politiche economiche e sociali, si sovrappone quella definita in scienza politica come “Gal-Tan”, costruita su un asse culturale e identitario (Green/Alternative/Libertarian vs Traditional/Authoritarian/Nationalist), che spiega l’emergere di partiti favorevoli a politiche antiglobaliste e sovraniste.

Questi processi non avvengono solo nel nostro paese, nell’intero Occidente la storica frattura “sinistra-destra” non è più sufficiente a definire l’intera complessità del dibattito politico. Tuttavia, un meccanismo che crea coalizioni blindate, difficilmente in grado di realizzare programmi politici coerenti su entrambe le dimensioni del conflitto, potrebbe aggravare la situazione. In questo senso il meccanismo “un solo voto in più e scatta il bonus” non solo non garantisce la “governabilità”, ma crea i presupposti per renderla impossibile.

I sistemi parlamentari possono venire criticati per tante ragioni, ma hanno un pregio indubbio: sono elastici. Non c’è ragione di rinunciare a questa virtù ossessionandosi nella ricerca di meccanismi che – con l’ansia di “sapere chi ha vinto la sera stessa del voto” – rischiano di creare le condizioni per l’immobilismo (se va bene) o l’instabilità democratica (se va male).

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