Le imprese automotive italiane più votate all’internazionalizzazione sono meno dipendenti da Stellantis rispetto alle altre. Avere stabilimenti produttivi all’estero non penalizza le esportazioni e facilita l’innovazione di prodotto e di processo.
Aziende che guardano all’estero
Qual è lo stato di salute del settore automotive in Italia? In due articoli precedenti abbiamo evidenziato le strategie di diversificazione produttiva dei fornitori italiani e la loro relazione con Stellantis. Ora ci concentriamo sui loro processi di internazionalizzazione.
L’apertura delle imprese verso i mercati esteri può essere effettuata seguendo diverse modalità. Le più diffuse sono le attività di import ed export e la localizzazione di attività produttive e commerciali al di fuori dei confini nazionali tramite gli investimenti diretti esteri. Si aggiungono poi le alleanze strategiche produttive (joint venture, accordi di cooperazione industriale, partnership commerciali e accordi tecnologici) e le alleanze commerciali (licensing, franchising, contract manufacturing e outsourcing internazionale).
Quanto alla prima forma di internazionalizzazione, le esportazioni dei fornitori automotive italiani analizzati dall’Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano (Otea) sono pari al 41,2 per cento del fatturato. Un dato significativo nel complesso. Sorprendentemente i maggiori esportatori non sono le imprese che lungo la filiera si collocano come Tier 1, ossia quelle di maggiori dimensioni e che hanno rapporti diretti con i produttori auto, ma i Tier 2 (48,1 per cento). Interessante, inoltre, che i gruppi italiani che hanno stabilimenti all’estero registrino una percentuale del fatturato esportato del 47,4 per cento, a testimonianza che tale strutturazione organizzativa non inficia affatto la produzione nazionale. Rilevante è anche la percentuale di export delle holding estere (44,1 per cento). Ridotta invece l’esposizione verso i mercati esteri dei grandi fornitori di Stellantis (26,4 per cento del fatturato) e delle imprese che investono unicamente nei veicoli elettrici (18,5 per cento) tra i quali rientrano i fornitori dell’infrastruttura di rete.
Gli investimenti in altri paesi
Nell’ultimo rapporto Otea 2025 è stata approfondita anche la seconda forma di internazionalizzazione, ossia la decisione di effettuare investimenti all’estero. Nello specifico, l’indagine ha permesso di ottenere informazioni anche sulle motivazioni relative a investimenti avvenuti nell’ultimo triennio o che siano stati programmati per il prossimo triennio.
L’interesse specifico da parte dell’Osservatorio era quello di verificare se la politica protezionistica dei dazi introdotta dall’amministrazione Trump e le tensioni geopolitiche avessero influenzato le tradizionali motivazioni decisionali a investire all’estero.
I risultati della survey 2025 non si discostano da quelli dell’analisi del 2024, segno di concordanza tra le due indagini sebbene cambino in parte i rispondenti.
I 448 rispondenti, pari al 20,4 per cento dell’universo, che dichiarano di avere stabilimenti produttivi all’estero sono circa il 20,5 per cento (18,9 per cento nella survey 2024) e i fornitori che hanno intenzione di aprire nuovi stabilimenti produttivi all’estero sono in entrambi casi il 7,1 per cento.
Integrando le due risposte, ed escludendo duplicazioni, la percentuale di imprese con impianti produttivi all’estero o in procinto di averli è il 21,7 per cento. Come evidenzia la figura 1, questo 21,7 per cento di imprese rappresenta quasi il 50 per cento del fatturato automotive.
Figura 1 – Investimenti produttivi all’estero (% di imprese e fatturato automotive)

Fonte: Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano 2025.
Stabilimenti all’estero: dove e perché
L’aspetto più interessante riguarda l’attività di internazionalizzazione per quanto concerne la localizzazione degli investimenti e le motivazioni plurime.
Il 7,1 per cento dei rispondenti corrisponde a 32 imprese. Tra queste, 30 hanno segnalato anche la localizzazione dell’impianto produttivo che hanno realizzato o hanno intenzione di realizzare all’estero, per un totale di 39 investimenti.
I paesi più indicati sono quelli dell’Est Europa e degli Stati Uniti con 7 impianti ciascuno, dell’India, del Nord Africa e del Messico con 4 stabilimenti ciascuno, Cina, Spagna e paesi balcanici con 3 impianti ciascuno, 2 stabilimenti in America latina e uno ciascuno in Giappone e Francia.
La figura 2 riporta le motivazioni che portano a effettuare i nuovi investimenti produttivi all’estero. Le principali sono la prossimità al mercato, il basso costo del lavoro e la necessità di seguire l’assemblatore finale. Le aperture negli Stati Uniti sono dovute essenzialmente all’acquisizione di quote di mercato e alla relativa prossimità, la possibilità di beneficiare di incentivi come l’Inflation Reduction Act e ovviamente, ma non in tutti casi, ai dazi commerciali. Interessante notare che le prime tre motivazioni sono quelle maggiormente ricorrenti per la specificità del settore automotive come risposta diretta alle strategie globali delle case automobilistiche, che richiedono una presenza capillare per supportare le loro catene di produzione e distribuzione globali e il mantenimento o l’ottenimento di un vantaggio competitivo, attraverso l’ottimizzazione delle risorse e l’integrazione nelle catene del valore globali.
Figura 2 – Motivazione investimenti produttivi all’estero (% di imprese)

Fonte: Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano 2025
Da un confronto tra le imprese che hanno una minore e maggiore propensione all’internazionalizzazione attraverso investimenti all’estero, emerge che le imprese più votate all’internazionalizzazione sono meno dipendenti da Stellantis, sviluppano o hanno sviluppato innovazione di prodotto e di processo in modo sostanzialmente maggiore da chi non internazionalizza e prevedono in futuro una maggiore diversificazione.
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