Gli stabilimenti balneari meno affollati non indicano necessariamente una crisi del turismo. Suggeriscono invece un cambiamento nel modo di viaggiare e di vivere le vacanze. Adeguarsi richiede di dare più spazio alle spiagge libere e allungare la stagione.
Il paradosso delle spiagge vuote
Ogni estate si ripete la discussione sulle spiagge vuote. Quest’anno il dibattito si arricchisce con il paradosso degli alberghi pieni e delle spiagge vuote. Le associazioni dei consumatori denunciano prezzi elevati, i balneari lamentano presenze in calo e inevitabilmente la questione si intreccia con quella delle concessioni.
Prima di concludere che gli italiani non possono più permettersi le vacanze, però, vale la pena considerare altre due spiegazioni: potrebbero essere cambiati il prodotto che i turisti vogliono acquistare e il clima.
Il prezzo certamente conta. Nel 2026 Altroconsumo ha rilevato in 222 stabilimenti di dieci località un aumento medio delle tariffe del 6 per cento rispetto all’anno precedente e del 24 per cento rispetto al 2021. Ma il problema non è necessariamente che una famiglia non disponga dei 30 o 40 euro necessari per una giornata in uno stabilimento. Può semplicemente decidere che non vale la pena spenderli per stare poche ore al mare. La distinzione è importante. Nel primo caso avremmo soprattutto un problema di reddito e potere d’acquisto. Nel secondo, un cambiamento delle preferenze dei consumatori.
Dalla villeggiatura alla vacanza
Lo stabilimento balneare italiano è figlio di un particolare modello di turismo: la villeggiatura. Una famiglia arrivava nella stessa località per due o tre settimane, spesso tornandovi per molti anni, affittava un appartamento o una camera d’albergo e occupava lo stesso ombrellone per l’intero soggiorno. La spiaggia non era una delle attività della vacanza, era “la vacanza”. Quel modello sembra oggi perdere progressivamente importanza.
Rispetto ai decenni passati la vacanza contemporanea è diventata più breve, mobile e frammentata. Al mare si alternano escursioni, visite culturali, sport, ristoranti, concerti, borghi e altre esperienze. Anche chi trascorre una settimana in una località balneare non necessariamente vuole passare sette giornate nello stesso stabilimento.
Il surriscaldamento globale può rafforzare la tendenza. Con temperature molto elevate, si possono preferire la montagna o il Nord Europa (le cosiddette cool vacations, in gergo “coolcations”). Per chi continua a preferire il mare nostrano, sei o otto ore consecutive in spiaggia diventano meno attraenti, se non addirittura insopportabili. Si può correre ai ripari andando al mare la mattina presto o nel tardo pomeriggio, dedicando così il resto della giornata ad altro. In questo caso, diminuisce ulteriormente la disponibilità a pagare un ombrellone per l’intera giornata.
Bisogna poi considerare il ruolo svolto dal calo demografico. Lo stabilimento offre un servizio particolarmente prezioso alle famiglie con bambini piccoli: ombra, docce, bagni, bar, giochi, deposito e la possibilità di lasciare tutto nello stesso posto. Ma l’Italia ha sempre meno bambini e sempre più persone sole. Per una coppia senza figli, spostarsi ogni giorno, raggiungere una caletta o alternare mare e altre attività è molto più emozionante.
C’è infine un cambiamento generazionale. Come i ricchi, anche i giovani scelgono sempre più l’economia delle esperienze a discapito dei beni materiali, ma con una precisa logica di ritorno sull’investimento social. Sono disposti a spendere dai 150 agli oltre 400 euro per un singolo pass di un festival di musica elettronica pur di consumare e mostrare un evento esclusivo, ma spesso rifiutano di pagarne 20 per rimanere ostaggio in quattro metri quadri d’ombra sotto un ombrellone. La differenza sta nel valore aggiunto dello scatto: la foto in spiaggia, accessibile a chiunque a costo zero calpestando il bagnasciuga, non genera alcun posizionamento identitario. Al contrario, il grande festival monetizza la fomo (Fear Of Missing Out): l’ansia sociale di essere esclusi da un rito collettivo unico, che trasforma il prezzo del biglietto nel costo necessario per certificare online la propria presenza nel posto giusto al momento giusto.
Il risultato finale può apparire paradossale: una destinazione può avere alberghi, ristoranti e discoteche affollati e contemporaneamente stabilimenti meno frequentati. Non sarebbe necessariamente il segnale di una crisi del turismo, ma della crisi di uno specifico prodotto turistico.
Come adattarsi al cambiamento del turismo
Se cambia il modo di viaggiare, deve cambiare anche l’offerta. Nel dibattito sulle concessioni balneari ci si chiede soprattutto chi debba gestire gli stabilimenti e attraverso quali gare. Prima ancora, però, bisognerebbe chiedersi quanta spiaggia debba essere concessa. Non c’è alcuna necessità economica di trasformare ogni tratto appetibile di costa in un servizio a pagamento. Un modello più vicino a quello di molte località spagnole, con ampie spiagge liberamente accessibili e una quota minoritaria di aree attrezzate, appunto come in Spagna, permetterebbe di soddisfare entrambe le domande: quella di chi vuole lettini, cabine, docce e ristorazione e quella, crescente, di chi vuole semplicemente qualche metro di sabbia su cui stendere un asciugamano per poche ore. Bisognerebbe anche cambiare il sistema di tariffazione: non più un prezzo unico per l’intera giornata bensì un prezzo parametrato in funzione del numero di ore e della fascia oraria: favorirebbe la rotazione dei clienti, come nei tavoli del ristorante, liberando spazio sugli arenili e rendendo il paesaggio meno antropizzato.
Una stagione più lunga per le vacanze
Adattare l’offerta significa, però, affrontare anche il tema della stagionalità. Il turismo italiano resta fortemente concentrato in luglio e agosto e una parte della ragione sta nei calendari scolastici e lavorativi. In un articolo del 2020 proponevo di avvicinarci al modello tedesco: vacanze estive scolastiche più brevi (in Italia sono le più lunghe d’Europa), pause distribuite durante l’anno e calendari differenziati tra regioni. In Germania ciò contribuisce a ridurre i picchi di congestione, aumentare l’utilizzo medio delle strutture, contenere i prezzi e aumentare il benessere dei lavoratori.
Il problema, nel nostro paese, è che modificare il calendario richiede scuole nelle quali sia possibile studiare anche nei mesi più caldi. Oggi solo il 10 per cento degli edifici scolastici dispone di aria condizionata e 2,7 milioni di studenti frequentano per almeno un mese istituti con temperature medie superiori a 26 gradi tra maggio, giugno e settembre. Servono quindi investimenti in pompe di calore, ventilazione, schermature solari e isolamento.
La destagionalizzazione dovrebbe andare nella stessa direzione del cambiamento climatico: spostare una parte delle vacanze balneari verso maggio-giugno e settembre-ottobre, mesi destinati a diventare sempre più adatti al turismo, e ridurre la dipendenza da luglio e agosto, che con temperature sempre più alte stanno diventando invivibili anche per la tradizionale vacanza al mare. Continuare a concentrare milioni di persone nelle stesse settimane significa sommare caldo, congestione e prezzi elevati. Distribuire meglio ferie e vacanze scolastiche consentirebbe invece di usare più a lungo le infrastrutture turistiche e, insieme, di adattare il turismo italiano a un clima e a preferenze che stanno già cambiando.
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Professore di Economia all’Università di Pisa. Ha conseguito un Ph.D. all'Università di Roma Tor Vergata, un M.Phil. alla Stockholm School of Economics, un M.Sc. all'Università Luigi Bocconi ed una Laurea all'Università di Roma La Sapienza. Ha lavorato per le Università di Trento, Perugia e Bolzano, per l’IMF ed il WFP, ed è stato consulente di varie organizzazioni che si occupano di cooperazione allo sviluppo. La sua principale area di ricerca è l’economia applicata.
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