Su siccità e disponibilità di acqua si possono fare previsioni molto precise. Ma quando la risorsa diventa scarsa non ci sono regole per distribuire i sacrifici tra i diversi comparti che la utilizzano. Lo dimostra il caso esemplare del bacino del Po.
Previsioni accurate sulla siccità, ma nessuna regola per rispondere
L’Italia continuano ad affrontare le crisi idriche attraverso un approccio emergenziale. È una tendenza che si manifesta in modo evidente nel bacino del Po, un territorio che dispone di un sistema di monitoraggio e previsione della siccità tra i più avanzati. Esiste infatti una solida capacità conoscitiva garantita dall’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po, dall’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici, da dashboard, bollettini idrologici, indicatori standardizzati e dal Piano di gestione delle siccità inserito nel Piano di bilancio idrico. Siamo dunque in condizione di identificare con tempestività il grado di severità idrica, ma ci mancano regole cogenti che traducano la scarsità in criteri di riparto dei sacrifici sopportati dai vari utilizzatori quando la disponibilità di acque diventa scarsa. Si tratta dunque di affiancare all’attuale modello regole in grado di scattare con un’intensità proporzionata alla gravità della situazione.
L’importanza del bacino del Po
Il fiume Po costituisce l’infrastruttura naturale che connette l’agricoltura più produttiva del paese, i grandi distretti industriali, la produzione idroelettrica, i consumi civili. Quando la portata del fiume diminuisce, il sistema deve stabilire quali attività tutelare, quali ritardare, chi debba farsi carico del sacrificio. La sola misurazione della scarsità non equivale infatti a distribuire i costi tra i diversi utilizzatori. È il comparto agricolo a richiedere più acqua al Po: assorbe circa 16,5 miliardi di metri cubi all’anno sui 20,5 miliardi complessivamente prelevati.
Tabella 1

Il quadro normativo vigente
Tutte le acque superficiali e sotterranee sono pubbliche. Il Codice dell’ambiente stabilisce però alcune priorità di fondo: l’uso potabile precede qualsiasi altra destinazione, mentre nei periodi di siccità e scarsità l’uso agricolo ottiene la precedenza rispetto agli altri impieghi. Dopo il potenziamento e la trasformazione in organo dell’Autorità di bacino distrettuale stabilita dal decreto siccità del 2023, l’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici ha il compito di elaborare scenari previsionali, assicurare il flusso informativo verso la Protezione civile e proporre limitazioni alle derivazioni. Le sue proposte possono sfociare nelle misure di salvaguardia del piano di bacino, immediatamente vincolanti a scala distrettuale. Nella prassi, tuttavia, le regioni agiscono in autonomia e il raccordo con l’Osservatorio rimane debole, con sovrapposizioni che causano ritardi nelle decisioni. Il commissario straordinario nazionale interviene prevalentemente in via emergenziale e a posteriori per realizzare opere urgenti. La figura del regolatore terzo e indipendente, incaricata di ripartire la risorsa in scarsità, prevista fin dal 1933, è invece rimasta pressoché inutilizzata nella prassi.
Quando arriva la siccità
L’analisi delle crisi idriche passate evidenzia una costante ripetizione degli stessi comportamenti. Durante la siccità del 2022, l’Osservatorio del Po raccomandò un taglio dei prelievi del 20 per cento per bilanciare gli usi. Le regioni emisero ordinanze di contenimento per usi urbani e dichiararono lo stato di emergenza regionale, ma nessun provvedimento impose tagli vincolanti alle utenze agricole. L’imposizione di limiti coercitivi richiese l’intervento del governo centrale con lo stato di emergenza nazionale per cinque regioni del Nord, la nomina dei presidenti regionali a commissari e lo stanziamento di risorse per le opere. La dinamica si è riproposta nel 2026 con nuove dichiarazioni di emergenza regionale e la richiesta ai consorzi di bonifica di predisporre piani di gestione della siccità. Nel corso degli anni, i poteri commissariali si sono concentrati sulle infrastrutture di approvvigionamento per uso potabile e su ordinanze comunali di risparmio, senza che venisse disposto un riparto vincolante dell’acqua tra territori o tra gli usi.
Si sono quindi consolidate pratiche gestionali che prevedono la raccomandazione di tagliare in percentuale i prelievi irrigui, il coordinamento e l’incremento dei rilasci dai grandi laghi regolati, le deroghe al deflusso minimo vitale con priorità per il primo raccolto e il razionamento urbano.
Il limite di questo approccio risiede nel fatto che la dichiarazione di severità è solo un’informazione e non obbliga legalmente a ridurre i prelievi. Così la risposta è tempestiva solo se tutti cooperano volontariamente, ma nelle fasi di forte scarsità, quando occorre imporre sacrifici, il meccanismo si inceppa.
Le proposte per un nuovo modello di gestione
Un modello più efficace dovrebbe spostare il focus dalla gestione dell’emergenza alla pianificazione. Ciò implica la revisione periodica dei volumi autorizzati basata su modelli idrologici e non solo sui diritti storici, l’impostazione di soglie preventive differenziate, l’adozione di criteri che valutino le esternalità dei consumi e l’apertura a meccanismi di compensazione dei danni o allo scambio temporaneo delle quote per trasferire la risorsa verso gli usi a maggiore valore nei periodi critici.
Molti degli strumenti necessari (per esempio, regime concessorio, catasto dei prelievi, tariffazione, monitoraggio dei comportamenti e accordi regionali) sono leve che l’ordinamento già prevede, ma che vanno trasformati da facoltativi in vincolanti.
Il primo tassello richiede il superamento delle concessioni di prelievo espresse in volumi assoluti, a favore di concessioni definite come quote della risorsa effettivamente disponibile: quando la disponibilità di acqua si riduce, il prelievo deve ridursi in modo corrispondente.
Serve poi istituire un catasto unico e interoperabile a scala di distretto, in grado di collegare puntualmente ogni concessione a un punto di prelievo, a un uso specifico, alla misurazione dei dati in tempo reale, con una chiara classe di priorità.
Dal punto di vista economico, occorre poi dare piena attuazione alla direttiva quadro “Acque”, al principio del recupero integrale dei costi aderente al principio “chi inquina paga”: serve dunque una riforma dei canoni regionali di derivazione.
A questo quadro vanno affiancati accordi interregionali negoziati ex ante, trasformando le semplici raccomandazioni in impegni vincolanti con compensazioni per i territori che sostengono i sacrifici più gravosi.
Questo schema trasforma la gestione della siccità da un intervento emergenziale e discrezionale a una procedura trasparente e sindacabile.
La soluzione auspicabile è una governance a due livelli: regole ex ante per fissare vincoli, priorità e riduzioni minime, e flessibilità ex post per adattare l’applicazione ai territori. L’assetto attuale può gestire crisi occasionali, ma il cambiamento climatico rende indispensabile il passaggio a regole preventive, garantendo un sistema efficace, capace di adattarsi alle situazioni ed equo.
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Si è laureato in Economia Politica presso l'Università Bocconi. È responsabile degli studi e delle analisi su prezzi e tariffe ed esperto di regolamentazione dei servizi pubblici, con particolare riferimento al servizio idrico, all’ambiente e all'energia. In REF dirige il Laboratorio sui servizi pubblici locali ed è responsabile degli studi su prezzi e tariffe. Si è occupato a lungo di consumi e di distribuzione commerciale. E’ autore di pubblicazioni, saggi e articoli sulle tematiche afferenti gli interessi di ricerca.
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