Perché le scuole al caldo sono un problema da risolvere

I periodi di caldo si allungano e interessano mesi in cui le scuole sono aperte. Ciò ha conseguenze sugli apprendimenti e sul benessere degli studenti. Ci sono buone ragioni per investire subito in misure di raffrescamento degli edifici scolastici.

La maturità “bollente” del 2026

Mentre mezzo milione di studenti affrontava la maturità, l’Italia era investita dalla seconda ondata di calore della stagione. Iniziata il 17 giugno, ha portato le temperature fino a 10-12 gradi sopra le medie del periodo e, il 30 giugno, il bollino rosso in ben 25 città, secondo il ministero della Salute. Un giugno che, a stare ai dati delle agenzie ambientali regionali, è tra i più caldi degli ultimi settant’anni, secondo solo a quello del 2003. Studiare e sostenere un esame con queste temperature non è solo scomodo: è un ostacolo educativo, come mostrato da Paolo Brunori e dai suoi coautori in un articolo su lavoce.info.

Il problema nasce dall’arretratezza delle strutture scolastiche italiane, oggi non più adeguate alle condizioni climatiche del paese. Come mostriamo nel rapporto “L’estate addosso”, per risolverlo è necessario investire, in modo mirato, su due fronti dell’infrastruttura scolastica: impianti di ventilazione e climatizzazione delle aule attraverso pompe di calore e interventi passivi come schermature solari e isolamento termico.

Scuole vecchie, estati sempre più calde   

Che gli edifici scolastici italiani siano vecchi non è una novità: circa 6 scuole su 10 sono state costruite prima del 1975, quando il clima era molto diverso da quello attuale. Solo il 10 per cento dispone infatti di aria condizionata.  

Piemonte, Umbria e Basilicata, dove appena il 5 per cento circa degli edifici scolastici è dotato di impianti di raffrescamento e ventilazione, registrano la copertura territoriale più bassa. All’estremo opposto spiccano Marche e Sardegna, dove rispettivamente il 40 e il 30 per cento delle scuole ne è provvisto. Anche nei territori più attrezzati. quindi, solo una minoranza di edifici scolastici può efficacemente gestire i picchi di calore. Una situazione che si traduce direttamente nell’esposizione degli studenti al caldo.

Figura 1

Combinando i dati meteo d’archivio di IlMeteo.it con quelli del ministero dell’Istruzione e del merito, si scopre che 2,7 milioni di studenti, il 45 per cento del totale, vanno a scuola con più di 26°C in media per almeno un mese tra maggio, giugno e settembre. Nei comuni con più di 20mila abitanti, circa 21 giorni scolastici all’anno superano questa soglia, pari al 10 per cento dell’intero calendario scolastico.

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Figura 2

Il caldo ha un costo educativo misurabile per gli studenti: diversi studi accademici mostrano infatti che le alte temperature riducono l’apprendimento. 

Applicando queste stime al caso italiano, i 21 giorni di forte caldo equivalgono a perdere circa un mese di scuola in condizioni adeguate, e nell’arco dell’istruzione obbligatoria gli effetti si accumulano fino a corrispondere a quasi un intero anno di scuola.

L’estate è destinata ad allungarsi   

Se il panorama attuale è già preoccupante, le previsioni per il futuro lo sono ancora di più. Negli ultimi 25 anni la temperatura media estiva è aumentata di circa 0,5°C ogni dieci anni in tutte le province italiane, con differenze territoriali contenute. 

Assumendo che la crescita rimanga costante, abbiamo costruito alcuni scenari futuri di evoluzione delle temperature

Le province settentrionali registreranno l’incremento relativo maggiore nella quota di scuole e studenti esposti a temperature critiche, poiché partono da livelli più bassi rispetto al Sud. In particolare, in Piemonte, Liguria, Veneto e Lombardia, il numero di scuole esposte al caldo è destinato a raddoppiare nei prossimi cinquant’anni, con incrementi particolarmente marcati nelle province di Genova, Milano e Brescia.

Figura 3

Tra cinquant’anni, quindi, quasi una scuola su due potrebbe essere esposta a temperature sopra i 26°C già da maggio, mentre a settembre il fenomeno interesserà tutti gli istituti. A giugno, dove già oggi quasi ogni scuola opera fuori da condizioni climatiche comfort, il numero di istituti aperti con più di 30 gradi potrebbe triplicare.

L’estate italiana non sarà, quindi, solo più calda, ma anche più lunga: i picchi di calore dureranno da maggio fino ai primi mesi autunnali e l’aumento generalizzato delle temperature coinvolgerà praticamente tutti gli studenti.

Figura 4

Cosa fare: le nostre proposte  

La soluzione al problema non può semplicemente essere chiudere le scuole nei mesi caldi. La pausa estiva, una delle più lunghe in Europa, penalizza soprattutto gli studenti che provengono da contesti socio-economici svantaggiati, con più difficoltà ad accedere a opportunità estive: allungarle ancora aggraverebbe le disuguaglianze educative invece di ridurle. 

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Tra gli interventi necessari per adeguare gli edifici scolastici al clima attuale rientrano misure mirate di adattamento alle alte temperature.

Una soluzione in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione è investire in impianti a pompa di calore reversibile. La tecnologia consente sia di raffrescare che di riscaldare le aule, con costi di esercizio di almeno un terzo inferiori a quelli delle caldaie a metano, e, se abbinata a impianti di ventilazione meccanica e ricambio dell’aria, garantisce una buona ossigenazione delle aule senza dover aprire le finestre. 

Al contempo, occorre ridurre il fabbisogno di raffrescamento. Le linee guida internazionali, tra cui quelle di Onu e Unicef, raccomandano un ventaglio di soluzioni passive: schermature solari, isolamento dell’involucro e dei serramenti, tetti riflettenti o verdi, aree verdi, ventilazione naturale e riduzione dei guadagni solari nelle ore più calde.

Questi interventi comportano investimenti rilevanti, ma possono produrre benefici in termini di condizioni di apprendimento, salute e continuità dell’attività scolastica. E dunque i costi di queste misure sarebbero ampiamente superati dai benefici attesi, tra cui migliore apprendimento, maggiori competenze utili nel mondo del lavoro e, alla fine, maggiori entrate fiscali future. 

Investire oggi per rendere le scuole vivibili durante i mesi più caldi è un passo per garantire agli studenti condizioni adeguate di apprendimento, ridurre le disuguaglianze educative e rafforzare, nel lungo periodo, il capitale umano del paese. 

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  1. Gentili Autori,
    non è che l’investimento sia rilevante, è che non è fattibile su scala, perché gli edifici d’altre ere, non rifacibili la dove e come si trovano, semplicemente consumerebbero troppo a climatizzarsi tutti.

    La realtà che la vecchia UE non vuole ammettere, anche se lo stesso Club di Roma, senza mollar l’osso, ha sostanzialmente ammesso https://www.clubofrome.org/wp-content/uploads/2025/05/Transforming-the-Built-Environment.pdf è che le città dense sono insostenibili ed è impensabile rifarle.

    Il new deal impone case, capannoni, non palazzoni, quindi scuole come capannoni, in paeselli sparsi, campus di piccoli edifici per i licei, di grande restano solo alcuni ospedali, caserme, distretti industriali specifici come la siderurgia, ma il resto non può che deurbanizzare per elettrificare a fotovoltaico e stoccaggio locale in edifici dove il design permette consumi sostenibili.

    Quando i “benpensanti” saranno costretti ad ammetterlo, ammettendo quindi che il grande capitale, ultimo a trarre profitto dalla città, dove può rendere i più senza nulla e quindi dominare economicamente, ma dove non c’è più né la fabbrica, scappata con la globalizzazione, né può restar l’ufficio, incompatibile con la tecnologia moderna, beh, sarà tardi per salvare l’economia Europea e quindi le popolazioni. I genitori d’oggi han largamente ucciso se stessi, i propri figli, i propri nipoti, scegliendo di restare congelati nel passato, ignorando il progresso convinti che la finanza possa gestire tutto e creare la fabbrica perfetta che alcuni nazisti cercano dal tempo di Fordlandia o della Company Town (Pullman) fallendo ad ogni iterazione.

  2. antonello

    Sono completamente daccordo. il nostro sistema scolastico, dal punto di vista strutturale fa pena. Ci sono questi nuovi problemi (il caldo) che si aggiungono ai vecchi: circa il 90% degli edifici scolastici statali non è pienamente a norma e presenta carenze strutturali o problemi legati alla sicurezza. Il 9% delle scuole (3.588 plessi) si trova in una situazione critica o in “sedi improprie” che, oltre ad avere scarse dotazioni per la didattica (laboratori e palestre), costano molto ai bilanci pubblici in termini di affitti (Gilda ha stimato 55 milioni di euro). Inoltre questa tematica dell’inadeguatezza strutturale, in particolare legata al caldo, è portata avanti per dichiarare l’impossibilità di ristrutturare il nostro calendario scolastico, tra i più lunghi d’Europa ma anche con la più alta durata delle vacanze estive (13-14 settimane, cioè 3 mesi, da metà luglio a metà settembre) che anche a livello didattico è molto criticabile.
    E’ un altro di quei terreni, il sistema di istruzione, che subisce ritocchi ma non riforme, per il quale i problemi sono talmente incancreniti che non si sa da dove cominciare a risolverli: dal ciclo unico, agli stipendi degli insegnanti, dalla condizione materiale degli edifici alla gratuità dell’obbligo che si ferma alla scuola primaria (alla secondaria di primo grado scompare il tempo pieno, la mensa e i libri d testo diventano a carico delle famiglie. A proposito: replicare il sistema della primaria sui libri, costerebbe circa 400 milioni l’anno allo Stato…non una cifra impossibile per la 5^ potenza economica mondiale).

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