Estati sempre più torride rendono meno piacevoli le vacanze. E se il turista non ha un buon ricordo dell’esperienza, difficilmente tornerà nella stessa località. Vale anche per chi va al mare e si aspetta il caldo. Un problema per i paesi del Mediterraneo.

Una temperatura ideale per le vacanze esiste

L’estate del 2026 mostra quella che sarà la normalità meteorologica dei prossimi decenni: ondate di calore, temperature estreme, incendi e siccità hanno interessato buona parte del continente, ma hanno colpito con particolare intensità molte delle tradizionali destinazioni turistiche del Mediterraneo. Di fronte alle gravi conseguenze sanitarie, ambientali ed economiche del caldo estremo, chiedersi come i turisti rispondono alla crisi climatica potrebbe sembrare una questione secondaria, ma non lo è. Una eventuale redistribuzione dei flussi turistici, soprattutto quelli internazionali, avrebbe importanti conseguenze, che non sarebbero limitate all’industria dei viaggi.

È proprio da qui che nasce una domanda semplice, ma ancora poco esplorata: dopo aver trascorso una vacanza insolitamente calda in una destinazione, siamo meno propensi a tornarci? L’intuizione è immediata: con temperature troppo elevate diventa più faticoso visitare il Colosseo, l’Acropoli o il centro di Barcellona, ma anche il refrigerio di un bagno al mare perde efficacia e possono aumentare i rischi per la salute pure se si va in montagna a camminare. 

La letteratura scientifica colloca la temperatura ottimale per il turismo urbano e culturale tra i 20 e i 25 gradi, qualche grado in più per quello balneare, mentre dopo i 32 gradi il disagio può trasformarsi in stress termico. Estati sempre più calde rendono quindi meno piacevoli le vacanze e possono indurre chi ha sperimentato uno “shock termico” a scegliere, per le vacanze successive, destinazioni dal clima meno estremo.

La calda estate spagnola del 2022 ha scoraggiato i turisti

Uno studio appena pubblicato sul Journal of Sustainable Tourism (e liberamente disponibile qui) misura per la prima volta questo effetto in maniera precisa, andando a vedere cosa fanno realmente i turisti quando sono sottoposti a determinate condizioni ambientali. Come? Applicando una metodologia innovativa che, in collaborazione con il centro studi di CaixaBank, una grande banca spagnola che controlla circa il 30 per cento dei Pos di quel paese, permette agli autori dello studio di “seguire” i pagamenti elettronici effettuati dalle carte straniere in Spagna nell’estate del 2022 (storicamente, l’estate più calda prima di quella attuale), e vedere quali carte sono poi state registrate anche nell’estate successiva. Poiché si sanno le località e i giorni in cui le carte sono state usate, vi si possono associare le condizioni meteorologiche effettivamente vissute da chi le possiede (che, presumibilmente, sono turisti). In questo modo, la presenza della stessa carta bancaria nell’estate successiva agisce come indicatore della ripetizione del viaggio.

I risultati non lasciano dubbi: un po’ più di caldo può favorire il ritorno, troppo caldo lo scoraggia. La probabilità di ritrovare in Spagna, nell’estate successiva, la stessa carta di pagamento segue infatti una U rovesciata rispetto alla temperatura sperimentata durante la vacanza. Temperature moderatamente superiori a quelle normalmente attese in una località sono associate a una maggiore probabilità di ritorno; superata una certa soglia, però, la relazione si inverte e la probabilità diminuisce, anche sensibilmente. Il risultato resta lo stesso dopo numerose verifiche e rimane sostanzialmente invariato utilizzando indicatori diversi di calore: temperatura media o massima giornaliera, temperatura percepita oppure scostamenti dalle rispettive medie storiche. L’uso di questi ultimi dati nello studio è fondamentale, perché permette di isolare l’effetto dello shock termico sperimentato dai turisti da quello delle condizioni climatiche che erano invece attese in fase di programmazione della vacanza.

In primo luogo, la temperatura “soglia” – che gli autori interpretano come la “temperatura ottimale” dei turisti – oltre la quale la probabilità di ritrovare i possessori delle stesse carte bancarie l’anno seguente diminuisce è attorno ai 25 gradi medi giornalieri. Usando la temperatura massima percepita (che tiene in considerazione anche il tasso di umidità e che è maggiormente associato allo stress termico che il corpo umano subisce durante le attività giornaliere, figura 1), la soglia è attorno ai 33 gradi.

Figura 1 – Probabilità di ritorno in Spagna nel 2023 in funzione della temperatura giornaliera massima percepita durante l’estate del 2022

In secondo luogo, a influenzare la relazione tra il caldo e la ripetizione del viaggio contribuisce il fatto che la località prescelta sia balneare o urbana. Per chi visita una città, la diminuzione nella probabilità di tornare comincia a temperature più basse rispetto a chi soggiorna in altre località: il caldo diventa quindi un fattore penalizzante prima per il turismo urbano rispetto a quello rurale. Per entrambe le tipologie di destinazione è però interessante notare che l’inversione di pendenza della curva avviene attorno a una differenza di 5 gradi tra la temperatura sperimentata e la media storica (figura 2). La stessa figura mostra inoltre che, diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare, le visite urbane hanno una curva più piatta, mostrando così una maggiore resilienza all’aumento del caldo. Sulla ragione si possono fare solo ipotesi, perché è un aspetto non controllabile con i dati a disposizione: potrebbe essere una conseguenza della maggiore importanza del turismo business (che non risente delle condizioni climatiche) per le aree urbane, o di vincoli strutturalmente diversi per chi svolge attività di turismo urbano e culturale.

Figura 2 – Differenza tra la probabilità di ritorno in Spagna nel 2023 in funzione della differenza tra temperatura effettiva del 2022 e la media storica, per visitatori di aree urbane e non urbane

Per quanto riguarda le destinazioni balneari, emerge un altro risultato rilevante. Quando l’aumento moderato delle temperature rendeva più attraente cercare refrigerio al mare, il turismo balneare poteva beneficiare di una sorta di “dividendo climatico”. Ma con le attuali temperature estreme, la probabilità di tornare in Spagna diminuisce più rapidamente per chi ha soggiornato nelle aree costiere che in quelle interne (figura 3). Neanche il mare riesce più a offrire refrigerio e ciò suggerisce che il “dividendo climatico” di cui ha beneficiato la Spagna – come probabilmente buona parte del Mediterraneo – negli ultimi anni potrebbe essere prossimo a esaurirsi. Quindi, anche il tradizionale turismo “sea & sun” potrebbe risentire in maniera significativa del continuo aumento delle temperature.

Figura 3 – Effetto marginale dell’aumento della temperatura rispetto alla media storica, differenza tra visitatori delle aree costiere e non costiere

Un problema per tutto il Mediterraneo

Lo studio guarda alla Spagna, ma i suoi risultati parlano a tutta l’area mediterranea, Italia compresa. Il messaggio è chiaro: estati sempre più torride rendono l’esperienza di viaggio meno piacevole, aumentando lo stress termico, riducendo la propensione dei turisti a tornare e, verosimilmente, anche quella a conservare e condividere un ricordo positivo di quella vacanza. 

Ma le conseguenze non si limitano al settore turistico. Se il caldo modifica le scelte dei viaggiatori, ad adattarsi dovranno essere non soltanto le destinazioni, ma anche il modo in cui le attività economiche (ad esempio l’organizzazione dei pronto soccorso e dei servizi sanitari) e i tempi sociali (come le chiusure delle aziende per ferie) vengono organizzati. I dati della ricerca non consentono di sapere dove vadano i turisti che decidono di non tornare in Spagna nell’estate successiva. Potrebbero semplicemente spostare il viaggio in un altro periodo dell’anno (in primavera, per dire), oppure scegliere paesi dal clima meno estremo, come quelli scandinavi. In un caso, l’adattamento avverrebbe nel tempo; nell’altro, nello spazio. In entrambi, richiederebbe cambiamenti sociali ed economici che vanno ben oltre il turismo. È un altro costo della crisi climatica: meno immediato di un raccolto perduto o di una bolletta energetica più alta, ma non per questo meno reale.

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