A fine agosto l’Istat ha pubblicato le previsioni della popolazione italiana residente fino al 2080. Sono dati che vengono adottati per stimare i fabbisogni per pensioni o spesa sanitaria. Comprendono anche il ruolo dei flussi migratori. Con qualche sorpresa.

I numeri della popolazione italiana da qui al 2050

A fine agosto Istat ha reso note le previsioni della popolazione italiana residente fino al 2080. Non si tratta di un’esercitazione intellettuale qualsiasi: ha ricadute concrete perché quelle previsioni vengono “adottate” in sedi e documenti ufficiali e servono per stimare (ad esempio) i fabbisogni per pensioni, spesa sanitaria ecc.

Istat espone uno scenario mediano, indicato come il più probabile (e accompagnato dagli intervalli di confidenza al 50, all’80 e al 90 per cento per delimitare la fascia degli andamenti prevedibili). Quanto più l’orizzonte si allontana tanto più la previsione è incerta ma quantomeno per il periodo da qui al 2050 i dati Istat vanno presi molto sul serio.

Il trend di massima è risaputo e scontato: innanzitutto la popolazione residente complessiva diminuirà. Di quanto? Ancora in misura relativamente modesta fino al 2050: 4 milioni in meno, secondo la previsione mediana, da 59 a 55 milioni. Nel trentennio successivo la faccenda diverrà ben più seria, con la popolazione ridotta a 46 milioni: -13 milioni. E scontato – quantomeno nelle analisi, non certo nelle policy conseguenti – è pure l’invecchiamento della popolazione, che esploderà nel prossimo ventennio: gli anziani (over 69) arriveranno nel 2050 a 15,4 milioni (28 per cento della popolazione) contro gli 11 milioni e il 19 per cento attuali. Dopo il 2050 tenderanno a ridursi in valori assoluti ma, dato il contesto di declino demografico, continuerà ad aumentare la loro incidenza che si avvicinerà al 30 per cento.

Il contributo delle migrazioni

Ciò che è meno scontato e meno discusso, di queste previsioni Istat, è il peso delle diverse componenti che determinano la variazione della popolazione: migrazioni da un lato (ingressi e uscite) e dinamica naturale (nati meno morti) dall’altro.

Secondo Istat la crescita naturale continuerà a essere sempre negativa, con un tasso destinato a raddoppiarsi, passando dall’attuale -5 per mille a oltre -10 per mille tra il 2050 e il 2060. Viceversa, per il saldo migratorio la proiezione è sempre positiva: nello scenario mediano si aggirerà costantemente attorno al 4-4,5 per mille. Detto altrimenti: da qui al 2050 si stimano ingressi netti cumulati dall’estero pari a circa 6 milioni, e altrettanti nel trentennio successivo (circa 200-300mila all’anno): e non saranno comunque sufficienti a controbilanciare il corrispondente saldo naturale negativo (pari a 10 milioni da qui al 2050 e a 15 milioni nel trentennio successivo). 

È evidente che le previsioni Istat non contemplano né il blocco degli ingressi né, tantomeno, la “remigrazione”, anche se sarebbe istruttivo che Istat delineasse pure uno scenario a saldo migratorio nullo, come del resto proponeva un tempo (vedi Istat, Previsioni della popolazione residente dal 1986 al 2001, Annali di Statistica, Roma, 1982). Con i dati a disposizione possiamo solo fare un calcolo grossolano, perché non siamo in grado di neutralizzare gli effetti delle migrazioni incorporati nel saldo naturale, e segnatamente nelle nascite: a saldo nullo – quindi ingressi che bilanciano le uscite o, se si preferisce, a confini sprangati in entrambi i sensi – la popolazione italiana calerebbe di 10-12 milioni di qui al 2050 e nel 2080 sarebbe all’incirca dimezzata rispetto alla sua dimensione attuale.

La previsione Istat di un range di ingressi netti attorno a 200-300mila unità è sostanzialmente – e molto prudentemente – allineata agli andamenti recenti: si basa quindi sul protrarsi strutturale delle tendenze in corso.

Nel quinquennio 2021-2025 (tabella 1) gli ingressi netti totali sono risultati pari a 1,26 milioni di unità (quindi mediamente 250mila all’anno), esito di 1,5 milioni di ingressi netti di stranieri (1,7 milioni di ingressi a fronte di 0,24 milioni di uscite), in larghissima parte non comunitari, che hanno ampiamente controbilanciato il saldo negativo degli italiani, pari a oltre 200mila nel quinquennio (poco meno di 50mila all’anno), che sono andati ad alimentare il contingente di italiani all’estero (Aire), ormai prossimo ai 7 milioni.

Il lavoro dei migranti

Per gli anni 2021-2024 possiamo mettere a confronto, per i cittadini non comunitari, i dati anagrafici derivanti dai trasferimenti di residenza con i dati sui permessi di soggiorno rilasciati, dato lo stretto legame tra permesso e residenza dal momento che chi ottiene la residenza necessariamente è titolare (in alcuni casi può essere in fieri) di un permesso di soggiorno e, viceversa, chi ottiene un permesso di soggiorno normalmente fissa pure una residenza (tabella 2).

Nel periodo considerato sono stati rilasciati 1,312 milioni di permessi di soggiorno: è, in effetti, un valore vicino a quello dei nuovi residenti non comunitari provenienti dall’estero, pari a 1,167 milioni.

La distribuzione dei permessi di soggiorno per motivazione evidenzia le peculiarità con cui avviene l’ingresso in Italia: prevalentemente a seguito di ricongiungimento familiare (37 per cento), cui fa seguito la richiesta di asilo/protezione (34 per cento), mentre gli ingressi per lavoro (15 per cento) e studio (7 per cento) non pesano molto.

In particolare, gli ingressi per lavoro risultano in media meno di 50mila all’anno, pari a circa lo 0,2 per cento degli occupati totali in Italia: un’inezia. Eppure, il recente rapporto Inps ha documentato come i lavoratori non comunitari sono aumentati tra il 2019 e il 2025 per poco meno di un milione di unità. Il risultato non sarebbe stato possibile sulla base dei soli ingressi certificati “per lavoro”: è evidente che sono soprattutto gli ingressi – non programmati – per famiglia e per asilo a sostenere l’offerta di lavoro. L’asimmetria tra ragioni dell’ingresso ed effettiva collocazione nel mercato del lavoro porta in primo piano la rilevanza di estese e adeguate politiche di accoglienza e inserimento. Le politiche migratorie, infatti, non possono esaurirsi nella gestione degli ingressi esplicitamente finalizzati al lavoro e programmati con ampio (illuministico) dettaglio dagli annuali “decreti-flussi”: quelli per l’ultimo triennio (2023-2025) prevedevano autorizzazioni per 150-180mila ingressi all’anno, inclusa la quota – maggioritaria – per lavoro stagionale, ma le  previsioni si sono tradotte solo parzialmente e con gravi ritardi in effettivi e coerenti ingressi regolari nel lavoro.

Laureati che partono e laureati che arrivano La rilevanza delle migrazioni non è limitata al piano meramente quantitativo. I recenti dati Istat forniscono elementi importanti e inediti di qualificazione del loro impatto in termini di capitale umano, non solo relativamente al  flusso – oggetto attualmente di ampia attenzione –  di giovani italiani laureati verso l’estero,  segnatamente verso i paesi più sviluppati, con tutta la conseguente problematica dell’attrattività dell’Italia, a partire dal rientro dei cervelli ecc. (vedi il Rapporto Cnel di questi giorni). Il quadro completo dei movimenti da e verso l’estero dei laureati sia italiani che stranieri, tenendo conto pure dell’età, ci restituisce un bilancio tutt’altro che scontato (tabella 3).

Si evidenzia certamente il fenomeno del deflusso di laureati italiani. Per gli anni più recenti (2021-2025) il saldo negativo annuo è pari a circa 20-25mila unità (il dato del 2024 risente di fattori amministrativi specifici) ed è attribuibile all’80 per cento agli under 35.

Ma nello stesso periodo si registra un robusto saldo positivo di stranieri laureati, intorno alle 40mila unità annue nel biennio 2023-2024, caratterizzati da un’età media superiore a quella rilevabile per i flussi dei laureati italiani.

In complesso, dunque, grazie all’apporto degli stranieri, il saldo migratorio dei laureati residenti in Italia risulta positivo, anche se va segnalata la tendenziale riduzione a partire dal 2022. Almeno sul piano strettamente quantitativo i flussi migratori – per ora – più che compensano la perdita di capitale umano legata alla crescente disponibilità di giovani laureati italiani a sperimentarsi in circuiti internazionali. Certo, è possibile che fra i laureati stranieri vi sia un’accentuata eterogeneità in termini non solo di provenienza ma anche di preparazione e di competenze adeguate e spendibili sul mercato del lavoro italiano. Ma ciò rinvia di nuovo alla necessità di politiche attente non solo e non tanto agli attraversamenti delle frontiere quanto ai percorsi di riconoscimento e di utilizzo delle competenze dei migranti che hanno scelto o sono comunque approdati in Italia. 

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