La fatturazione elettronica ha digitalizzato i documenti, non il significato economico delle operazioni. Codificare beni e servizi non serve a calcolare l’Iva, serve a far parlare la stessa lingua a imprese, software, professionisti e amministrazioni.

Una fattura ancora da tradurre

Una fattura elettronica contiene già molte informazioni strutturate: fornitore, cliente, imponibile, aliquota, imposta. Ma la descrizione di ciò che è stato comprato resta testo libero. «Notebook professionale», «pc portatile», «computer 15 pollici»: per una persona sono la stessa cosa, per due sistemi informatici no.

Così lo stesso fatto economico viene tradotto più volte. Il gestionale dell’impresa lo classifica in un modo, il commercialista in un altro, l’amministrazione finanziaria secondo le proprie regole. Ogni passaggio è una riscrittura, e ogni riscrittura costa tempo e introduce errori.

Il problema non è raccogliere altri dati. È attribuire lo stesso significato ai dati che già esistono.

Il campo c’è già

Nel tracciato della fattura elettronica esiste il blocco CodiceArticolo, che permette di associare alla riga un codice identificativo. È facoltativo, e chi lo compila vi mette il proprio codice interno: valido dentro il suo gestionale, muto fuori.

Un’eccezione però c’è. Per benzina e gasolio il campo va valorizzato in modo obbligatorio e standardizzato, con la dicitura CARB e il codice del prodotto energetico. Per una categoria di beni la codifica comune esiste già ed è in funzione da anni. Non si tratta di inventare un’infrastruttura: si tratta di estendere, per gradi, qualcosa che c’è.

Il codice dice che cos’è, non come si tassa

Va detto subito che il codice identifica l’oggetto, non il suo trattamento fiscale. Lo stesso computer è merce per un rivenditore e bene strumentale per uno studio professionale; prodotto, prezzo e fattura sono identici, cambia l’attività di chi compra.

Il trattamento nasce dall’incrocio fra il codice del bene, l’attività esercitata, il regime fiscale e la norma applicabile. Se la norma cambia, si aggiorna il motore centrale, non milioni di anagrafiche prodotto.

Che cosa cambia per l’Iva

Si dice spesso che per calcolare l’Iva non serva sapere che cosa sia stato comprato: imponibile, aliquota e imposta sono già in fattura. Ma un’aliquota scritta non è un’aliquota verificata e per verificarla serve proprio l’oggetto.

Si prenda la ristrutturazione di un immobile. La manutenzione di un’abitazione sconta il 10 per cento; lo stesso intervento su un capannone il 22. E se la fattura comprende beni di valore significativo — una caldaia, gli infissi, un ascensore — l’aliquota ridotta li copre soltanto fino a concorrenza del valore della manodopera, e sull’eccedenza si torna al 22. Tre esiti diversi per una prestazione che in fattura si chiama, in tutti e tre i casi, «lavori di ristrutturazione». Oggi l’errore si vede aprendo il contratto, cioè con un controllo. Se il tipo di intervento e i beni fossero identificati da un codice, si vedrebbe sul flusso.

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Sull’Iva a credito la dipendenza è ancora più diretta. L’articolo 19 del decreto Iva ammette in detrazione l’imposta sugli acquisti fatti nell’esercizio dell’attività, e l’articolo 19-bis1 la riduce o la esclude per intere categorie di beni: veicoli, alimenti e bevande, spese di rappresentanza, immobili abitativi.

Che cosa significhi, lo sa ogni studio. Quando arriva una fattura di acquisto il commercialista non guarda l’imposta: legge la descrizione, capisce che cosa è stato comprato, lo confronta con l’attività del cliente e stabilisce se – e quanto – l’imposta si detrae. Quel gesto si ripete a ogni registrazione perché nessun sistema può compierlo al nostro posto: la fattura dice quanto, non che cosa.

La prova più netta la fornisce l’amministrazione stessa. Nelle bozze dei registri Iva l’Agenzia delle entrate compila ciò che ricava dalle fatture, ma non propone alcuna percentuale di detrazione: inerenza e detraibilità restano al contribuente, perché – è la spiegazione dell’Agenzia – solo chi compra sa a che cosa serva il bene.

Il risultato è che la precompilata automatizza la metà che era già automatica. I dati della fattura entravano da soli, in Xml, dentro qualunque gestionale. Il lavoro che resta allo studio è quello di prima ed è quello che richiede un giudizio: guardare che cosa è stato comprato e stabilire se e quanto l’imposta si detrae. Un vantaggio c’è, e non va negato: chi convalida le bozze non deve più tenere i registri. Ma sulla metà difficile del problema quel meccanismo non incide, perché gli manca l’unico dato che servirebbe.

Non tutto è automatizzabile: pro-rata, uso promiscuo e destinazione effettiva restano informazioni che il sistema può non conoscere, e il modello deve produrre una proposta correggibile, non una dichiarazione infallibile. Ma oggi quella proposta non si può nemmeno formulare.

Quello che nessuna fattura può mostrare

Oggi l’amministrazione può verificare l’aritmetica di una fattura: che l’imposta corrisponda all’imponibile per l’aliquota. Non può verificare la coerenza di un’impresa. Non è un limite tecnico: è la conseguenza di aver costruito il sistema per controllare documenti uno per uno, invece che per confrontarli fra loro.

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Un esempio. Una società acquista cento notebook nell’anno e ne dichiara venduti trecento. La giacenza teorica è meno duecento: un numero impossibile, perché non si vende ciò che non si ha. Quell’incoerenza non è visibile in nessuna delle fatture, per quante se ne guardino: emerge soltanto se acquisti e vendite parlano la stessa lingua, e quindi si possono sottrarre.

Non è una prova di evasione. Può essere un errore di registrazione, una classificazione sbagliata, un acquisto mai inserito. È un indicatore che dice dove guardare: non sostituisce il controllo umano, lo rende più selettivo.

Con un limite da dire subito: dove i beni attraversano l’impresa senza cambiare natura il confronto è quasi una misura, dove c’è trasformazione – in una panetteria entrano farina e uova, escono pane e brioche – diventa una stima. Severo dove i numeri sono certi, prudente dove sono ricostruiti.

Prima la lingua, poi le applicazioni

Liquidazioni più accurate, contabilità più automatica, controlli di coerenza, e perfino il confronto fra i prezzi pagati dalle amministrazioni pubbliche: sono applicazioni diverse dello stesso presupposto.

Prima viene il linguaggio comune, poi l’interoperabilità, solo dopo l’automazione. La fattura elettronica ha eliminato la carta: il passo successivo non è raccogliere più informazioni, ma fare in modo che quelle già raccolte abbiano lo stesso significato per chi è autorizzato a usarle.

* L’autore è dottore commercialista e revisore legale. Le opinioni espresse sono personali.

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