Minimi contrattuali e retribuzioni realmente percepite sono spesso trattati come la stessa cosa. Non è così. La differenza nei dati di contabilità nazionale non è un dettaglio tecnico: cambia l’ordine di grandezza della perdita e il settore che la subisce.
Contrattazione collettiva e salari
La contrattazione collettiva ha protetto i salari durante lo shock inflazionistico? Marco Leonardi, Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi hanno risposto (negativamente) su lavoce.info guardando all’andamento dei minimi tabellari. Nel commercio il risultato è netto: tra giugno 2019 e giugno 2026, deflazionando con l’Ipca-Nei, il minimo reale resta quasi dieci punti sotto il livello di partenza. Il lungo ritardo del rinnovo ha certamente pesato: una parte rilevante dello shock è stata inflitta e patita (dai lavoratori) mentre il contratto era ancora fermo.
Il dato dice quindi qualcosa di importante sui minimi contrattuali. Dice molto meno su ciò che è finito nelle buste paga. Eppure, è proprio dalle variazioni dei minimi che gli autori concludono che la perdita salariale italiana si concentrerebbe nei grandi contratti del terziario.
Dai minimi alle retribuzioni
Proponiamo di seguito una lettura complementare – non alternativa – basata sulle retribuzioni effettivamente corrisposte come registrate nei conti nazionali dell’Istat. Riteniamo sia utile avere un quadro completo e più articolato delle dinamiche del potere d’acquisto dei salari, anche al fine di meglio individuare i difetti della contrattazione collettiva, senza oscurarne i molti pregi.
Nell’area dei settori di riferimento di Confcommercio, tra il primo semestre 2019 e il primo semestre 2026, la retribuzione lorda per unità di lavoro standard (Ula) cresce del 18,7 per cento in termini nominali (tabella 1); corretta per i prezzi, la perdita è dell’1,2 per cento. Nella manifattura la variazione è sostanzialmente nulla, nel complesso dell’economia è pari a -2,2 per cento.
Tabella 1 – Retribuzioni e unità di lavoro, variazioni 2019-2026, primo semestre destagionalizzato

Per passare dal nominale al reale utilizziamo il deflatore dei consumi delle famiglie residenti, cresciuto nel periodo del 20,2 per cento, quasi due punti in meno rispetto al 22,1 per cento dell’Ipca-Nei impiegato nella ricostruzione dei minimi; le ragioni della scelta sono discusse in un nostro precedente contributo su lavoce.info. Non è però il deflatore a fare la differenza: applicando alle stesse retribuzioni di fatto lo stesso 22,1 per cento, la perdita sarebbe del 2,8 per cento e lo scarto rispetto alle differenze evidenziate dal confronto dei soli minimi tabellari resterebbe amplissima.
Vale la pena soffermarsi sulle variazioni dell’input di lavoro. Nell’area Confcommercio le Ula dipendenti crescono dell’11,4 per cento, contro il 3,4 della manifattura: in sette anni il terziario di mercato ha assorbito un volume di lavoro incomparabilmente maggiore. Con due conseguenze. Da un lato la massa retributiva reale del comparto cresce di circa il 10 per cento, a fronte di un input di lavoro che aumenta ancora di più. Dall’altro, il -1,2 per cento è la media di una platea occupazionale che nel frattempo si è ampliata sensibilmente e può quindi risentire di effetti di composizione: l’ingresso di lavoratori con retribuzioni relativamente più basse tende, a parità di altre condizioni, a comprimere la media. I dati aggregati non consentono però di separare questo effetto dalla dinamica retributiva a composizione invariata.
Il terziario è davvero il punto debole?
Le due diverse misure utilizzate riguardo alla comparazione temporale del potere d’acquisto dei salari non si contraddicono: registrano oggetti diversi ed entrambe sono corrette rispetto alla domanda che si pongono. Il problema nasce quando dai minimi di un contratto si trae una conclusione sull’insieme del terziario. Se davvero la perdita salariale italiana si concentrasse lì, i settori dell’area Confcommercio dovrebbero collocarsi sotto la media dell’economia. Accade il contrario: -1,2 per cento del terziario contro -2,2 per cento dell’economia totale (tabella 1).
Ma se non è nel terziario privato (o di mercato), la perdita deve pur essere da qualche parte. In un precedente contributo su lavoce.info avevamo mostrato che tra il 2019 e il 2025 la caduta più marcata delle retribuzioni di fatto per unità di lavoro riguarda la pubblica amministrazione, −5 per cento. È un risultato coerente con quanto ricordano Claudia Peiti e Cesare Vignocchi: nel pubblico impiego il quantum del rinnovo non nasce da una negoziazione salariale, ma da un vincolo di finanza pubblica. Il comparto in cui la protezione ha funzionato meno è quello in cui la contrattazione pesa meno.
Un contratto non è un tariffario
Il minimo stabilisce la soglia retributiva garantita dal contratto nazionale. Sopra quella soglia si colloca tutto ciò che il tabellare non registra: scatti di anzianità, superminimi, contrattazione di secondo livello, premi e, nel caso del commercio, gli arretrati e le una tantum riconosciuti al rinnovo, denaro effettivamente incassato dai lavoratori, che nel confronto tra minimi scompare per costruzione.
Il ritardo dei rinnovi resta una criticità, ma va letto anche dentro il funzionamento stesso della contrattazione collettiva. Se la consideriamo un’infrastruttura pubblica che riequilibra il potere negoziale tra imprese e lavoratori, è naturale che sia meno rapida di un prezzo di mercato; nel commercio quattro anni sono stati troppi, ma durante uno shock esogeno di quella portata non è irragionevole che lo stato accompagni l’aggiustamento. È ciò che è avvenuto con la riduzione del cuneo, che ha sostenuto soprattutto i redditi medio-bassi e fatto recuperare al netto molto più del lordo (si vedano i dati del rapporto annuale Inps). Non è un sostituto della contrattazione, né può esserlo stabilmente; è un intervento complementare, che attenua il costo della crisi mentre il meccanismo contrattuale recupera terreno.
Il punto, allora, non è assolvere la contrattazione. È attribuirle correttamente risultati e responsabilità. Nel commercio i minimi hanno recuperato lentamente e in misura incompleta. Le retribuzioni effettivamente corrisposte raccontano però una storia assai meno negativa e, a nostro avviso, più pregnante per dare un senso coerente a contrattazione e dinamica dei salari.
Resta il tema della produttività del lavoro
Soprattutto nel lungo termine la produttività del lavoro gioca un ruolo decisivo nel determinare il potere d’acquisto dei salari. I confronti internazionali sono impietosi. Eurostat permette comparazioni chiare e semplici tra dinamica del prodotto medio del lavoro e dinamica delle retribuzioni reali di fatto. Dove cresce di più il primo, crescono di più le seconde: tra il 1995 e il 2025 la produttività reale per ora lavorata è aumentata del 7,7 per cento in Italia, contro il 30,3 per cento in Francia e il 36,3 per cento in Germania. Sono scarti di decine di punti in trent’anni. Solo per dire che bisogna guardare a una pluralità di grandezze per mettere al posto giusto ruolo, pregi e difetti della contrattazione. Questo meccanismo, del resto, non opera in astratto né nel vuoto. È un’infrastruttura sociale che serve a meglio distribuire le risorse generate dal processo produttivo tra imprese e lavoratori dipendenti, con l’operatore pubblico che, attraverso la leva fiscale, attribuisce maggiore o minore importanza alla remunerazione dei fattori produttivi privati. La contrattazione collettiva non cerca stampelle nel pubblico affinché quest’ultimo ne copra le manchevolezze. È semplicemente legata a esso dall’inscindibile vincolo sancito dall’economia sociale di mercato.
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Direttore dell'Ufficio Studi Confcommercio.
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