Gasolio, il prezzo della geopolitica

Il costo del gasolio in Italia dipende oggi da vicende geograficamente lontane e da un decreto annunciato e non ancora arrivato. Finché l’Europa resta dipendente dalle importazioni, ogni crisi internazionale si traduce prima o poi in un rincaro alla pompa.

Da otto mesi il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha trasformato lo Stretto di Hormuz, da cui in tempi normali passa circa un quinto del petrolio mondiale, in un collo di bottiglia. A settembre il Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile, dopo che Teheran ha istituito una zona vietata alla navigazione a est dello Stretto. Nella stessa giornata il gas europeo ha superato gli 80 euro al megawattora, una soglia che non si vedeva dal 2023.

Il gasolio, però, soffre più del greggio, e per ragioni che vengono da lontano. L’Europa consuma più diesel di quanto ne raffini e da sempre copre la differenza con le importazioni. Fino al 2022 il primo fornitore esterno era la Russia, arrivata a coprire circa un decimo del fabbisogno del continente. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Bruxelles ha vietato, tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, l’acquisto di prodotti raffinati russi. Il diesel ha cominciato ad arrivare da Stati Uniti, Medio Oriente e India: rotte più lunghe, più costose e più esposte agli shock.

Oggi, secondo i dati della società di analisi Kpler, gli Stati Uniti forniscono circa 180 mila barili al giorno sui 580 mila che l’Unione importa, poco meno di un terzo. Alcuni funzionari della Commissione europea indicano una quota ancora più alta, vicina alla metà. L’altra grande fonte di approvvigionamento è il Golfo Persico, cioè proprio l’area colpita dalla guerra.

A complicare il quadro c’è la Russia stessa. I droni ucraini hanno colpito a più riprese le raffinerie russe e dall’8 luglio Mosca ha vietato le esportazioni di diesel per proteggere il proprio mercato interno, con un divieto prorogato fino alla fine di ottobre. Prima delle restrizioni la Russia era il secondo esportatore mondiale di diesel dopo gli Stati Uniti. L’Agenzia internazionale dell’energia calcola che nei primi otto mesi del 2026 le esportazioni di gasolio via mare siano diminuite del 10 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Meno offerta, rotte più lunghe e una domanda che non si può comprimere: è la ricetta di un mercato in tensione.

La situazione in Italia

Alla pompa le conseguenze si vedono. A fine settembre il gasolio ha toccato una media di quasi 2,36 euro al litro, il valore più alto da quando esistono le serie storiche. Il picco è arrivato in coincidenza con il dimezzamento dello sconto sulle accise, sceso da 12,2 a 6,1 centesimi al litro. Il governo aveva introdotto i tagli a marzo, con il primo decreto pensato per assorbire gli effetti della guerra. L’ultimo provvedimento, del 17 settembre, prevedeva lo sconto pieno fino al 25 settembre, quello dimezzato fino al 5 ottobre e poi il passaggio alle cosiddette accise mobili: un meccanismo che usa il maggior gettito Iva generato dai rincari per ridurre temporaneamente l’imposta.

Quel passaggio non è avvenuto. Il 6 ottobre l’accisa sul gasolio è tornata all’aliquota ordinaria di 672,90 euro per mille litri, mentre il decreto interministeriale di Economia e Ambiente necessario ad attivare le accise mobili non risultava pubblicato in Gazzetta ufficiale. Per la prima volta da marzo gli automobilisti italiani non hanno alcuno sconto fiscale sul carburante. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha riferito alla Camera che l’attivazione è allo studio ma che una decisione formale non è stata presa; il ministro Matteo Salvini ha parlato di una proroga al vaglio, finanziata con l’extragettito Iva di settembre. Secondo il Codacons, in due giorni il pieno di gasolio è rincarato di circa un euro per i 16,6 milioni di italiani che guidano un’auto diesel.

Leggi anche:  Serve una spiegazione delle correzioni al Pil

A frenare i prezzi, nel frattempo, ha provato la moral suasion del governo sulle compagnie petrolifere. Dal 28 settembre Eni ha fissato un tetto sulla propria rete per trenta giorni: 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il gasolio. Con la fine dello sconto fiscale, il tetto sul diesel è salito a 2,25 euro. Altri Paesi europei hanno scelto strade diverse: Croazia e Slovenia fissano ogni settimana un prezzo massimo per legge, mentre la Germania ha ridotto di 14 centesimi l’imposta sui carburanti fino alla fine dell’anno.

Le mosse di Trump

Sull’altra sponda dell’Atlantico il diesel è diventato una questione elettorale. Il prezzo medio negli Stati Uniti ha toccato il record il 22 settembre e il 9 ottobre era di 6,27 dollari al gallone, contro 3,67 di un anno prima. A un mese dalle elezioni di metà mandato, il costo del gasolio pesa su agricoltori, allevatori e autotrasportatori, cioè su una parte importante dell’elettorato repubblicano.

La prima opzione considerata dalla Casa Bianca è stata la più drastica: bloccare le esportazioni americane di diesel. A spingere in questa direzione erano i repubblicani degli Stati agricoli, guidati dal senatore dell’Iowa Chuck Grassley; a opporsi, le compagnie petrolifere, decise a difendere un export molto redditizio. Per l’Europa sarebbe stato un colpo durissimo, e il commissario Ue al Commercio Maroš Šefčovič ha avvertito apertamente delle conseguenze. Il 2 ottobre è arrivato un primo compromesso: dopo una riunione convocata da Emmanuel Macron, presidente di turno del G7, i Paesi alleati hanno concordato il rilascio coordinato di 100 milioni di barili di scorte in quattro mesi. Francia e Germania detengono da sole più di un terzo delle riserve strategiche di diesel dell’Unione.

Poi, il 9 ottobre, la svolta. Dopo una telefonata con Vladimir Putin, la sesta dall’inizio dell’anno, Trump ha annunciato che la Russia immetterà subito sul mercato americano e mondiale oltre 300 mila tonnellate di diesel, altre 500 mila a novembre e un milione subito dopo. A queste potrebbero aggiungersi altri tre milioni di tonnellate, a seconda dello stato delle raffinerie russe: in tutto 4,8 milioni. Contemporaneamente il Tesoro americano ha emesso una licenza generale che autorizza vendita, consegna e importazione di diesel russo fino al 7 aprile 2027. Dopo l’annuncio i contratti futures sul diesel negli Stati Uniti sono scesi del 4,3 per cento.

La decisione contraddice la linea seguita fino a poche settimane prima: a settembre Trump aveva firmato una legge che rafforza le sanzioni contro il settore energetico russo. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito l’allentamento delle sanzioni, senza un accordo duraturo di de-escalation, un segno di debolezza che finirà per finanziare la guerra. Sullo sfondo resta il negoziato: secondo il Kyiv Independent, Mosca chiedeva una revoca almeno parziale delle sanzioni in cambio di una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, mentre continua a respingere tregue temporanee o settoriali.

Che cosa aspettarsi

Il primo punto da chiarire è che l’accordo tra Washington e Mosca non porterà diesel russo nei distributori italiani. La licenza americana sospende soltanto le sanzioni statunitensi; quelle dell’Unione europea e del Regno Unito restano pienamente in vigore. Per l’Italia l’effetto può essere solo indiretto: se il gasolio russo torna a circolare verso gli Stati Uniti, l’America Latina o l’Asia, libera altre forniture sul mercato globale, abbassa i margini di raffinazione e soprattutto riduce la pressione su Washington per bloccare l’export verso l’Europa. È un sollievo possibile, ma mediato e lento.

Leggi anche:  Perché all’Europa manca ancora un vero titolo sicuro?

Rispetto ai consumi Usa, le quantità annunciate sono piccole. Tutte insieme valgono circa 9–10 giorni di domanda americana di gasolio. L’effetto sul prezzo, se arriva, passa più dal mercato globale che dagli sbarchi negli Stati Uniti. Secondo Trump, la Russia fornirà subito oltre 300mila tonnellate di gasolio, poi altre 500mila a novembre e 1 milione di tonnellate subito dopo, più ulteriori 3 milioni “in breve tempo”. L’ultima tranche è condizionata: Mosca la lega allo stato delle sue raffinerie, e Trump non ha precisato le tempistiche.

Conviene anche misurare le cifre. Quattro milioni e ottocentomila tonnellate corrispondono, con una conversione approssimativa, a circa 36 milioni di barili: un volume significativo, pari a circa due mesi di importazioni europee di diesel, ma una tantum e inferiore al rilascio delle scorte deciso dal G7. Molto dipende da quanto e quando arriverà davvero: la parte più consistente dell’annuncio è legata alle condizioni delle raffinerie russe, che restano un bersaglio dei droni ucraini, e al divieto di export che Mosca ha in vigore fino alla fine di ottobre.

Restano poi diverse incognite politiche. Negli Stati Uniti la legge sulle sanzioni approvata dal Congresso impone all’amministrazione di colpire i principali importatori di petrolio e gas russi, e non è chiaro come ciò si concili con la nuova licenza. Le elezioni di metà mandato di novembre continueranno a orientare le scelte della Casa Bianca. E, soprattutto, la variabile decisiva rimane Hormuz: finché lo Stretto non tornerà a funzionare pienamente, il prezzo del greggio resterà esposto a ogni nuova tensione nel Golfo.

Sul fronte interno le scadenze sono ravvicinate. Il governo deve decidere se e come attivare le accise mobili, mentre la premier Giorgia Meloni ha chiesto alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen maggiore flessibilità di bilancio per sostenere famiglie e imprese. Il tetto di Eni, partito il 28 settembre per trenta giorni, scade verso la fine del mese, salvo proroga. E l’arrivo dell’inverno aumenterà la domanda di gasolio da riscaldamento proprio quando il mercato è più teso.

La lezione di queste settimane va oltre il prezzo del pieno. Il costo del gasolio per un automobilista italiano oggi dipende da uno stretto marittimo nel Golfo Persico, dalle priorità elettorali americane, dalle raffinerie russe colpite dai droni ucraini e da un decreto che a Roma non è ancora arrivato. L’Europa ha scelto, giustamente, di non finanziare la guerra di Mosca con i propri acquisti di carburante. Non ha però costruito nel frattempo un’alternativa abbastanza solida. Finché resterà dipendente dalle importazioni di distillati, ogni crisi geopolitica si tradurrà, prima o poi, in un rincaro alla pompa.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Leggi anche:  Perché all’Europa manca ancora un vero titolo sicuro?

Precedente

Quando il dottor Google ci manda dal medico

Successivo

Il Nobel per l’economia 2026 a Robert Hall e Michael Woodford

  1. Savino

    Dove ci ha portato una classe dirigente che ha solo privilegiato la mobilità di persone e merci su autoveicoli, abbandonando a sè stessi i mezzi pubblici per il trasporto di persone e la rete del ferro nonchè trasporti alternativi (vie di navigazione marittima e fluviale) per le merci.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén