L’inflazione inattesa aumenta alcune spese pubbliche. Il governo chiede flessibilità all’Europa su questa base. Ma bisogna considerare che salgono anche le entrate, a causa del fiscal drag. Una simulazione calcola quanto valgono i due effetti.

Il conto deve comprendere anche le entrate

Chiedere all’Unione europea maggiore flessibilità per fronteggiare l’aumento delle spese legate all’inflazione ha una logica: quando i prezzi crescono più del previsto, mantenere il potere d’acquisto delle prestazioni pubbliche costa di più. Ma il ragionamento è incompleto se si guarda soltanto alle uscite. La stessa inflazione può aumentare anche le entrate attraverso il fiscal drag. Nel trattamento adottato dalla Commissione europea, il drenaggio fiscale concorre alle misure discrezionali di entrata che riducono la dinamica della spesa netta. Per valutare il peso della sorpresa inflazionistica occorre quindi considerare entrambi gli effetti.

L’indicatore europeo, su cui si basa la valutazione del rispetto del Patto di stabilità, parte dalla spesa pubblica ed esclude gli interessi, le misure discrezionali di entrata, la spesa per programmi dell’Unione interamente finanziata da fondi europei, il cofinanziamento nazionale dei programmi europei, la componente ciclica dei sussidi di disoccupazione e le misure una tantum e temporanee (articolo 2 del regolamento Ue 2024/1263). A parità delle altre rettifiche, la sorpresa inflazionistica incide quindi sulla spesa netta attraverso l’aumento delle spese che rientrano nell’indicatore e, in senso opposto, l’incremento del fiscal drag riconosciuto tra le misure discrezionali di entrata.

Il fiscal drag è infatti un meccanismo che genera maggiori entrate: se il reddito nominale cresce per compensare l’aumento dei prezzi e scaglioni e detrazioni dell’Irpef rimangono fermi, il contribuente paga una quota del suo reddito più elevata, pur senza diventare più ricco in termini reali. Lo Stato incassa così un’imposta aggiuntiva.

Il fatto che nel calcolo europeo rilevi l’intero fiscal drag non impedisce di distinguere la quota dovuta alla revisione delle previsioni di inflazione.

Se la richiesta di flessibilità in Europa da parte del governo è motivata esclusivamente dalla sorpresa inflazionistica nel 2026 rispetto alle previsioni fatte nel 2025 con un tasso di inflazione minore, bisogna calcolare non solo quanto aumentano le spese per effetto dell’inflazione inattesa, ma anche di quanto aumentano le entrate da fiscal drag.

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Quanto pesa la revisione dei prezzi

Proponiamo una simulazione che confronta due scenari relativi all’Ipca (indice dei prezzi al consumo armonizzato): un’inflazione dell’1,8 per cento nel 2026 e dell’1,8 nel 2027, prevista nel Piano strutturale di bilancio di medio termine (Psbmt), e un’inflazione rispettivamente del 3 e del 2,3 per cento prevista nel Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp). Ponendo i prezzi del 2025 pari a 100, nel 2027 l’indice dei prezzi raggiunge 105,37 anziché 103,63: una differenza di circa 1,74 punti indice.

Prendiamo come riferimento la spesa a legislazione vigente nel 2025. Applicando lo scostamento dei prezzi a un insieme di voci pari a circa 402 miliardi, con coefficienti differenziati di indicizzazione, otteniamo nella simulazione un incremento di 6,15 miliardi per il 2027 (tabella 1). Il perimetro comprende pensioni, prestazioni per le famiglie e disoccupazione, oltre al Tfr dei dipendenti pubblici, per un aggregato pari a circa il 18 per cento del Pil. Nel perimetro ampliato alternativo, pari al 20,4 per cento del Pil (462 miliardi), l’incremento stimato sale a 7,16 miliardi nel 2027 (tabella 1). Il perimetro ampliato riprende la dimensione aggregata richiamata nella lettera della presidente del Consiglio alla Commissione europea; in assenza del dettaglio delle singole voci, la sua composizione resta un’ipotesi della simulazione.

Se invece si utilizza il deflatore del Pil, confrontando i livelli cumulati nel 2027 nei due scenari e ponendo il 2025 pari a 100, lo scostamento è di circa 0,30 punti indice. Infatti, la crescita del deflatore del Pil nel 2026 è prevista all’1,9 per cento nel Psbmt e all’1,7 nell’ultimo Dpfp; nel 2027 i valori sono rispettivamente l’1,8 e il 2,3 per cento. I due indici misurano prezzi diversi: il deflatore del Pil riguarda la produzione interna e, diversamente dall’Ipca, non include direttamente i prezzi dei beni importati, tra cui l’energia. Applicando questo scostamento agli stessi aggregati e coefficienti, come esercizio alternativo, l’incremento di spesa sarebbe pari a 1,08 miliardi nel perimetro base e 1,26 miliardi nel perimetro alternativo. Sembra poco verosimile che la motivazione principale della richiesta di flessibilità possa fare riferimento a quest’ultimo scostamento.

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Tabella 1 – Incrementi delle voci considerate nella simulazione

La simmetria con il fiscal drag inatteso

Per le entrate, la stima del fiscal drag nel 2027 passa da 5,78 miliardi, nello scenario del Psbmt, a 8,33 miliardi nello scenario aggiornato con i tassi di inflazione Ipca previsti nel Dpfp. La differenza è di 2,55 miliardi. Definiamo questa differenza come fiscal drag inatteso rispetto alle previsioni del Psbmt, per confrontarla con l’incremento delle spese calcolato con gli stessi scenari Ipca. La distinzione serve al confronto tra scenari; nel calcolo europeo rileva invece l’intero fiscal drag.

Nei valori della simulazione, il fiscal drag inatteso compensa tra il 36 e il 42 per cento dell’incremento delle voci considerate. Sottraendo 2,55 miliardi, l’onere residuo simulato è di 3,6 miliardi nel perimetro di base e di 4,61 miliardi in quello ampliato. Questi valori rappresentano il saldo delle sole componenti simulate, non una stima completa della variazione dell’indicatore spesa netta.

Il fiscal drag inatteso realizza quindi una compensazione parziale. La sorpresa inflazionistica può dunque sostenere una richiesta di flessibilità, ma il suo peso va valutato insieme all’incremento di entrate che produce, nel caso in cui si decida di non indicizzare il sistema fiscale per restituire il fiscal drag.

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