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Luigi Lodovico Pasinetti: l’economista italiano che ha fatto discutere il mondo*

Il 31 gennaio si è spento Luigi Lodovico Pasinetti. I suoi contributi alla teoria del valore, della distribuzione del reddito e dello sviluppo economico sono stati al centro di ampi dibattiti internazionali. Lascia un’eredità non semplice da raccogliere.

La biografia

Si è spento il 31 gennaio, all’età di 92 anni, Luigi Lodovico Pasinetti, professore emerito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, accademico dei Lincei e uno dei più importanti economisti italiani. I suoi contributi alla teoria del valore, della distribuzione del reddito e dello sviluppo economico sono stati al centro di ampi dibattiti che lo hanno visto confrontarsi, spesso con successo, con i più importanti economisti del XX secolo, molti dei quali insigniti del premio Nobel: da Paul Samuelson, a Robert Solow, a Franco Modigliani, a John Hicks, al giovane Joseph Stiglitz.

Nato a Zanica, in provincia di Bergamo, il 12 settembre 1930 in una famiglia di modeste origini, Luigi era il primo di quattro figli. Diplomatosi ragioniere, trovò lavoro a Milano come contabile. Affascinato dalle lezioni di economia matematica che si tenevano in Università Cattolica, si iscrisse alla facoltà di Economia e Commercio frequentando i corsi serali e laureandosi a pieni voti, con una tesi scritta sotto la supervisione di Francesco Vito e Siro Lombardini. La sua formazione ebbe una decisa svolta quando, grazie a una serie di borse di studio, Pasinetti poté continuare gli studi prima a Cambridge in Inghilterra, poi ad Harvard, in seguito a Oxford e poi di nuovo a Cambridge dove conseguì il dottorato, sotto la supervisione di Richard Goodwin.

Quando Pasinetti giunse nel 1956 sulle rive del fiume Cam, Cambridge era una straordinaria fucina di ricerca economica, con gli allievi diretti e indiretti di Keynes (Joan Robinson, Richard Kahn, Richard Goodwin, Nicholas Kaldor) impegnati a sviluppare le idee del maestro, estendendole all’analisi dinamica di lungo periodo. A Cambridge Pasinetti incontrò una figura fondamentale per il suo percorso intellettuale: Piero Sraffa, economista e intellettuale antifascista (amico del banchiere-umanista Raffaele Mattioli, che guiderà in modo illuminato la Comit per lunghi anni). In questo ambiente intellettuale così denso di idee radicali e innovative, Pasinetti si sentì subito a casa, diventando fellow del King’s College, dove rimase per molti anni, intervallati dall’insegnamento presso l’Università Cattolica e i viaggi di ricerca in varie parti del mondo.

Nel 1976 Pasinetti rientrò stabilmente all’Università Cattolica Milano, nella facoltà di Economia della quale divenne preside nel triennio 1980-1983. Presidente della Società italiana degli economisti e della European Society for the History of Economic Thought, membro della Pontificia Accademia delle Scienze e dell’Accademia dei Lincei, Pasinetti ebbe un ruolo propulsivo nella fondazione della facoltà di Economia di Bergamo e dell’Università di Lugano. Ritiratosi nel 2003 dall’insegnamento, ha continuato a partecipare fino a pochi mesi fa alla vita dell’Università Cattolica e a portare avanti le sue ricerche, ricevendo il titolo di emerito nel 2018.

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Protagonista nel “dibattito fra le due Cambridge”

Dal punto di vista teorico, Pasinetti lascia un’eredità grandiosa, ma non facile da raccogliere. Una parte non piccola dei suoi successi derivano dalla sua critica acutissima e caparbia ai fondamenti della teoria neoclassica dei prezzi e del capitale. Infatti, dopo aver elaborato una elegante nonché rigorosa formulazione matematica del modello di Ricardo, Pasinetti partecipò da protagonista al cosiddetto “dibattito fra le due Cambridge”. In questo contesto, riuscì a dimostrare che la relazione fra il capitale impiegato e il saggio di profitto non ha nessuna somiglianza con una funzione di domanda e ciò rende impossibile la determinazione dei profitti e, di conseguenza dei salari, come frutto dell’incontro tra domanda e offerta. Un secondo contributo di rilievo fu l’estensione di Pasinetti della cosiddetta “teoria keynesiana della distribuzione del reddito”, in cui il mantenimento nel tempo dell’equilibrio macroeconomico di piena occupazione deriva da variazioni nella distribuzione del reddito fra capitalisti e lavoratori (ognuno con la sua propensione al risparmio) e non tanto da cambiamenti delle tecniche produttive associate a variazioni dei prezzi dei fattori, come supposto dalla teoria della crescita neoclassica di Solow e Swan, ancora oggi alla base dell’insegnamento della disciplina in tutto il mondo. 

Un terzo contributo fondamentale, elaborato all’interno della sua tesi di dottorato e raffinato in molte opere successive, è la costruzione di un modello di crescita multisettoriale capace di rappresentare la dinamica strutturale dei sistemi economici. L’interesse e l’originalità del modello di Pasinetti sono dati dal fatto che l’andamento macroeconomico complessivo viene derivato all’interno di un sistema disaggregato per settori, mostrando come l’evoluzione del progresso tecnologico, delle abitudini di spesa dei consumatori, della produttività del lavoro, della distribuzione del reddito fra diversi gruppi sociali e dei profitti fra diversi settori condizionano il sentiero di sviluppo di un’economia. Dal modello di Pasinetti emerge immediatamente come il sistema capitalista produca spontaneamente carenza di domanda e ampi fenomeni di disoccupazione tecnologica. Per Pasinetti, questi squilibri non possono essere risolti, se non in piccola misura, attraverso i meccanismi di aggiustamento dei prezzi e da una riduzione generalizzata dei salari. Per avvicinarsi alla piena occupazione è necessario un insieme più ampio di meccanismi di aggiustamento, con misure volte ad accelerare i processi di riallocazione delle risorse fra i diversi settori produttivi, formare i lavoratori e renderli capaci di assorbire le innovazioni e il cambiamento tecnologico. In secondo luogo, occorre un intervento deliberato da parte dei policy maker per indirizzare i flussi di reddito tra i diversi settori e compensare, a livello aggregato, le carenze di domanda effettiva.

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Avvicinare la teoria economica alla realtà delle moderne società industriali

L’intento di Pasinetti, in tutta la sua vita, è stato quello di avvicinare la teoria economica alla realtà delle moderne società industriali, confutando l’idea che gli spontaneismi di mercato bastassero ad ottenere risultati socialmente desiderabili. In occasione della crisi finanziaria del 2007-2008, ha levato ancora la sua voce per mostrare come affondasse le sue radici in una profonda crisi teorica, dovuta all’eccessiva fiducia nella capacità allocativa e compensativa dei mercati finanziari, e all’abuso di modelli e teoremi di dubbia cogenza logica e rilevanza pratica. Ancor più, puntava il dito verso il ruolo di una distribuzione del reddito sempre più iniqua nel determinare l’instabilità del sistema, fattore che per decenni era stato largamente ignorato e quasi espunto dalla teoria economica standard. Con l’insegnamento, questa “visione preanalitica” dell’economia è stata trasmessa a diverse generazioni di allievi, molti dei quali – dopo averne frequentato le lezioni a Milano e a Cambridge – hanno proseguito la carriera accademica, seguendo liberamente percorsi intellettuali talvolta diversi da quello originario, ma che hanno comunque arricchito il dibattito nella professione. Anche in questo il suo insegnamento è stato fecondo. Oggi il pensiero di Pasinetti rimane una sfida lanciata agli economisti perché sappiano sondare con appropriati strumenti di analisi, innovativi e liberi da indebite semplificazioni, i grandi problemi economici del nostro tempo.

* Questo articolo è pubblicato in contemporanea su Menabò di Etica ed Economia.

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  1. Firmin

    Pasinetti è stato un campione del contrasto al “retoricume neoliberista”, come lo chiamava un altro grande economista scomparso: Federico Caffè. Oggi quasi nessuno sembra occuparsi dei fondamenti dell’economia, trovando più proficuo (anche accademicamente) dare per scontate le tesi mainstream e dedicarsi ad aspetti tecnici talvolta secondari. Purtroppo la realtà ci sta richiamando sempre più spesso all’importanza di questioni come la distribuzione del reddito, i veri driver dello sviluppo (che non può che essere endogeno se vuole essere sostenibile), le politiche del lavoro, ecc. che invece erano il nucleo della riflessione degli economisti almeno fino agli anni 60. Purtroppo non si vede all’orizzonte qualcuno che raccolga l’eredità di intellettuali profondi e raffinati come Pasinetti.

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