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Def e riclassificazione dei crediti d’imposta: che fine hanno fatto i risparmi futuri?*

Dopo la riclassificazione dei crediti di imposta decisa da Eurostat, nei prossimi anni si dovrebbe registrare un miglioramento dell’indebitamento netto della pubblica amministrazione. Ma nel Def appena approvato c’è scarsa trasparenza su questo punto.

Gli effetti della riclassificazione

La scorsa settimana il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento di economia e finanza che contiene il quadro macroeconomico e di finanza pubblica di consuntivo per il 2022 e di previsione per il triennio 2023-2025. In particolare, il Def riporta il deficit (indebitamento netto) tendenziale (ovvero a legislazione vigente) e programmatico (ovvero che tiene conto della variazione della legislazione in programma) del conto della pubblica amministrazione in rapporto al Pil.

La recente precisazione di Eurostat sui crediti pagabili e non pagabili ha imposto di imputare i primi, ovvero quelli oggetto di cessione del credito (in particolare il Superbonus e il bonus facciate) tutti nell’anno di concessione, registrandoli come maggiore spesa, mentre in precedenza erano distribuiti nei vari anni in cui sarebbero stati riscossi e registrati come minori entrate. Ciò ha determinato un peggioramento dell’indebitamento netto di 0, 2 punti nel 2020, 1,8 punti nel 2021 e 2,6 punti 2022 (approssimativamente pari, rispettivamente, a 3,3 miliardi, 32,2 miliardi e 49,6 miliardi). Ovviamente, ci si attendeva che da ciò conseguisse un effetto di miglioramento dell’indebitamento netto per gli anni dal 2023 in poi.

Il Def non fornisce un’informazione puntuale sulla questione. Un’indicazione meramente orientativa dell’ effetto positivo può essere stimata confrontando i dati del Def con quelli della Nota tecnico illustrativa alla legge di bilancio 2023 (Nti), la più recente stima ufficiale del conto delle amministrazioni pubbliche antecedente alla riclassificazione contabile operata dall’Istat. In particolare, è utile considerare le revisioni apportate alle due principali voci di entrata e di spesa interessate dalla riclassificazione, ovvero, sul lato delle spese i contributi agli investimenti e sul lato delle entrate le imposte dirette. Entrambe le voci sono state significativamente riviste al rialzo dal Def rispetto alla Nti, principalmente, anche se non esclusivamente, per effetto della riclassificazione: i crediti d’imposta sono stati infatti espunti dalle entrate (che sono state di conseguenza aumentate) e sono stati imputati sul lato delle spese (anch’esse di conseguenza incrementate).

Le revisioni sono naturalmente influenzate anche da altri fattori, oltre che dalla riclassificazione dei crediti, ma l’effetto di quest’ultima dovrebbe essere preponderante, quindi, in assenza di informazioni nel Def, la differenza indicata nella tabella può essere assunta come una approssimazione dell’effetto della riclassificazione sul deficit.

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L’effetto appare fortemente peggiorativo del deficit nel 2022. Per il triennio 2023-2025, la differenza tra la marcata revisione al rialzo delle entrate e quella più contenuta al rialzo delle spese produce un effetto migliorativo del deficit, che – fatta salva l’influenza di altri fattori – corrisponderebbe a circa 0,2 punti di Pil nel 2023, e a 0,7 punti di Pil sia nel 2024 che nel 2025. Questi valori potrebbero essere leggermente sovrastimati poiché non tengono conto della riclassificazione dei contributi comunitari del Piano nazionale di ripresa e resilienza che hanno concorso, in piccola parte, a finanziare il Superbonus. Nel 2023 il miglioramento è più contenuto poiché risente dei crediti di imposta ancora elevati di coloro che hanno fruito della cessione del credito fino al 16 febbraio, giorno di entrata in vigore del decreto 11/2023, che ha eliminato la cessione del credito e lo sconto in fattura. Per inciso, il Def ha precauzionalmente deciso di classificare per il 2023-2025 i crediti edilizi come pagabili anche se non beneficiano della cessione del credito. Nel caso, quasi certo, in cui l’Istat riconosca i crediti concessi successivamente al decreto come non pagabili, allora il miglioramento dei deficit dovuto alla riclassificazione contabile Eurostat potrebbe essere ancora più pronunciato.

I dati del Def

La riclassificazione contabile ha dunque generato un peggioramento dei deficit negli anni precedenti al 2023 e un corrispondente miglioramento da quell’anno in poi. Quest’ultimo risultato, quindi, è frutto di un mero artificio contabile. Bisogna infatti tener presente che l’utilizzo del miglioramento del deficit per finanziare incrementi di spesa o decrementi di entrate comporta un aumento del debito rispetto a quanto previsto prima della riclassificazione. Il miglioramento del deficit dovuto alla riclassificazione delle spese non produce, infatti, effetti positivi sul debito: l’entità e la tempistica dei pagamenti (che riguarda la cassa) non variano con la riclassificazione delle spese (che riguarda la competenza). Quindi il miglioramento dei deficit nel 2023-2025 non è di fatto utilizzabile, a meno che non si aumenti il debito previsto prima della riclassificazione.

Tuttavia, il Def non mostra nelle previsioni tendenziali un miglioramento del deficit pari all’effetto atteso dalla riclassificazione. Il miglioramento è assai inferiore, e pari a soli 0,1 punti di Pil nel 2023 e 0,2 punti nel 2024, con una sostanziale invarianza per il 2025. Gran parte del miglioramento del 2024 e 2025 è quindi stato assorbito da un incremento delle spese o un decremento delle entrate previste a legislazione vigente, generando un corrispondente incremento di debito.

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Questo effetto è amplificato dal quadro programmatico del Def che, confermando gli obiettivi programmatici di indebitamento netto della Nadef, utilizza anche i limitati spazi di miglioramento del deficit tendenziale. Di fatto, quindi, il Def prevede di utilizzare l’intero miglioramento del deficit dovuto alla riclassificazione, incrementando conseguentemente il debito. La conseguenza di ciò è un rallentamento del percorso di discesa del rapporto debito/Pil.

Assodato che il governo ha deciso di utilizzare pienamente gli spazi di miglioramento del deficit per il 2023-2025 dovuti alla riclassificazione contabile (con le conseguenze che ne derivano in termini di debito), ci chiediamo come siano stati impiegati: per il 2023 lo spazio eventualmente liberato andrà a finanziare i 3,4 miliardi di decremento del cuneo fiscale. Nel 2024, 2 decimi di punto andranno a ridurre la pressione fiscale, ma, rispetto allo spazio finanziario generato dalla riclassificazione, rimangono diversi decimi di punto di Pil (circa 0,5 punti nel 2024 e 0,7 punti nel 2025 rispetto alla tabella, che, come già detto, riporta approssimazioni di massima), che restano apparentemente dispersi a copertura del peggioramento tendenziale di altre voci di spesa o di entrata. Quali sono le voci di spesa o di entrata che assorbono tali ingenti risorse, rallentando il profilo decrescente del debito? Rispondere a questa domanda è rilevante anche in funzione della legge di bilancio per il 2024, per la quale sarebbero stati disponibili (sempre nell’ipotesi in cui si accetti un aumento del debito) svariati miliardi, grazie alla riclassificazione contabile, se non fossero stati assorbiti dal peggioramento del deficit tendenziale, ovvero da un incremento della spesa o decremento delle entrate a legislazione vigente.

*Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell’autrice, senza nessun coinvolgimento dell’amministrazione di appartenenza.

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Il Punto

  1. Roberto Montani

    Ho una domanda che esula dall’argomento trattato nell’articolo ma fa sempre riferimento al bilancio pubblico quindi chiedo a voi che siete molto preparati e analitici sul tema. Nel Def vengono riportati gli interessi passivi che lo stato paga sul debito: 4,4% su pil nel 2022 e 3,7% su pil nel 2023. Anche il tasso di interesse implicito sul debito scende dal 3,1% nel 2022 al 2,7% nel 2023. Come fanno gli interessi sul debito a scendere cosi tanto pur essendo saliti i tassi di mercato e di conseguenza i tassi che lo stato paga sul nuovo debito emesso? Ringrazio per la risposta.

    • firmin

      Quello è il costo medio del debito, non il tasso al quale riusciamo a rinnovarlo oggi. Visto che il nostro debito ha una scadenza media sui 7 anni, il suo costo medio attuale è molto basso (quello del QE del 2016). Quel dato dovrebbe sgonfiare due retoriche contrapposte: quella sull'”enorme” peso del debito italiano sui conti pubblici, che impedirebbe politiche sociali coraggiose; e quella sui “danni” dell’euro: con la liretta oggi avremmo un costo medio del debito forse 3-4 volte superiore a quello attuale.

      • Roberto Montani

        Lo so che quello è il costo medio del debito, però non hai risposto alla mia domanda. Io chiedo come fanno gli interessi sul debito a scendere dal 4,4% del 2022 al 3,7% nel 2023? La stima degli interessi sul debito nel 2023 è credibile?

        • firmin

          E’ essenzialmente un effetto della composizione del debito. Il grosso dello stock di titoli è stato emesso quando i tassi erano quasi nulli. Quindi gli attuali rialzi pesano poco.

          • Roberto Montani

            Se gli attuali rialzi dei tassi pesano poco sullo stock complessivo del debito pubblico comunque gli interessi hanno avuto un rialzo o al massimo sono rimasti stazionari. Non mi spiego invece come gli interessi possano scendere, tra l’altro di una percentuale cosi elevata (0,7%). Fino a che qualcuno non mi da una spiegazione basata sui dati di questa discesa degli interessi sul debito per me la stima di 3,7% per il 2023 non è credibile.

  2. Firmin

    C’è chi abbellisce i bilanci con le plusvalenze e chi lo fa duplicando i debiti già registrati in passato. È una pratica comune in tutti gli organismi in cui non è obbligatorio lo stato patrimoniale…come i condomÍni e la PA. Per lo stesso motivo il DEF non prova imbarazzo a non registrare alcun effetto sui conti dei 500 miliardi di crediti fiscali inesigibili cancellati con la pace fiscale. Nelle banche si sarebbero chiamati NPL e avrebbero provocato voragini nel bilancio, compensate da aumenti di capitale e DTA. Grazie alla mancanza di uno stato patrimoniale nella PA, a differenza dei 4 spicci dei bonus edilizi, l’Eurostat, la Ragioneria, l’Upb e compagnia non hanno avuto nulla da ridire.

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