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Dopo-pandemia: le donne tornano al lavoro, ma è di basso livello*

L’occupazione femminile è cresciuta negli ultimi due anni e i divari di genere, aumentati durante la pandemia, sono tornati ai livelli precedenti. Ma le donne continuano a essere segregate in attività a basso valore aggiunto con contratti meno stabili.

Il dopo-pandemia nel mercato del lavoro

Nel corso del 2020 la pandemia ha penalizzato soprattutto le prospettive lavorative delle donne (si veda qui, qui e qui), gravate anche dalle accresciute difficoltà di conciliazione tra carichi familiari e vita lavorativa. Come mostrato nell’analisi condotta periodicamente dalla Banca d’Italia, dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e dall’Anpal, l’occupazione femminile è tornata ad aumentare a partire dalla seconda metà del 2021, raggiungendo livelli storicamente elevati (figura 1). Nell’ultimo anno e mezzo quasi il 40 per cento dei nuovi posti di lavoro sono stati occupati da donne, una quota superiore di 2,5 punti percentuali rispetto al biennio 2018-2019.

Figura 1 – Posizioni lavorative, valori cumulati dal 2018 (indice: dicembre 2019=1)

Fonte: elaborazione su dati delle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali; cfr. Nota metodologica.
Dati destagionalizzati con procedura Tramo-SEATS.

I settori che assumono donne

Le prospettive d’impiego delle donne sono fortemente vincolate dalle dinamiche settoriali, sulle quali hanno influito sia la pandemia sia le misure di politica economica adottate negli ultimi anni. Nelle costruzioni, che lo scorso biennio hanno beneficiato anche degli interventi governativi per la riqualificazione degli edifici, la domanda di lavoro continua a essere rivolta quasi esclusivamente alla popolazione maschile. Tra gli uomini, il contributo del settore alla crescita occupazionale totale è praticamente raddoppiato rispetto al 2018-2019, dal 15 al 29 per cento (figura 2 pannello a). L’occupazione femminile, anche nell’ultimo biennio, ha continuato invece a essere trainata soprattutto dai servizi (figura 2 pannello b).

Figura 2 – Quota delle attivazioni nette per genere e per settore

Fonte: elaborazione su dati delle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali; cfr. Nota metodologica.
Dati destagionalizzati con procedura Tramo-SEATS.

All’interno del settore dei servizi è possibile analizzare la dinamica dell’occupazione in quei comparti che sono comunemente definiti Kis, cioè “Knowledge-Intensive Services, che a loro volta possono essere distinti in high-tech Kis e altri servizi Kis.

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Il maggior ricorso a forme di lavoro da remoto durante la pandemia e la sempre più ampia diffusione di servizi digitali hanno portato a una parziale ricomposizione delle assunzioni nette a favore di tutti i settori Kis (figura 3 pannello a). Nel biennio 2021-2022 in questi comparti sono stati creati 158 mila posti di lavoro, quasi il doppio rispetto al periodo 2018-2019 (86 mila posizioni): nello stesso intervallo temporale l’incidenza sul totale dei nuovi contratti è passata da circa il 18 al 24 per cento. In questi settori, però, il peso delle donne è ancora limitato: nelle attività ad alto contenuto tecnologico (high-tech), ad esempio, solo due quinti delle posizioni lavorative create sono state rivolte alle lavoratrici. La componente femminile risulta invece maggiore nei settori non Kis del commercio e dei servizi alla persona (figura 3 pannello b).

Figura 3 – Attivazioni nette e quote di donne nei settori Kis

Fonte: elaborazione su dati delle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali; cfr. Nota metodologica. (1) Fanno riferimento ai servizi del commercio (Ateco G) e alle altre attività di servizi alla persona (Ateco 96). – (2) Si riferisce alle attività di produzione cinematografica, televisiva e musicale (Ateco 59), a quelle di programmazione e trasmissione (Ateco 60), alle telecomunicazioni (Ateco 61), alla produzione di software (Ateco 62), alle attività di servizi d’informazione e informatici (Ateco 63), e a quelle di ricerca scientifica e sviluppo (Ateco 72).

Contratti meno stabili

La minore presenza delle donne nell’industria e nei settori high-tech, e la loro concentrazione nel turismo e nei servizi alla persona, si riflette anche sulla tipologia di contratti offerti, più spesso temporanei: nelle attività di alloggio e ristorazione, ad esempio, due terzi dei posti di lavoro creati nell’ultimo biennio erano a tempo determinato, contro circa il 39 per cento nella manifattura, il 23 nelle costruzioni e il 32 negli altri servizi. Permane pertanto una più alta frammentarietà delle carriere femminili: negli ultimi due annile donne hanno occupato circa metà dei nuovi impieghi a termine, ma solo un terzo di quelli a tempo indeterminato (figura 4).

Figura 4 – Attivazioni nette per genere e per tipologia di contratto (1)(migliaia di posizioni)

Fonte: elaborazioni su dati ministero del Lavoro e delle Politiche sociali (comunicazioni obbligatorie) e Inps, Osservatorio sui lavoratori dipendenti; cfr. Nota metodologica.
(1) Dati destagionalizzati con procedura Tramo-SEATS.

Complessivamente, l’occupazione femminile è dunque cresciuta negli ultimi due anni e i divari di genere – che erano aumentati durante la pandemia – sono tornati ai livelli precedenti. Tuttavia, le donne tendono ancora a essere segregate in attività a basso valore aggiunto e in impieghi meno stabili. Tra le sfide che il nostro paese dovrà affrontare nei prossimi anni non ci sarà pertanto solo quella di aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, rafforzando per esempio gli strumenti di conciliazione tra vita e lavoro. Sarà necessario anche promuovere il coinvolgimento delle donne in occupazioni più qualificate e specialmente in quelle ad alto contenuto tecnologico, agendo già durante il percorso scolastico: le ragazze, infatti, continuano a essere una minoranza dei diplomati e dei laureati in materie tecnologiche e scientifiche.

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*Le opinioni espresse sono personali e non impegnano in alcun modo la Banca d’Italia o il Sistema europeo di banche centrali.

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  1. Savino

    La cattiva conciliazione vita-lavoro e i bassi salari rendono vano ogni sforzo. Per un migliore inserimento delle donne e dei giovani nel mondo del lavoro debbono mollare l’osso i più anziani. Non è più tollerabile vedere in lavori, che dovrebbero essere qualificati con tanto di laurea, dei 60-70enni che improvvisano continuamente perchè non hanno titoli di studio e percorso formativo necessario. Anche per dare la possibilità (e responsabilizzare di più, di conseguenza) donne e uomini di giovani generazioni è assolutamente necessario anzitutto che la generazione precedente vada via e che si creino le condizioni strutturali opportune, come asili nido o agevolazioni per comprare casa per le giovani coppie. Non se ne può più in certi ambienti di lavoro di vedere le stesse facce di bronzo di 40-45 anni fa, facce di bronzo perchè a queste persone la paga (spesso non meritata) continua a far gola, lasciando a spasso le nostre donne e i nostri giovani, tutte persone competenti e dal modo di pensare contemporaneo.

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