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Partecipazione al lavoro e disuguaglianze: il ruolo della politica monetaria *

Le crisi economiche colpiscono di più i lavoratori a basso reddito, che spesso rinunciano a partecipare al mercato del lavoro. Attraverso un effetto di selezione scende così la disuguaglianza. La politica monetaria dovrebbe prestare attenzione al fenomeno.

La rinuncia a partecipare al mercato del lavoro

La riduzione della partecipazione al lavoro è stata documentata da più parti (per esempio, qui) già a partire dalla crisi finanziaria del 2009. Molti di coloro che avevano perso il lavoro durante quella crisi non tornavano a cercarlo attivamente. Lo stesso fenomeno, ancora più pronunciato, si osserva dopo la pandemia: si registra infatti una caduta della partecipazione al lavoro e anche una scarsa mobilità occupazionale.

Tutto ciò negli Stati Uniti è stato definito “Great Resignation”, una parola che indica qualcosa che va al di là delle dimissioni dal lavoro, e che suggerisce una rassegnazione. Il libro di Anne Case e Angus Deaton (Deaths of Despair) ha documentato il malessere sociale e psicologico che ne è conseguito.

Al di là di quanto accade agli individui, la tendenza può avere conseguenze anche per l’economia in generale: la mancanza di manodopera comporta contraccolpi per le catene di prodotto e può portare a una crescita dei salari incontrollata con ripercussioni anche sull’inflazione. Se da un lato una crescita dei salari può essere benefica dopo molti anni di stagnazione, in un contesto di forte mancanza di lavoratori può portare a un aumento dei salari oltre quello compatibile con la crescita economica.

I fenomeni di questo tipo sono in larga parte il risultato delle ferite lasciate da crisi molto profonde. I dati dimostrano che sono di solito le classi più deboli a pagarne le maggiori conseguenze in termini di prospettive di lavoro. Focalizzandoci sempre sugli Stati Uniti d’America (con i dati del Current Population Survey), i grafici sotto mostrano che minoranze etniche e donne sono i gruppi che hanno avuto i maggiori tassi di disoccupazione e non occupazione in seguito della pandemia.

Figura 1

Queste tendenze valgono anche più in generale. Ad esempio, la media dei licenziamenti e dimissioni (prima parte della figura 2, che mostra la media sull’asse delle ordinate e i percentili di reddito sull’asse delle ascisse) è più alta per i lavoratori a reddito basso. E lo stesso vale per l’incertezza, misurata come varianza dei licenziamenti e delle dimissioni: è più alta per i lavoratori a reddito basso (seconda parte della figura 2).

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Figura 2

Il lavoro costituisce la gran parte dell’identità di una persona e quindi la sua assenza genera il malessere sociale e psicologico documentato da Case and Deaton.

Disuguaglianza di ricchezza e disuguaglianza di reddito

Una soluzione di lungo periodo al problema si può trovare ovviamente solo nelle politiche del lavoro. Tuttavia, possono aiutare anche le politiche di breve periodo, come la politica monetaria. Non solo: sta diventando sempre più comune includere nel mandato delle banche centrali l’obiettivo di redistribuzione e una crescita proporzionata per tutti, incluse le minoranze.

Una parte di questa nuova prospettiva sulla politica monetaria è ispirata da una crescente letteratura accademica che include agenti eterogenei nella ricchezza in modelli macro con rigidità nominali volti a studiare la politica monetaria. Attraverso di essi è possibile analizzare il trade-off tra la crescita e la disuguaglianza e conformare di conseguenza la politica monetaria.

Finora, tuttavia, questi modelli, così come le analisi fatte nelle banche centrali attraverso di essi, assumevano che l’eterogeneità del reddito fosse esogena, cioè assunta a priori e non determinata nel mercato del lavoro. Le analisi si sono concentrate soprattutto sulla disuguaglianza nella ricchezza, che risultava dalle scelte di risparmio. In quest’ottica, sono le fasce più ricche che contribuiscono di più alla tendenza del ciclo economico con i loro consumi: una politica monetaria espansiva fa salire il valore delle attività finanziarie, che sono detenute dalla percentuale di lavoratori che guadagna di più. La crescita della loro ricchezza fa poi salire il loro consumo che contribuisce alla crescita economica. Su queste basi, lo studio del meccanismo di trasmissione della politica economica si concentrava sul suo impatto sulle classi più ricche.

I dati mostrano però che anche la disuguaglianza di reddito sta crescendo assieme a quella della ricchezza. Dunque, lo studio della trasmissione del meccanismo della politica monetaria deve tener conto anche della distribuzione del reddito. Inoltre, i dati mostrano che una gran parte dell’impatto della politica monetaria avviene sui salari e sulla partecipazione al lavoro delle classi impiegate in lavori meno pagati, e non su quelle più ricche. In soldoni, per tenere conto appieno delle conseguenze della politica monetaria per la distribuzione del reddito è necessario concentrarsi sulle sue conseguenze per i lavoratori a basso reddito e per la loro partecipazione al lavoro. Uno studio che ho condotto con Marianna Kudlyak, Ekaterina Shabalina e David Wiczer mostra che una restrizione monetaria fa aumentare le uscite dal mercato del lavoro molto di più per i lavoratori a basso reddito. Allo stesso tempo questi lavoratori fanno più fatica a rientrare e a muoversi verso lavori migliori, la cosiddetta mobilità occupazionale. Sorprendentemente, si vede anche che la politica monetaria restrittiva riduce la disuguaglianza salariale: il motivo sta nella selezione. Dato che molte delle persone a basso reddito escono dal mercato del lavoro e non vi rientrano, quelli che rimangono impiegati sono i migliori e la loro scarsità fa aumentare i salari, dunque la disuguaglianza scende.

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Il nostro lavoro mostra che per comprendere appieno le conseguenze distributive e di crescita economica della politica monetaria è quindi necessario ampliare lo spettro delle considerazioni soprattutto per quel che riguarda le dinamiche del mercato del lavoro, e in particolare per gli incentivi alla partecipazione al lavoro. Lo studio mostra inoltre come siano proprio le fasce più deboli che contribuiscono al meccanismo di trasmissione: è e verso di loro che le quali quindi bisogna spostare l’attenzione.

* L’articolo riprende la discussione svolta nell’incontro “Politiche monetarie, diseguaglianza e mobilità sociale” al Festival Internazionale dell’Economia di Torino.

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Contratti collettivi appesi all’indice

  1. Savino

    Non c’è più produzione, nel senso di trasformazione di materia prima, e i dati peggiori sull’industria, col settore secondario quasi scomparso, lo dimostrano. Gli operai italiani sono dovuti andare in trasferta a manifestare a Parigi per verificare se Stellantis avesse in loco ancora un ufficio o meno. Non c’è più educazione ad andare e recarsi anche fisicamente su un posto di lavoro, con la disincentivazione del RdC e con il peggioramento delle nostre vite attraverso l’utilizzo della IA. C’è solo consumismo e chi ha più cartucce in senso di capitale a disposizione può utilizzarle. Ciò favorisce solo il benessere di chi già stava bene e le big company sul modello Amazon.

  2. Roberto

    Mi risulta poco chiaro, rispetto al fenomeno delle “great resignation”, soprattutto per quanto riguarda i lavoratori a basso reddito, di cosa possano vivere queste persone che hanno lasciato il lavoro. C’è qualcosa che non torna.
    Trattandosi di fasce economicamente deboli, dubito abbiamo accumulato risorse tali da permettersi anni di assenza di reddito. E i sussidi covid, peraltro non certo generosi, sono terminati da tempo dall’altra parte dell’oceano e, anche in Europa, le varie politiche assistenziali non possono di certo supplire ad anni di mancato reddito.
    Forse questi lavoratori sono rientrati in nero nel mondo del lavoro? Oppure ci sono stati significativi cambi di settore lavorativo – per esempio dal turismo/commercio all’industria?
    Insomma, l’idea che ci siano, ad esempio in Italia, centinaia di migliaia di persone che hanno perso interesse nel lavoro, cambiato le loro priorità di vita, ma che soprattutto abbiano trovato il modo per vivere senza reddito, mi sembra faccia a pugni con la logica. E forse con la realtà.

  3. Maurizio Cortesi

    La politica monetaria è di breve termine? Questa disinvolta affermazione illumina le debolezze e asimmetrie dell’articolo e mi conferma sempre più che quello che non va sono proprio gli economisti del lavoro e le loro proposte “politiche”. Le cosiddette politiche del lavoro hanno contribuito notevolmente alla corruzione e degenerazione della politica e delle istituzioni.

    • Francesco

      Forse intende dire che è stata l’assenza di politiche del lavoro as aver “contribuito notevolmente alla corruzione e degenerazione della politica e delle istituzioni.”

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