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Rientro dei cervelli: quando gli incentivi funzionano *

Se disegnati in maniera chiara, mirati ai giovani laureati e limitati nel tempo, gli incentivi fiscali per il rientro in Italia dei cervelli sono uno strumento utile. Ma vanno affiancati a misure concrete per intervenire sulle cause dell’emigrazione.

Due decenni di fuga dei cervelli e due decenni di incentivi fiscali

L’emigrazione di giovani e laureati ha caratterizzato la storia italiana degli ultimi due decenni, come ha ricordato il presidente Sergio Mattarella nel suo discorso il 2 giugno, con conseguenze negative su imprenditorialità e innovazione.

Come mostra la figura 1, i flussi in uscita di laureati (emigrati) sono sistematicamente maggiori di quelli in entrata (rimpatri). Inoltre, l’Italia rimane il fanalino di coda tra i paesi Ocse in termini di attrattività di immigrazione qualificata dall’estero.

Per contrastare il fenomeno, il legislatore è intervenuto con una serie di sgravi fiscali per favorire il rientro del capitale umano in Italia. I primi sono stati introdotti nel 2004 per i docenti universitari e ricercatori che tornavano in Italia dopo 2 anni all’estero. Tuttavia, è con la legge “Controesodo” (2010) che gli incentivi vengono estesi a tutti i laureati, a condizione di essere nati a partire dal 1969. I beneficiari godevano di un’esenzione Irpef del 70-80 per cento dei redditi da lavoro dipendente e autonomo. Il regime di Controesodo è stato sostituito nel 2015 dal Dlgs “Impatriati”, che ha rimosso il limite di età ed esteso gli incentivi ai non laureati purché in possesso di elevata specializzazione e di una lunga esperienza all’estero (5 anni). Infine, il Dl “Crescita” del 2019 ha eliminato i requisiti di specializzazione/laurea e reso gli incentivi più generosi. La tabella 1 riassume le principali caratteristiche dei regimi agevolativi.

Una valutazione dell’efficacia degli incentivi

Ma gli incentivi spingono veramente gli espatriati a tornare in Italia? Sebbene la letteratura economica mostri come le tasse sul reddito influenzino le scelte di migrazione degli individui con redditi alti, non è affatto scontato che i giovani laureati, spesso all’inizio delle rispettive carriere lavorative, siano così sensibili alle differenze di tassazione, soprattutto in un contesto di brain drain come quello italiano.

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Per rispondere alla domanda, in un lavoro con Jacopo Bassetto, studiamo gli effetti di Controesodo sul rientro del capitale umano in Italia, sfruttando i due requisiti – essere laureati e nati non prima del 1969 – per isolare l’effetto degli incentivi fiscali sul rientro in Italia. Infatti, sebbene la figura 2 mostri un incremento dei rientri di giovani laureati (aventi diritto) dopo il 2011, il fenomeno potrebbe essere dovuto anche a fattori diversi dagli incentivi, come l’aumento meccanico dei rientri all’aumentare delle partenze e la crisi economica che ha colpito diversi paesi europei oltre all’Italia. Per questo motivo, la nostra strategia in differenze triple (Triple Differences) confronta l’aumento dei rientri tra i giovani laureati con quelli tra i giovani diplomati e tra i laureati nati prima del 1969.

Utilizzando questa metodologia e i dati Istat sulle cancellazioni dall’Aire, stimiamo che l’introduzione degli incentivi fiscali con la legge Controesodo abbia aumentato del 30 per cento i flussi di rientro dall’estero di individui aventi diritto agli incentivi (rispetto ai non aventi diritto). L’aumento, benché sostanziale, non è tuttavia sufficiente a colmare il divario con le partenze.

Costi e benefici per la finanza pubblica

Ma quanto ci costano queste misure? Nel nostro lavoro ci focalizziamo sugli effetti degli incentivi sul gettito Irpef. Per stimarli, dobbiamo distinguere i rimpatri in due categorie: gli individui al margine, cioè persone rientrate grazie agli incentivi e che lo non avrebbero fatto se non ci fossero stati, e gli individui infra-marginali, coloro che sarebbero rientrati in ogni caso. I primi generano un beneficio netto per il fisco, mentre i secondi generano un costo pari alla differenza tra Irpef integrale e ridotta. Inoltre, il rientro dei primi produce ulteriori effetti fiscali che non consideriamo, come quelli del rientro di capitale umano qualificato sulla produttività e sul gettito di altre imposte (Iva, Inps e Irpef su redditi non da lavoro).

Nel caso di Controesodo, l’aumento del 30 per cento si traduce in un rapporto costi-benefici all’incirca in pareggio: con alcune assunzioni, la perdita di gettito degli infra-marginali è compensata dall’aumento di gettito degli individui marginali. Tuttavia, l’effetto fiscale è negativo se i) una quota sufficientemente alta di individui al margine re-emigraallo scadere degli incentivi (o prima) e se ii) la durata degli incentivi è troppo lunga o l’età media dei beneficiari troppo alta. Il motivo è che gli incentivi di lunga durata, nonché quelli concessi a individui sopra una certa età, riducono l’orizzonte contributivo tra la scadenza degli incentivi e la pensione, e quindi il beneficio fiscale.

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Incentivi sono efficaci se ben mirati e limitati nel tempo

Benché semplificata, la nostra analisi evidenzia come gli incentivi vadano disegnati in maniera oculata, con una durata non eccessiva, limitati al di sotto di una certa età e accompagnati da misure per ridurre la probabilità di re-emigrazione. Se il Dl Crescita va nella giusta direzione, garantendo un’estensione a chi mette radici in Italia — nello specifico, ai contribuenti con figli minori e a chi acquista un immobile adibito a prima casa –, l’assenza di un limite anagrafico e l’eccessiva durata rischiano di vanificare i benefici e di creare iniquità nel sistema fiscale. Infine, appare ingiustificato estendere gli incentivi ai lavoratori non laureati o poco qualificati.

In conclusione, gli incentivi fiscali sono uno strumento utile per stimolare il rientro di capitale umano, a patto che siano ben disegnati e accompagnati da misure per affrontare le cause dell’emigrazione (e della re-emigrazione allo scadere degli incentivi).

* I risultati di questo lavoro sono stati presentati nel panel “Generazione “Zaino in spalla”: come rendere l’Italia più attrattiva per i giovani? ” al Festival Internazionale dell’Economia di Torino.

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  1. Savino

    Il migliore incentivo è che i più anziani mollino le proprie posizioni e i propri orticelli. Assistiamo da decenni a posti importanti ricoperti sempre dalle stesse persone, prive di particolari curricula e di titoli di studio e formazione necessari. I nostri ragazzi, ben formati, culturalmente impostati nel modo corretto e pieni di idee devono fare per molti anni una gavetta da apprendisti sottopagati o devono emigrare, mentre i progettisti che non progettano niente e gli scienziati all’acqua di rose senza lauree e senza diploma continuano a stare nei posti, pubblici e privati, buoni, che contano, elevandosi anche a dare dei suggerimenti ai giovani, quando l’unico suggerimento che possono dare è sul bar che fa il cappuccino migliore. Vogliamo lo sviluppo economico, ma solo a chiacchiere perchè quando si tratta di passare la mano nessuno lo fa davvero.

  2. decio coviello

    Pezzo molto interessante e ben fatto. Forse c’e’ da aspettare gli effetti del DL crescita per veramente valutare come come gli incentivi vadano disegnati o comparare due incentivi diversi. complimenti.

  3. Max

    Devo dire che capisco incentivi con target specifici, es. per ricercatori, o lavoratori high-skilled o molto specializzati, per cui c’è carenza in Italia (anche perché si pagano bassi salari). Capisco meno quelli generalizzati (es. nella tabella, per il Decreto crescita, basta risiedere 2 anni all’estero come unico criterio???). Qual è la ratio per cui un Paese deve essere sempre interessato a far rientrare chi è andato all’estero da due anni, come unico requisito di “merito”? Si presume che chi emigri sia sempre meglio di chi non emigri, per cui meriti salari più alti se rientra? E’ chiaro che se la ragione per cui alcuni sono andati all’estero erano gli stipendi più alti, se l’incentivo alza il netto in modo da ridurre il gap Italia vs. estero, allora è chiaro che qualcuno rientrerà. Tuttavia non ne vedo necessariamente un beneficio per il paese e non capisco perché la fiscalità generale dovrebbe rinunciare a quel gettito solo perché uno è stato all’estero, in fin dei conti quello stesso posto di lavoro (senza target più specifici) potrebbe essere occupato da chi non è stato mai stato all’estero e paga appieno le imposte. Inoltre, teoricamente quel beneficio per il lavoratore avvantaggia l’azienda perché potrebbe pagare un salario lordo minore per un netto in tasca al lavoratore maggiore rispetto a chi all’estero non è stato. Misteri……

    • Marco

      Buongiorno, di fatto, siccome la gente non è stupida, questa legge è un incentivo all’emigrazione. Viene creata la situazione per cui in un’ università o in un’azienda una posizione è pagata 1600 netti a quanto pare se si è “stupidi” e per motivi non si è deciso di emigrare. Mentre la stessa posizione viene pagata 2200 per si ha vissuto all’estero 2 anni e si è deciso di tornare. Ridicolo e discriminatorio.

      Uno bravo che avrebbe potuto emigrare e non l’ha fatto (per vari motivi) si sente stupido per non essere emigrato ed è ora incentivato più di prima a farlo.

      Conosco gente in azienda che non sa l’inglese e non aveva intenzione di vivere all’estero ma grazie a questa fantastica legge discriminatoria sta ora imparando l’inglese e il suo obiettivo è ora scappare il prima possibile per all’estero, lavorare lì due anni e forse poi tornare.

      • Stefano

        Pare tu non abbia ben chiaro il significato di discriminazione.

        Qui si incentiva il rientro di determinate professionalità, visto che ci si è resi conto che la tendenza è chiaramente quella di perderle a beneficio di altri paesi che sanno incentivarle (con migliori condizioni lavorative/stipendi/etc).

        Però la tua “confusione” non mi sorprende, anzi: l’atteggiamento rosicone del “il mio collega guadagna più di me e io sono il pollo che sono rimasto” la fa da padrone, in questi casi.

        Ti senti discriminato? Io mi sento discriminato a non avere avuto nemmeno la possibilità di scegliere di rimanere nella mia terra d’origine (sud Italia). A non avere le stesse scuole/ospedali/strade/servizi che al nord.

        La discriminazione è a monte, questa è una toppa (e sono d’accordo che si può migliorare)

      • Luca

        Non c’è dubbio che le posizioni qualificate nel settore dei servizi in Italia sono ricoperte da lavoratori non idonei sia per percorso di studi che specializzazione lavorativa pregressa, qual’è la tua proposta per attrarre i lavoratori qualificati a rientrare dall’estero?
        Chi emigra non lo fa per avere uno stipendio più alto, molto spesso lo fa per poter sopravvivere ed avere uno stipendio minimo , quindi che permette di coprire le spese, lei pensa che le persone emigreranno per questo incentivo? le persone emigrano per disperazione e assenza di percorsi di carriera e avanzamenti

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