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Personale sanitario: dov’è il problema

Per risolvere il problema della carenza di personale sanitario servono soluzioni pragmatiche. Occorre ripensare i rapporti interprofessionali e bisogna investire sull’attrattività delle professioni sanitarie, quella infermieristica in particolare.

I numeri di medici e infermieri nel Sistema sanitario

Con la pandemia da Covid-19, ha preso piede in Italia come negli altri paesi occidentali un vivace dibattito rispetto ai fabbisogni di personale sanitario. La cronaca ha registrato le risposte, non sempre equilibrate, a una carenza di professionisti: ad esempio il ricorso, nel campo dell’emergenza-urgenza, a medici “gettonisti” o a riduzioni di servizi in altri settori. La discussione è quella giusta, ma spesso si focalizza sul problema sbagliato.

Il Servizio sanitario nazionale è sempre più impegnato sul fronte dell’assistenza territoriale, per dare risposta ai bisogni di una quota crescente di popolazione affetta da patologie croniche, di cui soffre circa un italiano ogni tre. Sul territorio, dunque, dovrebbero concentrarsi nuovi investimenti, previsti dal Dm 77 (il decreto ministeriale che ri-organizza i servizi sanitari territoriali), ma anche “nuovo” personale, assunto o re-indirizzato da altri servizi. Questo personale dovrebbe appartenere in prevalenza alle professioni sanitarie, specialmente a quella infermieristica. Per quanto riguarda l’assistenza ospedaliera, le tendenze dei paesi occidentali hanno ugualmente visto uno spostamento di alcuni compiti originariamente svolti dal personale medico verso altri professionisti sanitari, sempre più formati e professionalizzati e per le aziende relativamente più economici rispetto al personale medico. Si tratta del cosiddetto skill-mix change.

Nella pratica, lo skill-mix del Servizio sanitario nazionale è rimasto pressoché stabile nell’ultimo decennio: da 246 infermieri ogni 100 medici nel 2009 a 255 nel 2020.

Se si allarga il campo a tutto il Sistema sanitario, includendo quindi anche gli istituti privati accreditati e privati, il rapporto è persino inferiore e molto vicino a 2. Per mettere in prospettiva, i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (che comprendono anche la professione ostetrica e guardano al totale dei professionisti sanitari) ci dicono che la Francia si colloca oltre i 3,5, la Germania oltre i 3, l’Italia appena sopra l’1,5, di poco sopra Spagna e Portogallo, la Grecia intorno a 0,5.

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Anche volendo soltanto mantenere l’attuale rapporto, è chiaro che la sanità italiana ha bisogno di un numero di infermieri superiore a quello dei medici. Se poi si considerano anche gli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza e del Dm 77, e consideriamo che le risorse per la sanità non sono, per usare un eufemismo, illimitate, è evidente la necessità di formare un numero maggiore di infermieri rispetto al passato e anche in rapporto al numero di medici formati.

Eppure, nell’anno accademico 2022-2023 i posti a bando per Medicina e Chirurgia sono stati 14.470, contro i 17.997 della professione infermieristica. Nel 2019-2020 i posti erano stati rispettivamente 11.568 contro 15.069, mentre nel 2009-2010 i valori si attestavano a 14.944 infermieri contro 8.075 medici. Il rapporto tra posti messi a bando per infermieri e per medici, secondo i dati del rapporto annuale sui corsi di laurea delle professioni sanitarie di Angelo Mastrillo (che raccoglie direttamente dalle università dati originali sull’accesso alle professioni sanitarie dal 1997 fino al 2023), è evoluto da 1,85 nel 2009-2010 a 1,31 nel 2022-2023. Occorre anche considerare che le decisioni prese oggi sulla formazione di professionisti avranno un impatto posposto nel tempo, tra tre anni per gli infermieri e undici per i medici.

Insomma, non solo negli ultimi anni non si è visto lo spostamento auspicato verso una sanità con un numero maggiore di infermieri a parità di medici, ma si è persino assistito a un trend opposto nei percorsi formativi.

Nel 2021-2022 sono state bandite 14.378 borse di specializzazione in medicina, senza segnali di riduzione nel prossimo futuro. Già nel 2020 e nel 2021 il numero di medici che il sistema ha formato è stato maggiore di quello degli infermieri e in questa stessa sede si è stimato che entro il 2037 avremo un surplus di circa 37 mila medici, rispetto alle uscite previste nel ventennio.

Il ricambio generazionale tra gli infermieri

La programmazione relativa al personale sanitario e gli esiti del sistema formativo hanno dunque visto un aumento rilevante di medici per un numero di infermieri di poco crescente. Il sistema va verso uno skill mix change contrario a quanto suggerito dalle evidenze scientifiche, dai razionali economici e dall’esempio di altri paesi.

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Se osserviamo la distribuzione demografica del personale nel solo Servizio sanitario nazionale, il quadro assume tinte ancora più fosche. Mentre il personale medico è ormai vicino al raggiungimento di un plateaudemografico, la professione infermieristica e quella tecnica si troveranno, nei prossimi anni, ad affrontare un turnover molto ampio.

Figura 3 – Distribuzione demografica dei dipendenti delle aziende sanitarie pubbliche

Fonte: rielaborazione su dati Conto annuale (2021)

Eppure, al momento il sistema formativo non è in grado di sostenere un equilibrato ricambio generazionale per quanto riguarda la professione infermieristica, che negli ultimi anni si è avvicinata al rapporto tra posti e domande pari a 1 (1,3 nell’ultimo anno accademico), soglia oltre la quale qualsiasi aumento di posti in università non avrebbe più alcun effetto sulla dotazione di nuovi infermieri.

Il problema della carenza di personale sanitario è un problema reale, che necessita di soluzioni pragmatiche più che di generici appelli senza alcuna possibilità di realizzazione. Nel breve periodo, occorrerà ripensare i rapporti interprofessionali e aumentare le dinamiche di lavoro in team, mentre nel medio e lungo periodo non si potrà non investire sull’attrattività delle professioni sanitarie, specialmente quella infermieristica, e sull’offerta formativa universitaria. Come ha ben sintetizzato Giovanni Fattore, il Ssn si cura con la programmazione.

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  1. Savino

    Troppo sindacato corporativo tra i medici anziani ha impedito ogni tipo discussione, perchè alla fine tutto si sta riducendo alla retribuzione, all’intramoenia, al pensionamento anticipato, ai venerdì liberi per i medici di famiglia. Sono tutte questioni sindacali che non riguardano l’utenza, la quale continua a vedere un servizio sanitario che sta andando a picco. I giovani di oggi e anche quelli di ieri ,negli ultimi 30 anni, sono stati penalizzati da questo corporativismo e dal numero chiuso derivante. Abbiamo perso la potenzialità di possibili medici ed infermieri e questa è una cosa gravissima, sapendo che tale impedimento e stato creato da altri che hanno fatto il giuramento di Ippocrate.

  2. .Scaccabarozzi Umberto

    Consiglio,da medico in campo dal 1965,approfondire il modello sanitario portoghese che ha innovato il proprio sistema sanitario con soluzioni pragmatiche ripensando i rapporti interprofessionali rendendo attrattive le professioni sanitarie e infermieristiche. Umberto Scaccabarozzi.

  3. B&B

    Nessuno ci dice quanti medici sono stipendiati dal sistema pubblico Italia.
    Nessuno elabora un rapporto (n.medici/n.cittadini).
    Nessuno ci dice quanti medici specializzati in “x” occorrono per “Y” abitanti, con conseguente distribuzione territoriale.
    Non vorrei credere che la laurea in medicina con tessera, in genere di sinistra, sia piu’ apprezzata di quella cum sapientia come avviene nelle professioni tecniche.
    Infatti le aziende locali non riescono ad elaborare progetti, benchè perfetti dal punto di vista normativo del regolamento interno, tuttavia inadeguati e pericolosi nella loro esecutività. (vd. il caso del crollo della scuola di S Giuliano di Puglia con 27 e piu’morti per incompetenza del o dei dipendenti pubblici ancora in esercizio. Vergogna Italia!)

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