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Quel che resta da privatizzare

Tornano di moda le privatizzazioni. Ma la lista delle imprese ancora in mano pubblica che si potrebbero cedere a privati senza ripercussioni è breve. Dalla loro vendita sarebbe comunque difficile ottenere quell’1 per cento del Pil di cui si parla.

Uno sguardo al passato

Ogni tanto un governo, disperato nel far tornare i conti, iscrive a bilancio i proventi delle privatizzazioni. Oggi si parla dell’1 per cento del Pil (che sarebbero almeno 18 miliardi). Fantascienza?

In realtà, in questo campo la storia italiana è fatta di privatizzazioni annunciate, ma mai effettuate, di privatizzazioni marginali, oppure parziali, oppure solo temporanee. Abbiamo ragione di pensare che stavolta sarà diversa?

In Italia la stagione delle privatizzazioni ha avuto un picco a partire dagli anni Novanta e a cavallo dell’inizio del secolo, con la vendita delle grandi banche di stato (quali Credit e Comit, per chi le ricorda) e le grandi holding di stato, Iri ed Efim in primo luogo, che qualcuno chiamava “carrozzoni” perché erano dei contenitori per imprese molto diverse tra loro, senza alcun legame le une con le altre.

Queste imprese erano state acquisite al patrimonio statale con una logica del tutto finanziaria, nella speranza che prendere un’impresa decotta e metterci denaro fresco sarebbe stato sufficiente a risollevarla. Purtroppo, sostituire denaro privato con denaro pubblico non ha normalmente dato buoni risultati in assenza di piani industriali e capacità manageriali serie, e comunque lo stato si è trovato a gestire molte imprese senza una vocazione pubblica discernibile.

Accanto a queste, la cui vendita non ha invero creato grandi dibattiti, si vendettero quote di grandi aziende che invece tanto male non andavano, e che comunque sono rimaste in realtà nel controllo pubblico. Penso alle grandi imprese del settore energetico (Enel, Terna, Eni, Italgas), per le quali la cosiddetta privatizzazione è stata parziale, con lo stato che ha mantenuto il controllo attraverso la Cassa depositi e prestiti, una istituzione ibrida, che dice di essere privata quando le serve, ma che è pur sempre controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze.

Poi, ci sono state le privatizzazioni vere, ma non certo irreversibili, di alcune grandi imprese a rete quali Telecom Italia e la Società autostrade. Cessione del 100 per cento, fuoriuscita del capitale pubblico, che poi è rientrato “pian piano” – come in Tim – oppure attraverso operazioni che possiamo definire “drastiche” – come nel caso di Autostrade per l’Italia. La storia dell’ultima grande banca pubblica, il Monte dei Paschi, è poi stata segnata da una sostanziale privatizzazione e il ritorno in mani pubbliche per evitare il dissesto. Anche qui, dal pubblico al privato, e ritorno.

Cosa abbiamo da vendere?

A prescindere dal fatto che privatizzare sia bene o male – e la risposta è comunque complessa – giova richiamare una cosa ovvia: che la privatizzazione non può che partire dalle imprese che ancora sono in mano pubblica. Altri governi hanno liberato lo stato da imprese che francamente non si comprendeva perché impegnassero risorse pubbliche, ora però la lista di quelle pubbliche che potrebbero essere “tranquillamente” trasferite in mano privata è sostanziosa, ma non è poi tanto lunga.

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Nelle imprese energetiche il modello misto che ormai si è affermato, con un 30 per cento circa in mano pubblica e il resto a mercato, ha garantito per diversi anni un equilibrio tra interessi pubblici e perseguimento del profitto. Un profitto che piace molto alle casse pubbliche e che consente di trovare finanziamenti a basso costo per gli ingenti investimenti che sono necessari. Si tratta di un equilibrio che tutto sommato funziona, e che dubito si voglia toccare.

Abbiamo poi diversi quasi-monopoli in settori a rete, quali Poste e Ferrovie. Venderne il 100 per cento incontrerebbe sicuramente problemi piuttosto importanti, dato che in questi settori la concorrenza è difficile e poco sviluppata, e la regolazione ha fatto abbondantemente leva sulla natura pubblica dei soggetti regolati. Ci sono poi le imprese in settori politicamente molto sensibili. Qualcuna nel settore della difesa (Leonardo), il cui passaggio in mani private appare poco realistico soprattutto in tempo di guerra. Ma qualcosa di simile vale per Fincantieri, che opera in un settore tremendamente politicizzato, come ha mostrato il suo tentativo di acquisire Stx in Francia, ancora di più ora che “navi” significa spesso “navi da guerra”. E per Stmicroelectronics, presente nei semiconduttori per i quali la situazione geopolitica consiglia grande prudenza. Per non parlare di Autostrade per l’Italia, appena riacquistata e candidata improbabile alla immediata rivendita.

Insomma, tante ragioni – discutibili ma non certo prive di sostanza – potrebbero frapporsi alla loro cessione. Soprattutto se si considera che il Dna di questo governo non è certo di grande orientamento al mercato, ma è ispirato a un “sovranismo” che, qualunque cosa possa significare, fa pensare più al controllo statale che alla cessione del potere diretto di intervento.

Quali prospettive?

In realtà, nell’agenda di qualunque governo la cessione di Monte dei Paschi e Ita (la ex Alitalia) sarebbe non solo presente, ma già programmata. Quella di Ita è già confezionata, con il piccolo ostacolo della Commissione europea che non capisce perché da un lato bastoniamo Ryanair per i suoi prezzi e dall’altro restringiamo la concorrenza con Lufthansa vendendole Ita e formando – in molte rotte – qualcosa di simile a un monopolio. Ma fatico a pensare che l’operazione possa essere bloccata da Bruxelles, e – se ho ragione –l’attuale governo potrà intestarsela. Il fatto che la questione avrebbe potuto essere chiusa 16 anni fa con la vendita di Alitalia a Air France è ormai un dettaglio.

Il tema di Monte Paschi è da tempo sul tavolo del governo. Fu salvata anni fa con i “Monti bond” e ora il problema è quando venderla e a che prezzo, ma il desiderio di avere una banca pubblica sembra ormai confinato a pochi. Per fortuna, anche perché le residue ragioni per una presenza pubblica nel settore appaiono davvero poco nobili.

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Resta poi sul tavolo l’ipotesi di cedere quote di Poste e forse delle Ferrovie, mantenendo però il controllo con almeno il 30 per cento delle azioni. Quella di Ferrovie sembra un’operazione molto complessa, che aprirebbe il dibattito su cosa vendere (la holding? la rete? Trenitalia, che gestisce il trasporto?). Non mi pare ci sia sufficiente visione politica per gestire un progetto del genere. La vendita di un certo numero di azioni di Poste Italiane, ove Cassa e ministero hanno il 65 per cento, sarebbe invece una mera operazione finanziaria per una società comunque già quotata in borsa.

E io incasso…

Quanto potremmo incassare per tutto questo? Su Ita, ben poco. A quanto si sa, Lufthansa entra con un aumento di capitale, così che il suo esborso resta nelle casse dell’azienda, non in quelle del ministero. Se poi acquisterà il rimanente 60 per cento, e come lo farà, lo vedremo nei prossimi anni. Monte Paschi oggi capitalizza 3 miliardi di euro, di cui il 64 per cento del ministero dell’Economia. Farebbero 1,8 miliardi. Rapportare questa cifra a quanto lo stato ha iniettato nella banca è complesso – solo nel 2017 ha speso oltre 5 miliardi, ma occorrerebbe conteggiare anche le ricapitalizzazioni precedenti e successive e le stime che si leggono sono da capogiro – e forse non utile al momento. È chiaro che oggi si recupererebbe una frazione delle cifre spese e il ministero non ha alcuna fretta di farlo. Molto più interessanti i valori di Poste Italiane, che oggi in Borsa vale 13 miliardi: se il ministero cedesse il proprio 29,3 per cento potrebbe continuare a controllare l’azienda tramite la Cassa.

È chiaro che passare dalle cifre teoriche a quelle effettive non è facile. Forse su Poste si dovrebbe accettare un piccolo sconto, e forse – se lo stato davvero ne uscisse – Monte Paschi potrebbe essere invece venduto per qualcosa di più del valore di borsa. Ma è chiaro che per arrivare alle cifre ipotizzate (1 per cento del Pil, a quanto si legge) occorrerebbe ben altro. Ferrovie? Non facile, ma anche le altre strade sembrano impervie. A meno che non si venda parte della stessa Cassa depositi e prestiti – ma chi la prenderebbe per rimanere comunque azionista di minoranza in un veicolo di operazioni di elevata valenza politica?

Dubito che ci aspetti un’altra stagione di privatizzazioni. E dubito che iscriverle a bilancio servirà a convincere i mercati.

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Il Punto

  1. B&B

    Non si possono elencare i fallimenti mescolando i diversi contesti storici.
    La politica industriale con l’IRI di Beneduce e Jung, nasce con il fascismo ed era allora molto necessaria per emancipare la nazione a economia prevalentemente agricola.
    Successivamente con la politica della compartecipazione dei ladri (dove tutti i partiti escluso il MSI si dividevano il malloppo) sono stati allargati gli orizzonti a tal punto che invece di arricchire il paese, le aziende di stato (i cui costi e debiti erano a carico dei contribuenti) arricchivano solo il sistema dei partiti e chi vi lucrava.
    in tale ottica vorrei precisare che il caso fallimentare del Monte dei Paschi di Siena & Banca Toscana (aziende precedentemente sane) dopo avere inglobato Banca Toscana, è stato il frutto della gestione della corruzione massonico-politica della sinistra comunista. In particolare nel periodo Dalema.

  2. Luca

    Gentile Professore, concordo sulla complessità di una eventuale operazione Ferrovie ( forse si potrebbe partire dal settore merci, ma il valore sarebbe marginale) e sulla opportunità di Poste. Personalmente penso anche alla situazione dell’Ilva. Non dimentico infine il patrimonio immobiliare pubblico, spesso dismesso o degradato, tipo le aree adiacenti alle stazioni (o, é una boutade, il Colosseo!).

  3. Non sono un esperto in materia ma ho seguito dal 1995 al 1998 a Parigi come Presidente di Advanced Communications for Europe la dereguation TLC nei vari paese EU. L’impressione che ho è che altri paesi abbiano visto le privatizzazioni come strumento di sviluppo economico. Ma con una precisa filosofia, non per tappare buchi di bilancio o magari privatizzare le autostrade, monopolio che assicura un facile guadagno magari anche evitando le manutenzioni(mi ricorda Ernesto Rossi ne “I Padroni del Vapore, quando scriveva della politica del ventennio fascista “privatizzare gli utili e nazionalizzare le perdite. In Svezia ad esempio è valso il principio: infrastrutture pubbliche ma servizi privati e in concorrenza. Nel settore TLC, hanno anticipato la deregulation al 1994 senza aver fretta di vendere STOKAB AB, il locale “incumbent operator”, ma hanno cablato prima Stoccolma poi il resto del paese affidandosi a nuovi entranti. Poi dal 1995 hanno privatizzato il TPL e altro. Binari e infrastrutture rimanendo pubbliche. Da noi manca una politica delle privatizzazioni!

    • bob

      “L’impressione che ho è che altri paesi abbiano visto le privatizzazioni come strumento di sviluppo economico.”
      E’ l’atteggiamento culturale italiano prima di tutto errato, con tutto il rispetto per il Prof. se nella privatizzazione poniamo come obiettivo unico cosa si può realizzare non è più una privatizzazione ma ” un vendere l’argenteria di famiglia” . Ben altra cosa da quello che può essere un lungimirante progetto di sviluppo economico per il Paese.
      Autostrade /Benetton e ponte di Genova è stata forse l’ unica è più alta rappresentazione della ” commedia all’ italiana”

  4. Firmin

    Vi siete mai chiesti come mai i governi di tutti i colori non esitino ad invocare le privatizzazioni e i condoni per consolidare i conti pubblici? La ragione sta nelle regole del bilancio pubblico italiano, che non prevedono un vero e proprio stato patrimoniale e quindi registrano solo le entrate di cassa (eventualmnete) raggranellate con questi provvedimenti, ma non le corrispondenti perdite. Per lo stesso motivo, la pace fiscale che ha cancellato con un tratto di penna oltre 500 miliardi di crediti inesigibili non ha scatenato le ire del custodi dei conti pubblici (dal MEF, alla Banca d’Italia, fino alla Corte dei conti) mentre gli spicci richiesti dal superbonus edilizio sono stati indicati come i principali responsabili dello sfascio dei conti. Pare che per questo alcune statue di Frà Pacioli, inventore della partita doppia, trasudino lacrime.

    • Alberto

      Oddio, chiamare “spicci” il Superbonus mi pare eccessivo, anche perché oltre all’esborso mostruoso c’è anche l’indecenza legata al fatto che ne hanno beneficiato soprattutto i ricchi, che si sono rifatti la casa a spese della collettività…
      In ogni caso, mi interessa il discorso sulle regole del bilancio pubblico italiano; riesce a fornirmi qualche riferimento?

  5. Alberto

    Forse sono un malpensante, ma secondo me quello che hanno pensato in CdM è stato più o meno: “come facciamo a far passare un extra deficit di ca. 1% del PIL in Finanziaria? Ah sì, scrivici “privatizzazioni”, che tanto non faremo, ma almeno facciamo tornare i conti…”

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