Con la guerra in Ucraina l’Europa ha cercato di rafforzare le relazioni commerciali con l’Azerbaijan. Ora l’attacco azero al Nagorno-Karabakh, con l’esodo degli armeni, complica la situazione. E mostra che la transizione energetica è sempre più urgente.

L’esodo degli armeni

Il dramma dell’esodo forzato dal Nagorno-Karabakh, con decine di migliaia di armeni lì residenti che cercano rifugio in Armenia per sfuggire alle persecuzioni di stampo etnico, si intreccia ancora una volta con la questione energetica. “Ancora una volta” perché molte delle crisi geopolitiche dalla seconda guerra mondiale in avanti hanno avuto a che fare direttamente o indirettamente con l’energia. 

Ciò che accade a poco più di un migliaio di chilometri dai confini europei – più o meno la distanza che separa Roma da Madrid – ha certamente motivazioni legate all’etnia e alla volontà di espellere gli armeni dal Nagorno-Karabakh, ma si lega anche con la questione energetica e con l’emergenza gas creata dalla guerra in Ucraina. Una vicenda nella quale l’Europa è fortemente coinvolta, con risvolti che destano preoccupazione per il destino dei profughi armeni.

L’Europa e il gas azero

L’Azerbaijan è ricco di risorse petrolifere e di gas. Secondo il profilo energetico curato dall’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) il paese azero ha riserve accertate di gas naturale equivalenti a  circa 2.500 miliardi di metri cubi, numero che lo piazza tra le prime venti posizioni nel mondo.

Il principale campo di produzione del paese – e uno dei maggiori al mondo – è quello di Shah Deniz, nel mar Caspio, operato dalla BP. Se ne aggiungono poi altri minori, sempre nel Caspio. Nel 2022 il paese ha prodotto 46,7 miliardi di metri cubi di gas, secondo il rapporto del ministero dell’Energia azero. Di questi, 22,3 miliardi di metri cubi sono stati esportati: cliente principale è l’Europa, che assorbe circa la metà delle esportazioni dall’Azerbaijan. L’infrastruttura di trasporto del gas azero ha tre principali assi: uno verso la Russia, uno verso l’Iran e uno verso la Turchia e quindi l’Europa, attraverso l’Italia. Quest’ultimo è il cosiddetto Southern Gas Corridor (Sgc), che dai campi di produzione nel Caspio attraversa Georgia, Turchia, Grecia, Albania e infine l’Adriatico. Si compone di tre tratte: la South Caucasus Pipeline (Scp), la Trans-Anatolian Pipeline (Tanap) e la Trans Adriatic Pipeline (Tap), per una lunghezza complessiva di oltre 3.200 chilometri. Come afferma il sito dell’Sgc, «Il progetto Southern Gas Corridor mira ad aumentare e diversificare l’approvvigionamento energetico europeo portando le risorse di gas dal Mar Caspio ai mercati europei». Da tempo, poi si parla di realizzare un gasdotto che attraverso il Mar Caspio colleghi l’Azerbaijan al Turkmenistan, che è il quarto produttore mondiale di gas, e quindi di fatto quest’ultimo all’Europa.

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Con la guerra in Ucraina, l’Unione europea ha guardato anche all’Azerbaijan per rimpiazzare le forniture di gas prima provenienti dalla Russia. Il 18 luglio del 2022 la Ue ha firmato un Memorandum of Understanding on a Strategic Partnership in the Field of Energy con l’ Azerbaijan. Secondo il comunicato stampa della presidente Ursula von der Leyen grazie al MoU “raddoppieremo la fornitura di gas dall’ Azerbaijan all’Unione europea. Con questo protocollo d’intesa ci impegniamo infatti a espandere il corridoio meridionale del gas. Per l’Unione europea si tratta già di una via di approvvigionamento molto importante, che fornisce attualmente più di 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno. E in pochi anni espanderemo la sua capacità fino a 20 miliardi di metri cubi. Già dal prossimo anno dovremmo raggiungere i 12 miliardi di metri cubi. Ciò contribuirà a compensare i tagli nelle forniture di gas russo e contribuirà in modo significativo alla sicurezza dell’approvvigionamento dell’Europa”.

Il sostanziale raddoppio delle esportazioni di gas è previsto entro il 2027 e “contribuirà agli obiettivi di diversificazione del piano RePowerEU”. L’accordo si inserisce in un solido quadro di collaborazione commerciale tra Unione europea e Azerbaijan: l’Ue è il principale partner commerciale del paese (52 per cento) ed è il primo mercato di esportazione e la seconda sorgente di importazione.

Dopo la firma del MoU sono emersi nella stampa dubbi sull’effettiva realizzazione pratica dell’accordo sui 20 miliardi di metri cubi. Da un lato, infatti, l’Azerbaijan, insieme ai paesi che gestiscono il Tanap, dovrebbe fare significativi investimenti per potenziare il Southern Gas Corridor, dall’altro la sensazione che il gas russo sia stato comunque rimpiazzato in Europa da una platea di altri fornitori e dal ricorso ad altre fonti energetiche (rinnovabili, gas liquefatto e eventualmente nucleare) potrebbe ridurre l’interesse europeo a lungo termine nel gas azero, limitando quindi l’interesse della controparte in investimenti per il potenziamento delle infrastrutture. Inoltre, come sostiene un recente articolo di eurasianet.org “non è ancora chiaro quanto gas extra l’Azerbaijan sarà in grado di fornire, e quando”, considerando sia la necessità di potenziare gli attuali campi di estrazione, sia la crescita della domanda interna e della richiesta da altri partner come Georgia e Turchia.

I dubbi

A complicare ulteriormente la vicenda ci sono due aspetti. Il primo è che nel 2021 Azerbaijan, Iran e Turkmenistan hanno firmato un contratto di scambio (swap agreement) del gas che consente il trasferimento di gas dal Turkmenistan (ricchissimo di questa risorsa) verso l’Azerbaijan in assenza di un gasdotto diretto che attraversi il Caspio. Secondo il contratto il Turkmenistan cede gas all’Iran e l’Iran si impegna a trasferire la stessa quantità all’Azerbaijan. Il secondo aspetto è l’importazione di gas russo. Il 18 novembre 2022 l’azienda di stato Gazprom annunciava di aver iniziato a fornire gas a Socar, la società statale azera del gas; l’intesa prevedeva forniture, fino a un totale di un miliardo di metri cubi, per tutto l’inverno, fino a marzo 2023.

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Questo accordo ha creato varie preoccupazioni in Europa, perché potrebbe di fatto significare un aggiramento delle sanzioni verso la Russia, nel caso che l’Azerbaijan compri il gas russo per soddisfare i propri impegni sia verso l’interno sia verso l’esterno. Anche se le sanzioni non si applicano all’Azerbaijan, che è libero di importare gas dalla Russia, è evidente che il problema politico esiste.

Ora si aggiungono gli sviluppi in Nagorno-Karabakh: la esplicita condanna del recente attacco azero, come sottolinea il sito politico.eu, fa seguito ad altre prese di posizione del Parlamento europeo per imporre sanzioni all’Azerbaijan proprio per la persecuzione degli armeni. Viste le intense relazioni commerciali tra Ue e Azerbaijan c’è da chiedersi se prevarrà l’attenzione per il destino del Nagorno-Karabakh o la ragion di stato e se la diplomazia europea sarà in grado di trovare una sintesi che non lasci in secondo piano i profughi.

Se mai ci fosse stato bisogno di ulteriori dimostrazioni di quanto sia necessaria – non solo per l’ambiente, ma anche per la democrazia e la libertà – una effettiva e il più rapida possibile transizione energetica dai combustibili fossili verso un ampio paniere che non escluda nessuna delle fonti alternative a gas, petrolio e carbone, l’esodo biblico di armeni che lasciano le loro case con le vite racchiuse nel bagagliaio di un auto è lì a parlarci molto chiaro. Le caldaie dell’Europa si accendono anche sulla pelle di tanti poveri nel mondo.

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