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Pizzo, il fisco iniquo della mafia

La mafia non conosce la produttività delle singole imprese e quindi non modula le richieste di pizzo, che finisce per pesare di più sulle aziende più piccole. Si tratta di un ostacolo allo sviluppo economico e agli investimenti in qualità e innovazione.

Mafia ed economia

L’interferenza della criminalità organizzata nell’economia legale rimane uno dei problemi fondamentali dell’economia italiana: causa la perdita di diversi punti percentuali di Pil, scoraggia gli investimenti esteri, distorce la spesa pubblica locale. Organizzazioni storicamente radicate sul territorio come mafia, camorra e ‘ndrangheta forniscono un sistema integrato di governance dell’economia alternativo alla legge dello stato, che include attività come la garanzia dei contratti, il controllo della fornitura di materiali e personale, la gestione degli investimenti pubblici oltre a operare direttamente e indirettamente in vari settori dell’economia legale. Al fine di appropriarsi del surplus generato dall’attività economica, le mafie attuano uno specifico sistema di tassazione delle imprese che operano nella sfera legale basato sulla minaccia di una punizione violenta per chi si rifiuta di sottostare all’estorsione. In un articolo recentemente pubblicato ci poniamo l’obiettivo di studiare la forma del sistema estorsivo probabilmente più noto, il pizzo mafioso in Sicilia, per comprenderne gli effetti economici. Seguendo un’intuizione di un articolo seminale di Thomas Schelling, siamo interessati in particolare alla relazione tra pizzo, grandezza di impresa e settori in cui le imprese operano. 

La “pizzo function”

Per analizzare il meccanismo con il quale la mafia fissa l’ammontare da estorcere a ciascuna impresa abbiamo costruito un nuovo dataset che mette in relazione pizzo e caratteristiche d’impresa. Siamo partiti dai dati, provenienti da atti giudiziari, sugli episodi di pizzo effettivamente pagato da imprese siciliane e li abbiamo incrociati con i dati di bilancio delle imprese disponibili presso la Camera di commercio: il campione così costruito contiene 120 osservazioni nelle stime principali e 240 osservazioni in un controllo. I risultati sono per alcuni aspetti sorprendenti.

Innanzitutto, i settori più rappresentati nel campione, e che dunque appaiono maggiormente esposti all’estorsione, sono le costruzioni, il commercio al dettaglio e all’ingrosso, alberghi e ristoranti, trasporti terrestri, commercio e manutenzione di autoveicoli e motocicli, industrie alimentari. In linea con l’intuizione di Schelling, si tratta di settori a bassa intensità di conoscenza e basso livello tecnologico. Inoltre, la relazione che lega il pizzo alla dimensione di impresa è strettamente concava, ovvero il pizzo pagato varia in modo meno che proporzionale rispetto alla dimensione dell’impresa. In particolare, un aumento della dimensione del 10 per cento, misurata ad esempio con le immobilizzazioni totali o il numero di addetti, si traduce mediamente in un aumento dell’1 per cento del pizzo pagato. Questa elasticità varia però per settore e risulta più elevata nelle costruzioni e nei trasporti. Nell’articolo suggeriamo che questo possa dipendere da una maggiore informazione che la mafia possiede sulle imprese di questi settori, che le permette di discriminare meglio la capacità delle imprese di pagare il pizzo. Infine, l’aliquota media di pizzo, ovvero la frazione di profitti operativi di cui la mafia si appropria tramite il pizzo, è decrescente nella dimensione d’impresa (la figura 1 mostra lo scatterplot della relazione tra aliquota di pizzo e immobilizzazioni totali).

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Figura 1 – Aliquota % del pizzo su profitti operativi vs immobilizzazioni totali (in log)

Immagine che contiene testo, schermata, linea, diagramma

Descrizione generata automaticamente

L’aliquota varia da circa il 40 per cento per le imprese nel primo quartile di dimensione a circa il 2 per cento per le imprese nell’ultimo quartile del nostro campione (i risultati sono robusti rispetto a numerosi controlli). Riassumendo, il pizzo è fortemente regressivo e si comporta come un costo quasi-fisso, colpendo in modo sproporzionato le piccole imprese.

Questi risultati sono coerenti con un modello teorico con informazione asimmetrica in cui la mafia non conosce la produttività delle imprese e quindi non conosce il surplus che un’azienda può generare. In questa situazione chiedere un pizzo troppo alto alle imprese più produttive, cioè quelle che possono diventare più grandi e generare più surplus, rischia di scoraggiarne gli investimenti. Al contrario, l’obiettivo della mafia è evitare per quanto possibile il sotto-investimento in dimensione da parte di queste imprese e tenta di raggiungere questo obiettivo chiedendo una frazione di profitti molto alta alle piccole imprese, rendendo così il sotto-investimento meno profittevole.

Pizzo, struttura dell’economia e sviluppo economico

Da questi risultati possiamo dedurre alcune conseguenze che il pizzo ha sulla struttura dell’economia e sullo sviluppo economico. Innanzitutto, poiché è un costo quasi-fisso, da un lato, rende la decisione di entrare in un mercato molto costosa, dall’altro crea le condizioni perché si formino monopoli locali dominati da imprese con scarsi incentivi a investire in qualità e innovazione. 

Inoltre, per le piccole imprese che riescono a sopravvivere nel mercato diventa quasi impossibile crescere utilizzando risorse interne perché la mafia riesce ad appropriarsi di una percentuale molto alta di profitti. Nel contesto siciliano, in cui l’accesso a risorse esterne come il finanziamento bancario è particolarmente difficile, anche a causa della presenza stessa della mafia che rende la concessione di credito particolarmente rischiosa e quindi costosa, l’estorsione limita fortemente la possibilità per le piccole imprese di crescere e di innovare.

Queste osservazioni suggeriscono che il sistema estorsivo mafioso possa generare le condizioni perché l’economia sia condannata alla permanenza in una trappola della povertà, cioè in una condizione di persistente stagnazione economica caratterizzata da dimensioni di impresa ridotte, bassa produttività e scarsi incentivi all’innovazione. Alla luce di questi risultati, il contrasto alle mafie appare oltremodo rilevante affinché i territori dove queste organizzazioni sono pervasive intraprendano un sentiero di sviluppo virtuoso.

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  1. Savino

    Lo Stato è troppo debole con i forti e i prepotenti. Più controlli, maggiore ricerca dei capitali inquinati e riciclati, verifica dei tenori di vita di certa gente, che non possono sfuggire così facilmente ad ogni forma di controllo.

  2. Firmin

    Ho il sospetto che i dati giudiziari analizzati dagli autori colgano solo l’estorsione tradizionale ed escludano invece quella verso le grandi imprese, che passano attraverso canali più sofisticati, che raramente sono trattati dai tribunali (p.es. assunzioni e forniture imposte; subappalti; finanziamenti e partecipazioni forzate; riciclaggio; collusione e traffico di influenze). Forse la trattativa stato-mafia non c’è stata, ma quella tra criminali e grandi imprese si. Se questo è il quadro, la relazione negativa tra pizzo e produttività potrebbe indicare semplicemente l’adattamento dei metodi estorsivi alla tipologia di impresa. Per altro, è probabile che le mafie, per motivi pratici, applichino da tempo un “flat bribe” con “concordato preventivo”, che è intrinsecamente regressivo.

  3. lantan

    Articolo interessante e ricco di spunti. Sembra di capire, non da questo articolo specifico ma dall’andamento generale dell’economia siciliana, che le imprese – o almeno buona parte di esse – pagano il pizzo (mafioso) senza protestare. Quando invece si tratta di pagare le tasse che vanno alla Comunità per finanziare la Sanità, le opere pubbliche, la Scuola i Servizi sociali, c’è sempre un coro di malumori (per usare un eufemismo). Addirittura recentemente è intervenuta nel dibattito la Dama nera che si è associata alle voci che si levano quotidianamente contro il fisco arrivando a definire le tasse “Pizzo di Stato”, proprio in Sicilia! Tra l’altro, alla luce dell’articolo di Balletta e Lavezzi, la definizione di “Pizzo di Stato” per le tasse neanche sarebbe corretta perché se non paghi le tasse lo Stato al massimo ti fa qualche multa – quando addirittura non arriva un condono; se invece non paghi il pizzo, altro che condoni… Bum bum!

  4. Francesco

    La visione dell’articolo è solo parziale.

    Per le mafie il pizzo non è, come per il fisco, reperimento di risorse finanziarie; ne hanno in abbondanza, per esempio dal traffico di droga, con la difficoltà di immetterle nell’economia legale per ripulirle.

    Il pizzo è piuttosto affermazione della propria sovranità sul territorio di riferimento: attività simbolica – del proprio potere – più che finanziaria.

    In ogni caso, un’impresa che fallisce schiacciata dal pizzo non è un danno per le mafie, ma l’opportunità di appropriarsi di un’attività legale dove investire proventi illegali. Così fanno specialmente dopo la pandemia con l’usura, che non mira al profitto dal prestito, ma al fallimento del debitore, di cui rilevare l’attività pulita per riciclare profitti sporchi.

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