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Cresce l’innovazione tecnologica made in China*

La crescita economica cinese è stata accompagnata da un continuo sviluppo tecnologico. L’ampiezza della base di conoscenze produttive e la predisposizione al cambiamento sono due leve su cui la Cina può consolidare il vantaggio acquisito anche in futuro.

L’evoluzione dell’export

Uno dei pilastri della rapida crescita economica cinese è stato l’orientamento all’export della sua manifattura. L’esposizione alla concorrenza internazionale e i provvedimenti per garantire il trasferimento tecnologico dalle multinazionali dislocate in Cina hanno fatto sì che la dinamica delle quote di export mondiale, oltre ad aumentare, si sia gradualmente spostata su produzioni ad alto contenuto tecnologico. Il peso delle esportazioni cinesi high-tech è più che decuplicato negli ultimi 30 anni, passando da una quota di poco più del 2 per cento a metà degli anni Novanta a una attuale che eccede il 26 per cento. Tra i principali comparti in cui la Cina eccelle, svetta la componentistica legata ai computer (la quota è passata poco meno del 2 per cento a oltre il 46 per cento), ma risultati altrettanto importanti si rilevano per gli elettrodomestici, le strumentazioni ottiche ad alta precisione, le macchine da ufficio e le apparecchiature per generare energia (dati Sitc di fonte World Integrated Trade Statistics). Seppure non ancora visibile nelle statistiche ufficiali, la Cina ha acquisito il primato anche di veicoli elettrici, con una quota di circa la metà delle vendite mondiali. Non sorprende quindi che oggi Stati Uniti e Giappone siano tra i paesi più esposti alla concorrenza cinese, almeno per quanto riguarda la similarità del loro paniere di prodotti esportati (elettronici, elettrotecnici, informatici, telefonia, e altro). La competizione si è spostata principalmente su prodotti ad alta intensità tecnologica che richiedono notevoli investimenti in ricerca e sviluppo.

L’ampliamento delle conoscenze produttive si evince anche guardando all’indicatore di complessità economica, così come risultante dai due elementi di diversificazione e grado di esclusività del paniere di esportazioni. La Cina ha scalato la classifica mondiale passando dal 46esimo posto nel 1995 al 14esimo nel 2021 (ultimo dato disponibile). L’elevato grado di diversificazione verso produzioni presenti in un numero relativamente ristretto di paesi è anche il presupposto per poter continuare a innovare a tassi elevati in futuro. Ciò si desume dal semplice assunto che l’evoluzione tecnologica sia funzione diretta della base di conoscenze preesistenti, perché le nuove tecnologie risultano spesso dall’evoluzione o dalla combinazione di quelle già disponibili in un dato paese, dando luogo a un circolo virtuoso di auto-rafforzamento nei sistemi più vicini alla frontiera per spingerla avanti.

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Le basi per diventare una superpotenza scientifica

Una ricerca dell’Australian Strategic Policy Institute (Aspi) rivela che la Cina ha costruito le basi per posizionarsi come superpotenza scientifica e tecnologica leader a livello mondiale, stabilendo un vantaggio sorprendente: nella maggior parte dei settori tecnologici critici ed emergenti, gli istituti di ricerca generano nove volte più documenti di ricerca ad alto impatto rispetto al secondo paese classificato, il più delle volte gli Stati Uniti. La Cina ha raggiunto così una leadership su 37 dei 44 ambiti tecnologici critici riportati nella tabella. Tutte le tecnologie etichettate come ad alto rischio di monopolio sono presidiate da Pechino. Non a caso, cresce in continuazione il flusso verso il paese asiatico di conoscenze e di ricercatori talentuosi in questi settori.

Tabella 1

Nota:il rischio di monopolio tecnologico evidenzia le concentrazioni di competenze in un singolo paese e incorpora due fattori: quanti dei dieci principali istituti di ricerca si trovano nel paese e quanto è avanti il paese leader rispetto al secondo concorrente. I tre livelli di rischio sono: alto (almeno 8 istituti su 10 nel paese e 3 volte la distanza), medio (almeno 5 istituti su 10 e 2 volte la distanza) e basso (almeno uno dei due criteri di rischio medio non è soddisfatto).
Fonte: elaborazioni Centro Studi Confindustria su dati Aspi.

In Cina, però, manca ancora una spiccata cultura dell’innovazione. Nonostante i primati evidenti secondo le metriche degli output di ricerca, Pechino resta ancora indietro, seppure in rapido miglioramento, quando si prendono come punti di riferimento altri indicatori ampiamente riconosciuti per misurare il potenziale innovativo dei paesi. Risulta undicesima nel mondo e terza in Asia (dopo Corea del Sud e Singapore) nella classifica basata sul Global Innovation Index (edizione 2022). La posizione cinese è comunque alta, se si considera che è al di sopra di quella della Francia, e solidamente all’interno del gruppo delle economie più sviluppate e prima nel gruppo delle economie emergenti a reddito pro capite intermedio. Peraltro, insieme agli Usa, la Cina è uno dei paesi dove si concentra il numero più elevato di cluster di istituzioni tra i migliori cento per scienza e tecnologia (nella regione di Shenzen-Hong Kong-Guangzhou c’è il secondo polo per importanza dopo quello di Tokjo-Yokohama in Giappone).

Permangono ampi margini di miglioramento in fattori di contesto: in primo luogo per lo stato di diritto inerente alla tutela della proprietà intellettuale, ma anche per la predisposizione e l’apertura rispetto a iniziative imprenditoriali congiunte e a investimenti in ricerca e sviluppo da parte di imprese private. Il paese resta indietro anche dal punto di vista delle citazioni nei brevetti, non comparendo nelle prime 50 istituzioni facenti capo al Nature Index (la prima istituzione cinese è la Hong Kong University of Science and Technology al 53esimo posto). In questo caso, sul risultato pesa anche il fattore linguistico e il ritardo che spesso si ha tra il momento dell’innovazione e il momento della citazione, fattori che in prospettiva dovrebbero contribuire a un miglioramento della sua posizione relativa rispetto ad altri paesi. Sulle prospettive di innovazione pesa anche l’attitudine, sinora prevalente in molti ambiti, a inseguire la frontiera tecnologica, strategia di successo in un’economia in piena espansione, perché garantisce alti margini di ritorno sugli investimenti, ma che potrebbe rivelarsi poco efficace nel caso di un appiattimento dei tassi di crescita..

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In prospettiva, la Cina potrebbe godere di un vantaggio legato all’estrema adattabilità al cambiamento. Nel paese si sono prodotti cambiamenti a velocità record, a partire da abitudini e costumi di una popolazione che si è trasformata da prevalentemente rurale a urbana in poco più di vent’anni: il tasso di urbanizzazione è passato da meno del 40 per cento a inizio 2000 a oltre il 65 per cento nel 2022. Una vasta parte della popolazione ha vissuto cambiamenti senza precedenti e quindi potrebbe rivelare una spiccata propensione a innovare, sia dal punto di vista creativo che da quello dell’agile aggiornamento nelle abitudini di consumo. Emblematico è lo sviluppo record di pagamenti elettronici, diventati pervasivi nel paese. In nessun altro paese si è registrato un tasso di crescita tanto rilevante: per chi è nato in Cina negli anni Novanta il Pil pro capite è cresciuto di 32 volte (negli Usa di 2,3).

In sintesi, seppure indietro nella diffusione di una creatività innovativa assimilabile a quella occidentale, la Cina ha ormai raggiunto uno status di avanzamento tecnologico in linea con quello dei paesi più avanzati. In molti ambiti la nascita di nuove conoscenze non ancora immaginabili potrebbe avere luogo proprio al suo interno.

* Gli autori sono membri del Centro Studi Confindustria. Tuttavia, le opinioni espresse in questo articolo sono attribuibili solo agli autori e non coinvolgono l’istituto di appartenenza. Il lavoro completo su cui si basa questo contributo è disponibile qui.

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Più energia e meno riqualificazione territoriale nel nuovo Pnrr

  1. Lorenzo Luisi

    La politica di crescente ostilità da parte dell’Occidente a questi risultati, insieme a dazi e chiusure ideologiche non prefigura alcunché di buono per il futuro. Viceversa sarebbe meglio, almeno per l’Italia / Europa che si mantenesse una posizione più equidistante dai due campioni mondiali.

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