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La crisi argentina e le ricette di Milei

Il neopresidente ha ereditato un’economia in stagnazione, poco aperta al commercio internazionale, indebitata e senza accesso al credito. Il suo primo obiettivo è evitare l’iperinflazione, attraverso misure drastiche. Poi serviranno riforme strutturali.

La situazione economica dell’Argentina

Le misure economiche annunciate dal presidente dell’Argentina, Javier Milei, hanno ricevuto ampia attenzione nei media. Prima di valutarle, è fondamentale tenere a mente che quella argentina è da anni un’economia in stagnazione, poco aperta al commercio internazionale, indebitata e senza accesso al credito. In più, è sull’orlo dell’iperinflazione.

Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, l’economia argentina non è cresciuta negli ultimi dodici anni. Allo stesso tempo, il Pil pro capite in dollari è diminuito per l’aumento della popolazione e un tasso di cambio fisso altamente sopravvalutato. Per convertire i pesos in dollari, gli argentini devono usare il tasso di cambio del mercato parallelo che, prima dell’insediamento di Milei, triplicava quello ufficiale. La recente storia creditizia ha scoraggiato per anni gli investimenti esteri. Le esportazioni sono ostacolate dal sopravvalutato tasso di cambio fisso, ma anche dall’assenza di una politica commerciale del Mercosur. Negli ultimi quattro anni il tasso di inflazione interannuale medio è stato del 60 per cento, quello mediano del 50 per cento. Alla fine, il 2023 registrerà un’inflazione superiore al 200 per cento.

Negli anni passati, mentre il Pil stagnava e le esportazioni faticavano a realizzare il loro potenziale, i governi di allora hanno indebitato il paese a un livello insostenibile. Dal 2012, l’Argentina ha registrato ogni anno un rapporto deficit/Pil superiore al 3 per cento, portando a un aumento del rapporto debito/Pil dal 40 al 90 per cento. Se l’Argentina fosse un membro dell’Unione europea, sarebbe da tempo in procedura d’infrazione.

Figura 1

Fonte: Fmi e ministero dell’Economia argentino

Il deficit in sé è solo una parte del problema. La questione è come finanziarlo. Durante le presidenze di Cristina Kirchner (2007-2015), il governo lo ha fatto usando le riserve della banca centrale (Bcra – Banco Central de la República Argentina): nonostante fossero gli anni del boom del prezzo delle commodities, le riserve della banca passarono da 45 a 25 miliardi di dollari. L’amministrazione di Mauricio Macri (2015-2019) ha preferito affrontare gradualmente il deficit e, godendo per un breve periodo della fiducia della comunità internazionale, ha ricevuto 25 miliardi di dollari da creditori privati stranieri e un prestito da 46 miliardi di dollari dal Fmi.

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L’amministrazione Fernandez (2019-2023) ha emesso debito per oltre 100 miliardi di dollari attraverso obbligazioni denominate in pesos e tramite il finanziamento monetario della banca centrale. Il deficit fiscale del 2023 è stato del 5 per cento a cui va sommato un ulteriore 10 per cento di deficit quasi fiscale dalla banca centrale. Infatti, per coprire il deficit fiscale, la Bcra ha emesso valuta a un ritmo tale che l’inflazione ha raggiunto cifre mensili a due cifre.

Figura 2

Fonte: Indec

Cosa farà Milei

Il governo Milei ha assunto l’incarico in di un paese con un’economia in grave difficoltà e un tasso di povertà al 40 per cento. Per riavviare l’economia e disattivare l’emergenza sociale il suo obiettivo principale è impedire l’iperinflazione. Ma la banca centrale non ha riserve, né il paese ha più credito. Date le circostanze, il governo non ha l’opzione delle azioni graduali. Continuare a emettere debito monetizzando il deficit condurrebbe rapidamente l’economia verso l’iperinflazione.

Raggiungere il pareggio di bilancio è fondamentale per un paese che non può finanziarsi nei mercati né attraverso istituzioni internazionali, avendo già un debito di 44 miliardi di dollari con il Fmi. Milei ha quindi presentato una proposta per arrivare al deficit zero in un solo anno. Il suo obiettivo è eliminare il deficit ereditato al 5 per cento del Pil aumentando le tasse del 2 per cento del Pil e riducendo le spese del 3 per cento del Pil.

Dal lato delle imposte, il governo aumenterebbe temporaneamente le tasse su tutte le importazioni e su una parte significativa delle esportazioni. Milei considera anche di rimodulare l’imposta sul reddito che era stata pressoché eliminata dal precedente governo. Valuta anche l’introduzione di una amnistia fiscale e un nuovo programma di rientro per i capitali. Dal lato delle spese, vorrebbe ridurre i sussidi economici, gli investimenti in opere pubbliche, i trasferimenti discrezionali alle province, le spese operative, la spesa per pensioni e benefici pensionistici. Aumenta invece la spesa in prestazioni sociali, in particolare attraverso l’aumento dell’Asignación Universal por Hijo (+100 per cento) e la tarjeta alimentaria (+50 per cento).

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La proposta del governo dovrà essere approvata dal Congresso nazionale, in cui il presidente è in minoranza. È però molto probabile che il Congresso decida di sostenere l’aggiustamento fiscale e i costi politici associati. Il costo dell’inazione e la conseguente iperinflazione rappresentano un rischio molto maggiore per l’Argentina e il suo sistema sociale e politico.

Nel frattempo, il governo inizia a liberalizzare l’economia rimuovendo i controlli sulle importazioni ed eliminando gli inefficaci controlli sui prezzi. Ha poi svalutato il peso, portando il tasso di cambio ufficiale da 365 a 800 pesos per dollaro, con una sostanziale riduzione del divario tra il prezzo ufficiale e quello non ufficiale del dollaro.

Figura 3

È però irrealistico pensare di vedere effetti nel breve termine. I prossimi mesi saranno caratterizzati da un’elevata inflazione. Solo a dicembre il tasso di inflazione ha sfiorato il 30 per cento e si attende un dato simile per gennaio. Difficile però attribuire questi numeri alla gestione economica di Milei.

Rilanciare l’economia argentina richiederà tempo e raggiungere il pareggio di bilancio e, di conseguenza, dominare l’inflazione sarà solo il primo passo. Buenos Aires dovrà prima normalizzare la sua economia e poi reintegrarla nel mondo. Ciò implica garantire un accordo commerciale tra il Mercosur e l’Unione europea, aderire all’Ocse e attuare le riforme strutturali di cui il paese ha bisogno.

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  1. B&B

    Il comunista Kirchner, marito di Cristina, con il default durante il suo mandato, ha messo fuori mercato l’Argentina.
    Difficile recuperare credibilità in un paese divorato dai privlegi e dalla corruzione statalista piu’ sfrenata. Come in tutti paesi incrostati da ideologie comuniste, dove la proprietà non è tutelata di fatto, Italia compresa, i capitali se ne vanno. Milei si trova a governare in situazione politica simile alla Meloni.
    Speriamo che entrambi, nonostante tutto, riiescano a portare fuori dalla corruzione pubblica i rispettivi paesi.

    • Lantan

      “Speriamo che entrambi, nonostante tutto, riescano a portare fuori dalla corruzione pubblica i rispettivi paesi.” E’ uno scherzo, vero? La Meloni in Italia sta facendo esattamente il contrario! Sta smantellando il sistema di controlli contro la corruzione sia per quanto riguarda le Agenzie deputate al controllo gestionale e contabile (vedi provvedimenti recenti del governo contro la Corte dei Conti o i litici con l’Anac) sia per quanto concerne il controllo a valle da parte della Magistratura; mi riferisco per esempio al recente provvedimento del governo sull’abolizione dell’Abuso d’ufficio, tanto per fare l’esempio più eclatante. A tal proposito inoltro anche il link ad un interessante commento di Massimo Greco.
      https://lavoce.info/archives/101445/cera-una-volta-labuso-dufficio/
      Ricordo infine che il governo italiano è attenzionato dalla Commissione Europea proprio a causa dello stillicidio di provvedimenti che favoriscono l’impunità di politici e funzionari pubblici. Altro che “portare il paese fuori dalla corruzione”!

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