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Il Pnrr dei rifiuti in cerca di una strategia

Il Pnrr destina 2,1 miliardi alla gestione dei rifiuti. Ma serve un intervento chiarificatore che indichi i fabbisogni territoriali a partire dalle indicazioni delle regioni. Vanno sostenute solo le iniziative che hanno una reale prospettiva industriale.

Gli investimenti del Pnrr per i rifiuti

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, approvato nel 2021, guiderà gli investimenti pubblici in Italia fino al 2026, con una dotazione di oltre 200 miliardi di fondi europei. Dal Piano, la gestione dei rifiuti riceve 2,1 miliardi di euro, con l’impegno di realizzare due riforme principali: il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti (Pngr) e una Strategia nazionale per l’economia circolare (Snec). Il primo, approvato nel 2022, è pensato per codificare gli indirizzi dello stato nella gestione dei rifiuti, la seconda per dare gambe a un programma di riforme per sostenere gli indirizzi del primo.

All’interno della Missione denominata “Rivoluzione verde e transizione ecologica” del Pnrr, i 2,1 miliardi destinati al settore dei rifiuti sono così suddivisi:

  • 1,5 miliardi di euro sono riservati agli enti pubblici (enti d’ambito o comuni), distinti in tre linee di intervento: 600 milioni per il miglioramento delle raccolte differenziate, 450 milioni per il trattamento e il riciclo dei rifiuti raccolti in modo differenziato e 450 per impianti per trattamento/riciclaggio di assorbenti, fanghi e rifiuti tessili.
  • 600 milioni relativi a “progetti faro”, suddivisi in quattro linee di intervento con una dotazione di 150 milioni a testa, rispettivamente per trattamento dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee), rifiuti di carta e cartone, rifiuti di plastica e rifiuti tessili.

Figura 1 – Gli investimenti principali per i rifiuti previsti dal Pnrr

Fonte: elaborazioni Laboratorio REF Ricerche su dati e informazioni Pnrr, Mase

I fondi destinati a iniziative degli enti pubblici

Il miliardo e mezzo destinato agli enti pubblici si distribuisce su 991 interventi: si tratta di centri di raccolta o isole ecologiche e attrezzature a essi dedicati, l’acquisto di cestini e cassonetti e la meccanizzazione delle raccolte differenziate. Una miriade di interventi di piccole dimensioni pensati per dare un contributo alle raccolte differenziate, senza un reale contenuto di innovazione dei modelli in uso.

Il problema delle raccolte differenziate oggi è quello del loro progressivo peggioramento qualitativo: la forbice tra percentuale di raccolta e riciclo si allarga, causando costi crescenti per lo smaltimento degli scarti. Gli interventi in programma non offrono risposte alla questione: occorre sensibilizzare i cittadini e introdurre modelli di tariffazione che sostengano la qualità delle raccolte e non solo, come avviene oggi, la riduzione del rifiuto indifferenziato.

Nel caso degli impianti per il trattamento del rifiuto organico, la distribuzione territoriale dei fondi è poi peculiare: regioni con un surplus di capacità di trattamento, come Lombardia o Veneto, ricevono più risorse di regioni in deficit, come Lazio o Campania.

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Quanto ai tessili, le iniziative pubbliche non sembrano aver colto le necessità del settore, con ogni probabilità per la forte incertezza che ancora regna in tema di regole (gli impianti potranno aver flussi garantiti dalla pianificazione? Le tariffe di accesso saranno regolate o di mercato?). Va sottolineata l’attenzione ricevuta dal trattamento dei fanghi della depurazione, un rifiuto con chiare opportunità di recupero di materia e energia, che però a causa di incertezze normative e di una disciplina che varia da regione a regione, paga un deficit di trattamento e difficoltà a trovare soluzioni alternative allo spandimento nei campi, motivo per cui spesso si ricorre ancora allo smaltimento in discarica.

I 600 milioni destinati a iniziative private

Particolarmente basso appare lo stanziamento per le iniziative private per i rifiuti del tessile e abbigliamento, che riceve solo 60,6 milioni di euro, contro i 150 milioni previsti inizialmente. La cifra bassa sembrerebbe sottendere una minore necessità rispetto alle altre filiere. La realtà è però diversa: l’avvio a rilento delle raccolte differenziate e la mancanza di un obbligo di copertura dei costi del fine vita in capo ai produttori, con il corollario degli elevati costi di smaltimento degli scarti del riciclo stesso, sono tutte concause dello scarso interesse.

Tra i progetti presentati con un tema specifico, quelli che hanno ottenuto il finanziamento più alto riguardano le cosiddette materie prime critiche contenute nei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Anche in questo caso, sorgono dubbi circa la loro effettiva realizzazione. Le raccolte differenziate di questi rifiuti sono ancora poco sviluppate: e intercettano solo il 35 per cento di quanto viene venduto. Anche l’obbligo del ritiro dei vecchi dispositivi quando ne acquistiamo uno nuovo (il cosiddetto “uno contro uno”) non è mai decollato, sconosciuto alla maggior parte dei consumatori: se non crescono le raccolte, manca poi la massa critica per giustificare gli impianti (quale privato si prende il rischio?).

Una parte dei finanziamenti è diretta ai distretti circolari per il recupero dei rifiuti di carta e cartone. Unirima, associazione dei riciclatori della carta, ha documentato nei suoi rapporti periodici la presenza di oltre 700 impianti sparsi capillarmente sul territorio del nostro paese, più che sufficienti rispetto ai fabbisogni presenti e futuri. Non è chiaro come le nuove iniziative si collochino rispetto a quelle esistenti: rispondono a un effettivo fabbisogno? Oppure vanno a insistere su territori già serviti e dunque sono suscettibili di distorcere il mercato?

Il riciclo chimico dei rifiuti plastici ha ottenuto finanziamenti per 100,3 milioni di euro, mentre i processi di riciclo meccanico ne hanno ricevuti meno di un quarto. Il riciclo chimico può essere una risposta per le plastiche non riciclabili meccanicamente, molto degradate o di bassa qualità. Pur tuttavia, occorre ricordare che il riciclo meccanico costituisce attualmente la soluzione migliore per le plastiche da un punto di vista economico e ambientale, mentre quello chimico è una tecnologia ancora sperimentale. che deve trovare una scala adeguata, che farà molta fatica a stare sul mercato e che necessita di interventi di regolazione mirati.

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Con i “progetti faro” i divari territoriali: si chiudono o si allargano?

L’impressione complessiva è che il Pnrr non aiuterà a superare le questioni che frenano la gestione efficiente dei rifiuti nel Mezzogiorno. Non stupisce che la maggior parte dei 600 milioni destinati ai “progetti faro” sia andata a beneficio di un numero ridotto di iniziative a maggior impegno finanziario. Così facendo, si è generata una concentrazione degli investimenti in poche regioni, come Lombardia e Emilia-Romagna.

Figura 2 – Gli investimenti del Pnrr pro-capite alle aziende private del riciclo (euro/abitante)

Fonte: elaborazioni Laboratorio REF Ricerche su dati Istat e dati Mase, piano di investimento 1.2

Cosa è mancato e cosa serve ora

Avrebbe certamente giovato un più chiaro disegno di infrastrutturazione: non è stata effettuata una ricognizione dei fabbisogni (pure prevista per legge) ed è mancato sinora un intervento delle amministrazioni centrali in coordinamento con le regioni per sostenere le iniziative sul territorio, evitare ridondanze e distorsioni alla concorrenza.

È auspicabile ora un intervento chiarificatore, che possa indicare i fabbisogni territoriali da soddisfare, magari a partire proprio dalle indicazioni delle regioni, sostenendo le iniziative meritevoli che rispondono a fallimenti del mercato e scoraggiando quelle di mera opportunità, senza una reale prospettiva industriale.

Il chiarimento è necessario per capire quali impianti realizzati con i fondi del Pnrr dovranno competere sul mercato, con flussi e tariffe liberi, e quali invece potranno beneficiare di una “esclusiva” sui rifiuti che originano dal territorio e di tariffe di accesso regolate.

Altrimenti, è probabile che diverse iniziative non riescano a essere avviate, esposte ai fallimenti di mercato o, al contrario, alla concorrenza degli impianti già esistenti.

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Bollette elettriche: concorrenza non è solo prezzo più basso

  1. Savino

    Le grandi multinazionali continuano ad inquinare, oltre che per la causa dello smog da polveri sottili non si è trovato rimedio, se è colpa di auto, fabbriche. riscaldamento domestico o altro. In questo senso, credo, anche le risorse.

  2. Monica

    Nell’articolo è riportato che i fondi europei del Pnrr sono oltre 200 miliardi, mentre invece sono 194. In tema di rifiuti inoltre il PNRR prevede anche M2C1 – Investimento 3.1. Isole verdi (200 milioni). A fine novembre è stato adottato il decreto direttoriale che avvia il programma, identifica i beneficiari e definisce i criteri di ripartizione delle risorse sul territorio. M2C1 – Investimento 3.3. Cultura e consapevolezza su temi e sfide ambientali (30 milioni).

  3. mauro zannarini

    Non basta spendere soldi, probabilmente il sistema di monopoli nella raccolta differenziata ha incrementato il quantitativo di materiali raccolti, ma non c’è stato alcun premio per sperimentare e mettere a terra dei sistemi di riutilizzo efficienti, che in realtà sono l’unico motore per un reale riciclo.
    Qualcosa si sta vedendo, ma come al solito siamo in enorme ritardo, un pò più di concorrenza e maggior rispetto del cittadino, non farebbe male

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