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Sulle trattative per Unione bancaria e dei capitali peserà il no al Mes

Dopo il voto europeo si riapriranno le trattative per completare l’Unione bancaria e per rilanciare l’Unione dei mercati dei capitali, che saranno lunghe e difficili. Il governo italiano parte da una posizione di isolamento, a causa del veto sul Mes.

Progetti da completare

Le elezioni europee cadono in un anno che segna il decennale da due importanti progetti europei: l’avvio operativo della European Banking Union (Ebu) e il lancio della Capital Markets Union (Cmu). Entrambi hanno consentito all’Europa di fare significativi progressi sul fronte dell’integrazione e hanno portato miglioramenti per quanto riguarda regole e vigilanza sui mercati e sugli intermediari finanziari. Tuttavia, la loro realizzazione è ancora incompleta: mancano alcuni tasselli importanti di entrambi i progetti. È importante che coloro che, dopo il voto dell’8 e 9 giugno, siederanno nel Parlamento e nella Commissione siano consapevoli dei problemi sul tappeto e abbiano la volontà di proseguire un cammino che negli ultimi anni ha segnato il passo. Sarebbe anche bene che il nostro governo fosse ben posizionato nelle trattative che si terranno su questi tavoli e nella costruzione di alleanze, ma non è così: la decisione di non ratificare la modifica al Trattato sul Mes (Meccanismo europeo di stabilità) rischia di porre il nostro paese in una situazione di isolamento.  

Unione bancaria europea, un progetto da completare

Quando fu lanciato, nel 2012, il progetto di Ebu si basava su tre pilastri: l’accentramento della vigilanza sulle banche presso la Banca centrale europea (Single Supervisory Mechanism – Ssm), l’introduzione di nuove regole e istituzioni europee per la gestione delle crisi bancarie (Single Resolution Mechanism – Srm) e l’introduzione di un sistema europeo di assicurazione dei depositi (European Deposit Insurance System – Edis).

Il primo pilastro (Ssm) è stato pienamente e rapidamente realizzato: dal 2014 la vigilanza bancaria è passata dalle autorità nazionali alla Bce, consentendo miglioramenti significativi nella uniformità e nel rigore dei controlli sulle banche. Il nostro paese, dove negli anni precedenti si erano create situazioni critiche che sono poi sfociate in casi ben noti di crisi, ne ha tratto particolare beneficio: le nostre banche sono ora ben più solide di dieci anni fa.

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Il secondo pilastro (Srm) è stato realizzato, ma non senza problemi. Nella fase iniziale, l’applicazione del principio del “bail-in” (coinvolgimento di azionisti, obbligazionisti e depositanti nei costi da sopportare per gestire una crisi) è stata fatta senza preparare il terreno e creando diffuse proteste tra i risparmiatori coinvolti. Oggi il problema principale è che molti casi restano fuori dalla applicazione delle regole europee e vengono gestiti sulla base di regole nazionali di liquidazione degli enti creditizi, tuttora assai difformi tra i paesi membri della Ue.

Ma il problema principale è che il terzo pilastro (Edis) non ha mai visto la luce, per ragioni squisitamente politiche: essenzialmente perché alcuni paesi non intendono condividere i rischi finanziari con altri. Il timore appare oggi totalmente ingiustificato: le banche italiane non hanno nulla da invidiare, per solidità e redditività, alle banche tedesche, olandesi o austriache. Il percorso di “de-risking” fatto dal sistema bancario italiano ci pone nelle condizioni di insistere per la realizzazione del terzo pilastro e per la sua integrazione con il secondo. L’istituzione che gestisce l’assicurazione dei depositi dovrebbe essere la stessa che gestisce le situazioni di crisi, sul modello della Fdic (Federal Deposit Insurance Corporation) statunitense, attraverso operazioni di acquisizione e rivendita delle banche in crisi (una volta depurate dalle perdite accumulate).

Unione dei mercati dei capitali, un progetto da (ri)definire

La Capital Markets Union è un progetto più vasto, ma anche assai meno definito della Ebu. Ha l’ambizioso obiettivo di sviluppare e integrare i mercati finanziari dei paesi membri della Ue, al fine di facilitare l’accesso delle imprese (in particolare le Pmi) alle fonti di finanziamento alternative al canale bancario, dando anche impulso alla raccolta di capitale di rischio (emettere azioni anziché fare debiti). Nonostante le numerose iniziative legislative che vanno sotto il cappello della Cmu, non si può dire che l’obiettivo di creare un mercato unico dei capitali nella Ue sia stato raggiunto. Soprattutto, si ha l’impressione che gli obiettivi e il perimetro del progetto non siano ben definiti: la Cmu appare come un contenitore in cui mettere qualsiasi proposta relativa ai mercati dei capitali in Europa. Ha bisogno di essere ridefinita e rilanciata.  

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Alcuni suggerimenti per ridare impulso al progetto sono contenuti nel “Rapporto Letta” sul completamento del mercato unico europeo. Due di essi sono particolarmente condivisibili. Primo, rafforzare i poteri di supervisione e riformare la governance della Esma (European Securities Markets Authority). Secondo, superare l’attuale frammentazione delle infra-strutture di mercato, in particolare di quelle istituzioni che curano le operazioni di post-trading (deposito ed esecuzione degli scambi di attività finanziarie).

Un ostacolo: il Mes

I temi sul tappeto sono complessi e richiedono lunghe trattative per raggiungere un accordo. È cruciale che un paese riesca a stringere alleanze con altri per orientare le trattative e influire sul loro esito. Su questo fronte il governo italiano è in una posizione difficile. Il veto all’approvazione della riforma del Mes lo mette in una posizione di isolamento. La riforma del Mes (approvata da tutti gli altri paesi membri della Ue) va nella direzione di rafforzare la Ebu, dando facoltà al Mes di fare prestiti al fondo europeo di gestione delle crisi bancarie (Single Resolution Fund – Srf). Altre innovazioni vanno nella direzione di migliorare la capacità di intervento del Mes (come già abbiamo spiegato su questo sito). Non comportano alcuna penalizzazione per il nostro paese, come invece paventato da alcuni esponenti della maggioranza nel dibattito politico nostrano. Il primo passo che il governo italiano dovrebbe fare per uscire dall’isolamento sarebbe quello di sbloccare la riforma del Mes, ponendo fine a una ingiustificata posizione di veto.

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Alle Europee vince chi convince gli scoraggiati*

  1. Savino

    L’Italia sta rischiando molto grosso, in presenza di deficit e debito pubblico elevatissimo, per il suo rapporto ambiguo e non fedele coi valori comunitari.
    La prossima Finanziaria (che non scriveranno Meloni e Giorgetti e dovrà fare i conti con una Commissione in cui ci saranno tutti i partiti di maggioranza e opposizione interna) sarà un salasso di cui molte voci sono già impegnate, con ulteriori tagli alla spesa sociale e ulteriori tasse. Il Mes poteva essere un appiglio di salvezza per la nostra sanità disastrata e per rilanciare il mercato del credito. Ad esempio, non mi pare che la situazione dei mutui (soprattutto quelli casa) sia rosea.

    • Risposta

      La sanità disastrata? In questo paese la sanità è una truffa clamorosa come le pensioni.
      Intanto facciamo pagare le prestazioni agli immigtrati.

  2. Angelo

    Non capisco perché non aver votato il MES, che significava per l’ennesima volta regalare denaro alle banche tedesche, ci metta in una situazione di debolezza. Forse non mi è chiaro, ma mi sembra che quando l’Europa affronta certi argomenti la maggior beneficiaria sia sempre e solo la Germania. Che dire, se ci sarà un rallentamento del processo ce ne faremo una ragione.

  3. Firmin

    Ho l’impressione che alcuni governi non abbiano compreso che i veti (soprattutto se smentiscono posizioni precedenti) compromettano la partecipazione ai negoziati su tutti gli altri tavoli. La minaccia di un veto ha senso se è merce di scambio per qualche vantaggio, come ha fatto Orban sull’Ucraina, che ha incassato la sostanziale chiusura del dossier sullo stato di diritto e quindi il via libera ai fondi europei per l’Ungheria. Nel caso del MES il nostro paese ha semplicemente cristallizzato regole medievali che hanno reso quei fondi quasi inutilizzati, senza nessuna contropartita. Ora ci apprestiamo a fare il bis con polemiche di retroguardia che ci condanneranno all’irrilevanza nelle trattative. Questo non è sovranismo, ma tafazzismo.

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