Le retribuzioni reali sono ancora sotto i livelli del 2020-2021. Da questo punto di vista persino i record occupazionali non sono una buona notizia. La questione salariale è stata riscoperta nel 2025, nel 2026 si dovrà agire: l’occasione è la legge delega.
Retribuzioni e crescita del paese
Il 2025 ha segnato un punto di svolta nel modo in cui la questione salariale viene affrontata nel dibattito pubblico italiano. Dopo anni di attenzione discontinua, il tema è emerso come problema strutturale, con implicazioni che vanno ben oltre la dimensione redistributiva e investono direttamente la competitività e il potenziale di crescita del paese. In questo contesto si collocano anche i ripetuti interventi del Presidente della Repubblica, che nel corso dell’anno ha richiamato più volte l’attenzione sulla dinamica delle retribuzioni, dal Primo maggio fino ai più recenti incontri con le piccole imprese.
Anche nelle zone che consideriamo più avanzate del paese, la dinamica salariale è oggi al centro delle preoccupazioni. Perché – come sosteniamo nel libro pubblicato a marzo con Roberto Mania – quella salariale è una questione nazionale. Ed è sempre più evidente che non riguarda soltanto l’equità sociale, ma incide direttamente sulla competitività del sistema economico.
Il peso dei ritardi dei rinnovi contrattuali
La questione salariale non è finita con il 2025, però. La figura 1 mostra come, a fine anno, le retribuzioni contrattuali nel settore privato (escludendo la pubblica amministrazione dove i ritardi nei rinnovi sono ormai strutturali), fossero, in termini reali, ancora inferiori del 6,5 per cento rispetto a fine 2020, ben sotto altri paesi come Belgio e Olanda, ma non lontano dalla Germania, che attraversa una fase economica particolarmente difficile. Un contributo positivo nel 2026 arriverà dal rinnovo del contratto dei metalmeccanici, appena firmato, che rappresenta un passo avanti significativo dopo un anno e mezzo di stallo in un settore che, nonostante il ridimensionamento dell’industria, continua a svolgere un ruolo di riferimento per l’intero sistema della contrattazione collettiva. Tuttavia, il ritardo cumulato resterà rilevante e richiederà anni per essere recuperato, ora che l’inflazione è tornata su livelli ordinari, mentre la produttività continua a stagnare o, in alcuni comparti, a diminuire.
I salari effettivi, cioè non quelli scritti nei contratti collettivi, ma quelli percepiti dai lavoratori, mostrano una dinamica simile. Il divario da colmare rispetto al 2021 è pari al 6,8 per cento, in riduzione rispetto al 7,5 per cento di inizio anno, ma rimane tra i più elevati dell’area Ocse (figura 2). Secondo le previsioni dell’Ocse, nei prossimi due anni le retribuzioni nominali per dipendente in Italia dovrebbero crescere del 2,1 per cento nel 2026 e del 2 per cento nel 2027. Si tratta di aumenti ben inferiori a quelli previsti nella maggior parte degli altri paesi, ma che dovrebbero comunque tradursi in piccoli guadagni reali, considerato che l’inflazione è attesa all’1,8 per cento sia nel 2026 sia nel 2027.
Infine, un ulteriore segnale di debolezza emerge dai salari offerti negli annunci di lavoro pubblicati sulla piattaforma Indeed, un indicatore anticipatore delle tendenze dei prossimi mesi. Dalla primavera del 2025, secondo i dati del Indeed Wage Tracker (figura 3), la crescita annuale delle retribuzioni proposte è fiacca: dall’1,5-2 per cento di inizio anno allo 0-0,6 per cento di fine anno, mentre negli altri paesi comparabili continua a oscillare tra il 2 e il 5 per cento.
Il paradosso dei record dell’occupazione
Le ragioni di questo ritardo persistente sono note e strutturali. Il peso elevato delle piccole imprese, la centralità di settori a basso valore aggiunto come il turismo, edilizia e i servizi alla persona, un sistema di relazioni industriali frammentato e in alcuni comparti molto debole, una fiscalità fortemente sbilanciata sul lavoro, livelli di competenze ancora insufficienti – sia dal lato dei lavoratori sia dei manager – e un passaggio scuola-lavoro ampiamente migliorabile continuano a comprimere la dinamica delle retribuzioni. A queste criticità si aggiunge un apparente paradosso. Come sottolineato anche nel recente rapporto del comitato per la produttività, i record occupazionali possono costituire il terreno per una nuova stagnazione salariale. Con l’aumento del costo del capitale, molte imprese hanno scelto di espandere il fattore lavoro, relativamente più conveniente, rinviando investimenti in beni capitali e digitalizzazione. Una scelta che rischia di tradursi in un’ulteriore stagnazione della produttività, con effetti negativi sulla crescita e, inevitabilmente, sui salari. Quello che nel breve periodo è il risultato meccanico di un’occupazione che cresce a fronte di un Pil che stagna (figura 4), nel medio-lungo periodo si trasforma in un fattore di impoverimento ulteriore del paese.
Intervenire sul salario lordo
Negli ultimi anni l’attenzione delle politiche pubbliche si è concentrata sul salario netto, in particolare per le fasce di reddito più basse. Un obiettivo legittimo, perseguito attraverso interventi su detrazioni, aliquote Irpef e decontribuzione. Tuttavia, dopo una lunga sequenza di misure, lo spazio di manovra su questo fronte appare sempre più limitato. La priorità deve ora spostarsi sul salario lordo.
Per farlo, però, non basta una legge o un decreto. Occorre agire sulle determinanti profonde: favorire la crescita dimensionale delle imprese, rafforzare i servizi ad alto valore aggiunto, investire in competenze, sostenere la contrattazione collettiva di qualità, eventualmente anche con strumenti legali di supporto, vigilare sul rispetto delle regole e riorientare un sistema di tassazione e trasferimenti che grava in modo eccessivo sul lavoro. Uno strumento concreto di cui il governo dispone per il 2026 è la legge delega in materia di retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva – che ha assorbito il dibattito parlamentare sul salario minimo – e che, come richiamato da Pietro Ichino su queste pagine il 30 settembre 2025, contiene elementi potenzialmente utili per mettere ordine nel sistema. Sarà nel 2026 che se ne valuterà l’effettiva declinazione e l’impatto.
Lavoce è di tutti: sostienila!
Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!
Economista del lavoro presso il Direttorato per l’Occupazione e gli Affari Sociali dell’OCSE. Ha ottenuto il PhD in economia presso la Paris School of Economics e l’Université Libre de Bruxelles. In precedenza, ha lavorato alla Commissione Europea e come assistente per gli affari economici e il G20 del Presidente del Consiglio. Fa parte della redazione de lavoce.info.
Leo
Sono un lavoratore dipendente con CCNL Metalmeccanica industria e a breve sarò chiamato a votare per l’approvazione del nuovo contratto (Referendum previsto per fine febbraio 2026).
La perdita del potere di acquisto dei lavoratori dipendenti è dovuto a diversi fattori non sempre governabili con i CCNL ma, il nuovo CCNL Metalmeccanica industria (oggetto del Referendum) secondo Lei va nella giusta direzione?
Secondo Lei bocciare l’accordo sarebbe un autogol per i lavoratori?
Espongo di seguito una serie di problemi aperti:
1. Gli aumenti arrivano in ritardo
prima paghi l’aumento dei prezzi, poi (da giugno dell’anno successivo) arriva l’adeguamento senza alcuna compensazione
2. Gli aumenti valgono solo sui minimi
non su eventuali superminimi, integrativi aziendali e altre voci
3. La produttività non viene misurata in modo sistematico
diventa difficile se non impossibile redistribuire parte della ricchezza generata in azienda ai lavoratori attraverso la contrattazione di secondo livello
4. Il drenaggio fiscale
Gli aumenti salariali ricadono generalmente nella fascia di reddito con aliquota IRPEF superiore (ad esempio quella del 33%) per cui gli aumenti salariali sono sottoposti ad una tassazione superiore rispetto a quella media a cui viene sottoposto l’intero salario.
Gli aumenti salariali possono inoltre avere un impatto rilevante sulle detrazioni da lavoro dipendente e su altre componenti fiscali e sociali, incidendo sull’aliquota marginale effettiva.
Ad esempio secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, per lavoratori dipendenti, nella fascia di reddito tra circa 32.000 e 40.000 euro l’aliquota marginale effettiva può arrivare a sfiorare il 60% per cui gli aumenti contrattuali che ricadono in questa fascia di reddito producono aumenti netti piuttosto contenuti.
Stante il drenaggio fiscale si riduce l’interesse dei lavoratori a scioperare per rivendicare un aumento contrattuale in quanto l’adesione allo sciopero ha un costo (certo e immediato) probabilmente superiore ai potenziali futuri incrementi contrattuali netti.
Andrea Garnero
La ringrazio per le sue osservazioni molto puntuali che dimostrano come il tema abbia dei risvolti pratici ben percepiti sul terreno.
La sua analisi sul drenaggio fiscale (fiscal drag) e sulle aliquote marginali è purtroppo molto lucida, Leonadi e Rizzo hanno scritto molti pezzi su questo blog a cui non ho nulla da aggiungere. Per quanto riguardo lo “scudo” contro l’inflazione: è vero che il recupero dell’inflazione avviene dopo che il danno è stato subito. Tuttavia, il CCNL metalmeccanica è uno dei pochi a garantire un recupero almeno parziale dell’inflazione. Questo elimina il rischio che i lavoratori ricevano meno di quanto dovuto se l’inflazione corre più del previsto e attenua il rischio di spirale prezzi-salari.
Invece, l’assorbilità dei superminimi è sicuramente un problema, ma qui la partita si sposta in azienda. Il CCNL dà la base, ma sta alla rappresentanza sindacale interna lottare affinché gli aumenti non vengano assorbiti e la produttività venga finalmente misurata e premiata con accordi integrativi.
A mio avviso, ma non sono parte in causa e quindi non mi permetto di dare indicazioni di alcun tipo, bocciare l’accordo oggi non porterebbe automaticamente a condizioni migliori, ma a una continuazione della vacanza contrattuale che sarebbero i lavoratori a pagare.
Patrizio
Credo che uno dei problemi principali sia dato dal fatto che un numero rilevante di piccole e medie aziende ha strutturalmente bisogno di tenere bassi i salari per poter competere.
Paradossalmente questo situazione viene favorita da un sistema fiscale che sostiene questa situazione attraverso contributi, sgravi e bonus distribuiti con una certa generosità.
Per non parlare di un ampie possibilità di giocare sull’elusione fiscale.
bob
se non ci fossero piccole e medie aziende in questo Paese scoppierebbe la rivolta sociale. Credere che l’elusione fiscale si faccia non facendo due scontrini è pura fantasia a fronte di bilanci miliardari sapientemente adeguati e di giochi di Borsa. Su una busta paga di 3500/3800 euro al dipendente va si e no 1200 euro questo è il problema.