Rovesciare un regime con le proteste richiede tempo e il governo di Teheran per ora mantiene il controllo sul paese. Potrebbe però scegliere una strada di compromesso per garantirsi la sopravvivenza ed evitare lo scontro diretto con gli Stati Uniti.

I tempi lunghi delle proteste

Le proteste in Iran sembrano essersi attenuate e l’attacco militare statunitense, per ora, non è arrivato. Ma la crisi della Repubblica islamica è tutt’altro che risolta. Il regime è uscito profondamente indebolito dalle recenti rivolte che hanno attraversato l’enorme paese e coinvolto ampi strati della società. Le migliaia di morti e feriti, uccisi anche con l’uso di armi chimiche, hanno messo seriamente in discussione la sua legittimità.

La storia insegna che i processi rivoluzionari raramente si esauriscono in poche settimane. Nel 1979, i disordini che portarono alla caduta dello scià durarono più di un anno. Allo stesso modo, molte altre rivoluzioni hanno richiesto tempi lunghi per maturare. Eppure, proprio in questa fase critica, si apre una finestra – stretta e temporanea – che potrebbe consentire al regime di evitare uno scontro diretto con gli Stati Uniti e forse di garantirsi la sopravvivenza.

Il governo iraniano è riuscito a isolare il Paese e a mantenere operativi i servizi essenziali. L’apparato repressivo ha mostrato una notevole tenuta e fedeltà al governo degli ayatollah, mentre la propaganda contro i nemici esterni ha fatto il resto. Ora, però, il regime dovrà dimostrare una straordinaria capacità di adattamento, come già accaduto nella sua storia ormai quasi cinquantennale.

Dopo la morte di Mahsa Amini, il 16 settembre 2022, e la successiva rivolta delle donne, alla repressione è seguita una parziale e informale liberalizzazione dei costumi e della vita culturale: dall’abolizione di fatto dell’obbligo del velo in molti contesti urbani, fino alla recente mostra su Picasso e altri pittori moderni nel centro di Teheran.

Oggi, tuttavia, la situazione appare più complessa. Il malessere non colpisce solo i ceti più poveri, ma anche una classe media che l’inflazione e la svalutazione del rial hanno drasticamente impoverito. Molti cittadini non riescono più a comprare cibo a sufficienza, ricevono acqua potabile ed energia elettrica solo per poche ore al giorno. Il sistema dei cambi multipli ha alimentato la corruzione e arricchito numerosi funzionari pubblici. Mentre la popolazione dimagrisce per la fame, scintillanti Ferrari e Maserati sfrecciano per la capitale e i ristoranti di lusso restano affollati.

Nel frattempo, il cosiddetto “impero regionale” iraniano (Siria, Hezbollah, Hamas, Houthi yemeniti, milizie sciite irachene) si è dissolto o risulta fortemente indebolito. La forza militare del regime ha inoltre mostrato i propri limiti durante la guerra dei dodici giorni contro Israele e gli Stati Uniti. I principali alleati di Teheran, Russia e Cina, non sono oggi in grado o non intendono fornire un sostegno decisivo: la prima è impantanata nel conflitto ucraino, la seconda resta fedele a una visione rigidamente mercantilistica.

Le condizioni di Washington

Di fronte a una situazione tanto drammatica, solo un mix di repressione e pragmatismo potrebbe forse salvare l’attuale leadership iraniana. Alcuni provvedimenti urgenti sono stati appena abbozzati – meno aiuti agli importatori e più sussidi alle famiglie – ma le riforme strutturali richiederebbero tempo e una capacità politica che, per il momento, sembra mancare. Per questo, se il regime vuole davvero guadagnare tempo e stabilità, dovrà intervenire sul fronte esterno, in particolare nei rapporti con gli Stati Uniti. È qui che entra in gioco Donald Trump e la strategia americana per il Medio Oriente.

Washington non sembra avere fretta di colpire, anche se continua ad ammassare portaerei e armamenti nella regione. Le condizioni poste sono chiare e difficilmente negoziabili. Per evitare un attacco, Teheran dovrebbe rinunciare in modo credibile al programma nucleare, abbandonare la retorica e le politiche mirate alla distruzione di Israele, liberare i prigionieri politici, cessare la fornitura di droni alla Russia e smettere di vendere petrolio scontato alla Cina. In altre parole, l’Iran dovrebbe accettare un compromesso che segnerebbe una svolta radicale rispetto alla linea ideologica seguita per decenni. Solo così potrebbe ottenere la sospensione delle sanzioni e il pieno rientro nel commercio e negli investimenti internazionali.

Si tratterebbe di una scelta dolorosa, ma non senza precedenti. Altri regimi, in situazioni di grave difficoltà, hanno optato per un cambio di registro nei confronti dell’Occidente pur di sopravvivere. È accaduto in Siria, dove Assad è stato estromesso da un ex jihadista, e, per certi versi, accade oggi in Venezuela, dove la vicepresidente Delcy Rodríguez ha avviato un dialogo pragmatico con gli Stati Uniti dopo anni di scontro frontale. L’Iran potrebbe seguire una traiettoria simile, sacrificando parte della propria ideologia e forse lo stesso ottantaseienne Ali Khamenei, per preservare il regime.

In fondo, l’Iran resta un grande Paese di oltre 90 milioni di abitanti, in una posizione strategica cruciale, con una civiltà millenaria, che nessuno vuole vedere precipitare nel caos.

Molti analisti e studiosi qualificati, tra cui Vali Nasr e Christopher de Bellaigue, sfidando le interpretazioni semplificate che dipingono l’Iran come uno Stato teocratico irrazionale o monolitico, ritengono che il regime abbia sempre seguito una strategia coerente fondata sulla resistenza e sull’autonomia. Una strategia che nasce non tanto dall’ideologia, ma da esperienze storiche profonde: il colpo di Stato del 1953 orchestrato da Stati Uniti e Regno Unito contro il governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadeq; la cacciata dello scià Mohammad Reza Pahlavi nel 1979; la devastante guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein (1980-1988), costata circa un milione di morti.

Tutto ciò potrebbe indurre il regime iraniano a imboccare una via più pragmatica. Per ora, però, la retorica antioccidentale dell’ayatollah Ali Khamenei ricorda tanto le parole che Billy Wilder mette in bocca a Norma Desmond, protagonista di Viale del tramonto: “You don’t yell at a star. The star might roll over and crush you.” (“Non si urla contro una star. La star potrebbe girarsi e schiacciarti”).

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