Salario individuale netto e reddito familiare netto sembrano raccontare storie opposte. Nell’apparente paradosso giocano un ruolo fisco e occupazione. Che però non possono sostituire a lungo retribuzioni che non seguono l’aumento del costo della vita.
L’andamento dei salari
Negli ultimi anni il dibattito sul benessere economico degli italiani si è fatto più complesso. Da un lato, diversi indicatori suggeriscono che il reddito disponibile delle famiglie abbia tenuto meglio del previsto; dall’altro, il disagio legato ai salari resta diffuso e persistente. Capire come le due affermazioni possano coesistere è essenziale per valutare lo stato dell’economia italiana e le sue prospettive.
Il punto di partenza è semplice. Se si guarda al reddito individuale da lavoro salariato, l’Italia è rimasta indietro rispetto agli altri paesi avanzati. Tra il 2021 e il 2024 i salari nominali sono cresciuti, ma meno che altrove e soprattutto meno dell’inflazione. In termini reali, il recupero osservato in molte economie europee e negli Stati Uniti non si è visto con la stessa intensità nel nostro paese. Anche al netto delle imposte, i salari individuali restano sotto i livelli pre-pandemia, con perdite più marcate per alcune fasce della distribuzione. Dal rapporto della Banca centrale europea, Wage Tracker, sappiamo infatti, che nel periodo che va dal 2019 al 2025, per un’inflazione pari al 20,6 per cento, i salari lordi reali sono diminuiti dell’8 per cento. Tuttavia, in Italia il fisco ha fatto un’opera di redistribuzione intensa. Infatti, la crescita dei salari al netto delle imposte è molto maggiore per i salari sotto la media rispetto a quelli sopra la media (tabella 1). Il ruolo del fisco in Italia è dovuto al tentativo di compensare i mancati rinnovi dei contratti collettivi e il fiscal drag.
L’effetto dell’occupazione sul reddito familiare
Eppure, quando si passa dal salario individuale netto al reddito familiare netto, il quadro sembra cambiare. Al netto delle imposte e contributi e includendo trasferimenti e benefici, il reddito delle famiglie risulta oggi leggermente più alto rispetto al 2019. L’apparente miglioramento ha alimentato l’idea che, tutto sommato, il potere d’acquisto abbia retto meglio di quanto raccontino i dati sui salari.
La spiegazione sta in due fattori distinti, che è importante non confondere. Il primo è la redistribuzione fiscale. Negli ultimi anni il fisco ha svolto un ruolo rilevante nel compensare le perdite di reddito da lavoro, soprattutto per i nuclei a reddito più basso: decontribuzioni, bonus e trasferimenti hanno attenuato l’impatto dell’inflazione. Al netto delle imposte, la dispersione delle perdite si è ridotta e alcuni nuclei hanno recuperato più di altri. Ma la redistribuzione ha un limite evidente: può correggere, non sostituire, la dinamica dei salari.
Il secondo fattore è ancora più decisivo ed è spesso sottovalutato: l’effetto occupazione. Tra il 2021 e il 2024 l’Italia ha registrato una crescita dell’occupazione eccezionale per intensità e durata. Più persone hanno trovato lavoro, molte sono passate da contratti temporanei a rapporti stabili, altre hanno aumentato le ore lavorate. Questo ha prodotto un forte aumento del reddito familiare per una parte rilevante della popolazione. I principali dati sono in tabella 2: tra il 2021 e il 2024 gli occupati dipendenti a tempo pieno e indeterminato sono aumentati di circa 1,4 milioni e gli occupati indipendenti a tempo pieno sono aumentati di 200mila, a fronte di una riduzione del numero di occupati part time e a tempo determinato per complessivamente 200mila unità. Dal 2021 al 2024 c’è stato quindi un aumento dell’occupazione a tempo a tempo pieno (dipendenti a tempo indeterminato e indipendenti) di 1,6 milioni di unità.
Nel caso estremo in cui l’incremento di occupazione fosse distribuito per famiglia, potremmo sostenere che circa al massimo 1,6 milioni di famiglie abbiano potuto migliorare la loro condizione reddituale almeno per un anno. È aumentato il numero dei percettori di reddito: da zero a uno, da uno a due o da un part-time a un tempo pieno. Per questi nuclei l’incremento del reddito è stato reale e spesso consistente. È il gruppo che spiega gran parte del miglioramento medio del reddito familiare netto osservato nelle statistiche. La tabella 2 mostra come le famiglie italiane con due o più percettori di reddito siano nel 2022 circa 7 milioni sui 12 totali con reddito da lavoro dipendente come fonte principale di reddito. Rispetto al 2012 le famiglie con più di un percettore di reddito sono aumentate di circa 600 mila unità.
La media, tuttavia, come spesso accade, nasconde più di quanto riveli. Per la maggioranza delle famiglie, quelle la cui partecipazione al mercato del lavoro non è cambiata, il reddito familiare ha seguito da vicino l’andamento dei salari individuali: perdite in termini reali, anche al netto di imposte e contributi, nonostante gli interventi fiscali. I nuclei a reddito più basso hanno retto un po’ meglio grazie alle misure redistributive, ma se si considera che la loro inflazione effettiva è più alta – perché il paniere dei consumi è concentrato sui beni essenziali – il recupero si ridimensiona ulteriormente.
Il risultato finale è un paradosso solo apparente: il reddito familiare medio cresce perché una minoranza di famiglie sta meglio, ma solo grazie a più occupazione: si lavora di più per guadagnare più o meno come prima o qualcosa in più. E comunque la maggioranza lavora come prima e vive peggio di cinque anni fa. È il classico effetto del “pollo medio”: la statistica aggregata migliora, ma non perché il lavoro paghi di più, bensì perché più persone lavorano.
Per questo, nonostante l’importanza del reddito disponibile familiare, il salario reale individuale lordo resta ovunque l’indicatore di riferimento per valutare la salute di un’economia dal punto di vista dei lavoratori. Misura la capacità del sistema produttivo di generare redditi adeguati prima delle correzioni fiscali e dei trasferimenti. È il salario, non il reddito familiare medio, che orienta le scelte di studio, di carriera e, in ultima analisi, di permanenza in un paese.
Il fisco può attenuare gli squilibri e l’occupazione può crescere, ma nessuno dei due può sostituire a lungo salari che non tengono il passo con il costo della vita. Se la crescita del reddito passa solo dall’aumento del numero dei lavoratori per famiglia, il modello è fragile: funziona finché c’è spazio per far entrare nuovi occupati, non quando questa spinta si esaurisce.
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È professore ordinario di Economia dell'Università degli studi di Milano. Phd. in economia alla London School of Economics, è stato visiting scholar presso il Massachussetts Institute of Technology di Boston e l'Università di Berkeley. I suoi principali interessi scientifici riguardano l'economia del lavoro e in particolare temi legati a disoccupazione, disuguaglianza e redistribuzione. È stato, durante il governo guidato da Paolo Gentiloni, consigliere economico del presidente del Consiglio.
Si è laureato in Economia all'Università Cattolica di Milano. Ha conseguito il Master in Economics a Louvain-la-Neuve e il dottorato in Economia Politica all'Università Federico II di Napoli. E' stato Marie Curie post-doc fellow alla LSE. Si occupa di temi di economia pubblica e political economy con particolare riguardo alla finanza locale. Ha insegnato all'Università Cattolica di Milano e all'Università di Novara e Ferrara. E' professore ordinario di Scienza delle Finanze presso quest'ultima Università e research affiliate presso l'IEB dell'Università di Barcellona. Ha svolto e svolge attività di consulenza per vari enti pubblici. È stato membro del comitato direttivo della Siep (Società Italiana di Economia Pubblica) per il periodo 2015-2021. È redattore de lavoce.info. @leonziorizzo su Twitter.
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