Gli stereotipi hanno un ruolo nelle scelte educative e contribuiscono così agli squilibri di genere nel mercato del lavoro. Favorire la consapevolezza di quelli impliciti aumenta il numero di ragazze che optano per facoltà Stem. Con effetti anche sui maschi.
Stereotipi radicati alla base dei divari di genere nelle Stem
Negli ultimi decenni le donne hanno superato gli uomini in termini di istruzione, ma il divario di genere nei campi scientifici e tecnologici rimane sorprendentemente ampio. Nei paesi Ocse, dall’Europa al Nord America, le donne rappresentano la maggioranza dei laureati, ma sono ancora fortemente sottorappresentate nelle discipline Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). In Italia il fenomeno è particolarmente marcato: solo il 16,5 per cento delle giovani laureate proviene da facoltà Stem, contro il 37 per cento degli uomini.
Una parte rilevante della letteratura suggerisce che lo squilibrio non dipenda solo da differenze di abilità o preferenze, ma anche da stereotipi di genere profondamente radicati, secondo cui le donne sarebbero meno portate per la matematica o le scienze. Questi stereotipi sono influenzati da molteplici fattori sociali, culturali ed esperienziali. Possono anche riflettere disuguaglianze strutturali, come le minori opportunità offerte alle donne in determinati contesti. Ciò che è particolarmente rilevante, tuttavia, è che operano a livello inconscio: possono influenzare le decisioni individuali anche quando le persone dichiarano esplicitamente di non condividerli e, in alcuni casi, possono incidere sui comportamenti al di là di valutazioni pienamente razionali.
In un recente studio abbiamo analizzato il ruolo degli stereotipi impliciti nelle scelte universitarie degli studenti delle scuole superiori. Lo abbiamo fatto concentrandoci su un campione di 566 studenti dell’ultimo anno di liceo in Calabria, una regione caratterizzata da norme di genere relativamente tradizionali. Prima che gli studenti effettuassero l’iscrizione all’università, abbiamo somministrato loro un questionario contenente informazioni personali e familiari e, soprattutto, l’Implicit Association Test (Iat), uno strumento ampiamente utilizzato per misurare associazioni automatiche tra concetti (in questo caso, genere e ambiti disciplinari).
L’Iat consente di rilevare quanto rapidamente una persona associa, ad esempio, “scienza” a “maschio” e “lettere” a “femmina”. I risultati mostrano che le studentesse presentano in media livelli più elevati di stereotipi impliciti rispetto ai loro coetanei maschi, e che tali stereotipi sono fortemente correlati al percorso scolastico e al rendimento in matematica. Inoltre, il punteggio all’Iat predice in modo significativo l’intenzione di intraprendere un percorso nelle discipline Stem. Questo effetto è particolarmente marcato tra le studentesse: quelle che presentano stereotipi impliciti di genere più pronunciati in relazione alla scienza hanno una probabilità significativamente inferiore di dichiarare l’intenzione di scegliere un percorso Stem.
Cosa cambia quando c’è consapevolezza
Ma il punto centrale del nostro lavoro è un altro: cosa succede se rendiamo gli studenti consapevoli dei propri stereotipi?
Per rispondere a questa domanda è stato realizzato un esperimento randomizzato. A una parte degli studenti (gruppo trattato) è stato inviato via email un feedback personalizzato con il proprio punteggio Iat, accompagnato da una breve spiegazione del test e del significato del risultato. Gli studenti del gruppo di controllo hanno ricevuto un’email neutra, senza informazioni sugli stereotipi. A entrambi i gruppi è stato consigliato di basare la scelta universitaria sui propri interessi e sulle proprie attitudini.
Dopo l’immatricolazione, gli studenti sono stati nuovamente intervistati per osservare le loro scelte effettive. I risultati sono chiari: la consapevolezza dei propri stereotipi influenza le decisioni. In particolare, le studentesse con livelli elevati di stereotipi impliciti che hanno ricevuto il feedback sono risultate più propense a iscriversi a corsi Stem, rivedendo scelte iniziali più tradizionali. È plausibile che l’informazione ricevuta abbia spinto queste ragazze a interrogarsi criticamente sui propri condizionamenti e a considerare percorsi con maggiori ritorni nel mercato del lavoro.
Per gli studenti maschi, l’effetto è più contenuto e va in direzione opposta: tra quelli con stereotipi elevati, il trattamento aumenta lievemente la probabilità di scegliere percorsi non Stem. Nel complesso, però, il messaggio è chiaro: rendere visibili gli stereotipi può contribuire a ridurne l’impatto sulle scelte educative.
Questi risultati confermano che gli stereotipi rappresentano un fattore importante nelle scelte educative e contribuiscono agli squilibri di genere nel mercato del lavoro. In particolare, l’idea diffusa che le ragazze siano meno portate per matematica e scienze può scoraggiarle dall’intraprendere percorsi Stem, influenzando così sia la scelta universitaria sia le future opportunità professionali e salariali. Anche le norme sociali percepite, come le aspettative sul ruolo femminile nella famiglia, contribuiscono a mantenere queste disuguaglianze. Allo stesso tempo, anche i ragazzi possono essere condizionati dagli stereotipi di genere, ad esempio sentendosi obbligati a scegliere percorsi scientifici indipendentemente dai loro reali interessi.
Non sorprende, quindi, che rendere gli studenti consapevoli dei propri stereotipi impliciti produca effetti differenziati e asimmetrici rispetto al genere. Tra gli studenti maschi, l’emersione di forti stereotipi genere-scienza sembra favorire un allontanamento dai percorsi Stem, probabilmente verso scelte più coerenti con le proprie inclinazioni. Al contrario, tra le studentesse, la stessa presa di coscienza rafforza la propensione a intraprendere tali percorsi.
Nel complesso, i nostri risultati suggeriscono che politiche mirate alla riduzione degli stereotipi impliciti possano contribuire a colmare il divario di genere nelle discipline Stem. Allo stesso tempo, emergono segnali della necessità di monitorare attentamente eventuali effetti controbilancianti, come una possibile diminuzione delle iscrizioni maschili.
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Professoressa di Politica Economica presso il Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza dell’Università della Calabria. Attualmente in congedo, è dirigente presso la Direzione Centrale Studi e Ricerche INPS. Si occupa prevalentemente di Economia del lavoro e dell’istruzione, Discriminazione di genere, Political Economy e valutazione di politiche pubbliche.
Kim ALLAMANDOLA
Che i genitori abbian sempre “minimizzato” le figlie ed “esaltato” i figli è cosa risaputa, le madri sono possessive in media, vogliono le figlie eterne bambine sotto la loro ala, mentre accettano che i figli prendano il volo, i padri in media idem. Ma il vero nocciolo STEM è che l’Italia è un paese mentalmente obsoleto, pur essendo erede dei maggiori innovatori degli ultimi secoli.
Da un lato ciò che si insegna nelle facoltà STEM è largamente inutile, il programma di quasi ogni Ingegneria ad es. non ha alcun senso nel presente, è sia obsoleto sia inutile ANCHE per la ricerca, che peraltro è largamente assente, quella che c’è così “controllata” da non poter funzionare perché la mente ha bisogno d’esser libera, non irrigimentata. Dall’altro se anche qualcuno fa da se ed esce bene poi manca il tessuto economico che l’accolga e l’assorba. In Italia il grosso delle aziende è fermo al modello Taylor/Weber/Fayol, le learning org sono miraggi, la cultura documentale “è una perdita di tempo”, le dashboard “sono per nerd”. Il risultato è che chi fa due conti e in genere le donne li fanno meglio degli uomini capisce che oggi fa meno fatica e si posiziona meglio in società a seguire il solco degli stereotipi di genere che non a cercar altro, perché in Italia tutt’oggi comanda una classe dirigente arcaica e non parlo del governo ma del grosso della popolazione, arcaica mentalmente.
tony
Peccato che questa narrazione vacilli quando si guardano i dati dei Paesi nordici: proprio dove le donne sono più libere di scegliere secondo i propri interessi, tendono comunque a preferire più spesso le materie umanistiche rispetto alle STEM.
Capisco benissimo l’obiettivo di superare gli stereotipi, ed è sacrosanto. Però la domanda resta: ha davvero senso spingere le ragazze verso percorsi STEM soprattutto per ragioni di carriera, se poi rischiano di trovarsi in ambiti che magari non corrispondono ai loro interessi? Le conseguenze potrebbero vedersi sia nella qualità del percorso di studi sia, più avanti, nella soddisfazione e nello sviluppo della carriera lavorativa.
Hggfd
Si trovano sempre centinaia di articoli sulle poche donne nelle stem ma nessuno sui pochi uomini nelle umanistiche nonostante siano numericamente nettamente inferiori alle donne nelle facoltà scientifiche