Perché c’è spazio per un partito liberaldemocratico*

Il segretario del Partito Liberaldemocratico spiega come una formazione di stampo marcatamente liberale possa intercettare la domanda politica di chi non si riconosce nelle due coalizioni attuali, entrambe a traino prevalentemente populista.

Riceviamo e pubblichiamo la replica di Luigi Marattin all’articolo di Francesco Orsi, uscito su lavoce.info il 13 marzo 2026.

I liberali ci sono anche in Italia

Ringrazio Francesco Orsi per aver dedicato attenzione al “cantiere liberaldemocratico” fornendo alcune considerazioni critiche a cui proverò a rispondere con tre brevi riflessioni. La prima sulla sua premessa, la seconda sul suo suggerimento e la terza sulle modalità con cui il cantiere sta lavorando. Su quest’ultimo punto in particolare, come del resto su tutto il resto, posso ovviamente parlare esclusivamente a nome della forza politica che rappresento.

In premessa Orsi argomenta una critica di base, secondo cui l’Italia non sarebbe un paese pronto ad accettare la ricetta liberale. A questo però si risponde abbastanza agevolmente: probabilmente è mediamente vero, ma ciò non significa che non vi sia una parte di paese che invece chiede di essere rappresentata proprio da tale piattaforma. Si potrebbe contro-obiettare dicendo che allora questa offerta politica non potrà mai vincere una competizione maggioritaria, e ancora una volta sarei d’accordo. Ma non è quello l’obiettivo. Se non altro, semplicemente perché l’Italia non è una democrazia maggioritaria sul modello di quella anglosassone, dove si sfidano due principali partiti (anche se sembra essere progressivamente sempre meno vero in Gran Bretagna). La legge elettorale italiana è attualmente per circa due terzi proporzionale, e con la probabile riforma del sistema elettorale si avvia a esserlo integralmente. E un sistema proporzionale, ancorché sporcato in maniera decisiva da meccanismi maggioritari quali il premio di maggioranza, non è affatto incompatibile con la creazione di un’offerta politica di stampo marcatamente liberaldemocratico in grado di intercettare quella domanda che rimane inevasa dall’assetto attuale dell’offerta, incentrato su due coalizioni a traino prevalentemente populista. E di metterla a valore nel sistema politico, non solo come mera testimonianza.

Meno stato, ma migliore

La mia seconda considerazione riguarda poi il suggerimento di Orsi, secondo cui la proposta politica non dovrebbe essere “meno stato” bensì “uno stato che funzioni”.

Mi chiedo però quale forza politica, nella storia delle democrazie moderne, abbia mai promesso qualcosa di diverso da questa affermazione. Si ha memoria di un partito politico che prospetti uno stato che non funzioni? In che modo uno statement, mi si consenta, così banale può definire l’identità di una qualsivoglia offerta politica?

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Il Partito Liberaldemocratico non si è mai limitato ad affermare “meno stato”, ma ha sempre fatto un ragionamento un po’ più articolato. Conclusa la fase di privatizzazione degli anni Novanta, il settore pubblico in Italia negli ultimi due decenni ha conosciuto una nuova fase di espansione che lo ha portato in campi molto lontani da ciò che è considerato usuale in una moderna economia di mercato. Oggi il settore pubblico – nei tre livelli in cui è articolato – gestisce migliaia di società attive in settori concorrenziali (dalle ex-municipalizzate a Poste), partecipa fondi che entrano nel capitale delle imprese private, avalla o rigetta – tramite il golden power – operazioni puramente di mercato anche tra realtà italiane, si intromette nella governance delle società quotate. Secondo Stefano Cingolani, le 58 medie e grandi imprese controllate direttamente o indirettamente dallo Stato rappresentano il 15,4 per cento del Pil, una quota doppia rispetto agli anni Settanta. Allo stesso tempo, stiamo osservando un decadimento (a volte esponenziale) della qualità dei servizi pubblici in ambiti in cui, invece, solo lo Stato può operare: giustizia, difesa, fisco, sicurezza, finanziamento delle infrastrutture e dei servizi pubblici essenziali, welfare, attività di regolamentazione, qualità delle istituzioni.

La nostra tesi è semplice, e basata sul caro e vecchio concetto di costo-opportunità: riteniamo che, prima di mettere il naso in campi che non gli competono strettamente, il settore pubblico debba dedicare energie e risorse a fare meglio ciò solo lo stato può fare. Non, dunque, “meno stato”. Ma “meno stato, e miglior stato”. In condizioni di risorse scarse, l’obiettivo – comune tra la nostra analisi e quella di Orsi – di “miglior stato” può secondo noi essere raggiunto solo se lo stato ricalibra le sue priorità e i suoi ambiti di intervento. Chiedere di privatizzare la Rai, mettere a gara tutti i servizi pubblici locali e rafforzare parallelamente Agcom e Antitrust, ad esempio, è un buon esempio di ciò che intendiamo.

Il cantiere liberaldemocratico

Infine, le modalità di lavoro del “cantiere liberaldemocratico”. Il nostro partito non ha mai avuto intenzione di replicare le dinamiche tossiche che hanno sciaguratamente affossato il Terzo Polo nella primavera 2023, solo pochi mesi dopo quello che, forse diversamente da Orsi, ritengo un lusinghiero risultato elettorale, perlomeno per una lista messa insieme in fretta e furia a Ferragosto. Pertanto, il nostro obiettivo è sempre stato quello di giungere progressivamente ad un’unica offerta politica tra tutti coloro che avessero le seguenti tre caratteristiche: a) avere un’impostazione liberaldemocratica; b) considerarsi alternativi a questo centrodestra e a questo centrosinistra; c) essere caratterizzati da un minimo livello di equilibrio comportamentale (e probabilmente non solo) nelle leadership nazionali. 

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In quest’ottica, l’Assemblea nazionale del Partito Liberaldemocratico dello scorso 29 novembre ha approvato all’unanimità un documento politico che autorizzava me e la mia Segreteria nazionale a cercare il massimo della convergenza possibile con Azione, il cui leader era presente alla nostra Assemblea. Da allora, ogni campagna che abbiamo prodotto (sulla promozione degli asili nido aziendali, su un pacchetto di proposte liberali rispettivamente su affitti e energia) è stata sottoposta ad Azione con l’intenzione di promuoverla insieme, se necessario anche riscrivendola daccapo. È però stato possibile farlo, purtroppo, solo nel caso dei nidi aziendali, su cui abbiamo depositato alla Camera una proposta di legge avente come prime firme la mia e quella della presidente di Azione (Elena Bonetti).

La nostra intenzione rimane quella di costruire al più presto un vero cantiere, su cui – proprio per non replicare le dinamiche che hanno affossato il Terzo Polo – non porremo questioni di leadership e di competizione narcisistica. Vogliamo semplicemente dire agli italiani che quello che ci interessa non è affermare l’ego di nessuno, ma offrir loro un’alternativa seria, credibile e di massa critica sufficiente ai due schieramenti prevalenti.

Continueremo a lavorare in questa prospettiva, sperando che presto si possa passare a una fase più concreta, operativa e avanzata in tempo utile a costruire un progetto credibile.

* Luigi Marattin è il Segretario Nazionale del Partito Liberaldemocratico.

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  1. Angelo

    Non vedevamo l’ora.

  2. Franco Granata

    Condivisibile:
    a) avere un’impostazione liberaldemocratica;
    b) considerarsi alternativi a questo centrodestra e a questo centrosinistra;
    c) essere caratterizzati da un minimo livello di equilibrio comportamentale .

  3. Enrico

    Dopo i disastri della deregulation, della demolizione del welfare pubblico, della globalizzazione selvaggia e delle politiche ultraliberiste mi pare difficile portare avanti ancora una agenda liberaldemocratica in qualsiasi paese. Peccato che ovunque la risposta siano le autocrazie e il populismo di destra.

    • Massimiliano

      Buongiorno, dimentica il populismo di sinistra fatto di lavorare meno a parità di stipendio come se questo non portasse inflazione. Abolire la povertà dando sussidi a chiunque come se non esistesse un problema di debito. Chiedere un salario minimo per legge, quando un sindacato di sx lo avversava perché avrebbe perso potere, e d il medesimo sindacato firma contratti da fame che ora chiede di abolire.

  4. Italo

    Marattin, lei mi sembra a posto… Ma non esistono abbastanza persone a posto per riempire gli scranni di un partito di successo. Per cui la storia è scontata: si comincia un progetto e poi, se il progetto fallisce e il partito resta a livello di prefisso telefonico, amen. Se invece il partito cresce, per riempire le liste entrano personaggi di dubbia caratura: poltronisti. E in pochi anni, amen di nuovo. Anche perché l’italiano medio votante si aspetta miracoli e se non li vede entro una legislatura passa a votare il prossimo partito che propone botti piene e mogli ubriache. Lei ha ragione, esistono molti liberali che non votano perché si rifiutano di votare il meno peggio tra due schieramenti populisti. Io sono uno di quelli. Ho votato Radicale verso fine anni 90, perché era l’unico partito liberale, anche se poi non condividevo una certa parte di idee. Poi ho smesso. E sto benone. Voterò di nuovo se si potrà votare per un esecutivo EU, ma non credo vedrò un vero Governo EU con poteri reali: non nella mia vita restante. L’Italia da sola non migliorerà. Popolazioni ben più alfabetizzate economicamente e politicamente di noi stanno virando verso populismi. Dovrà andare molto peggio, prima che si creino le condizioni per migliorare. Forse.

  5. Marco spinedi

    Tutto d’accordo salvo il fatto di dichiararsi alternativi sia al centro destra sia al centro sinistra; passate le elezioni, ammesso di entrare in parlamento, come ci si comporta? Si vota sì o no a seconda della propria convinzione e posizione politica? Si fanno alleanze con il vincente di turno per avere un ruolo nel governo? Sono abbastanza “maturo” da aver votato per i repubblicani piuttosto che per i socialisti nel quadripartito però in quel caso la maggioranza politica era più o meno scontata fin dall’inizio. Ora che si fa?

  6. Francesco Silvestri

    Lo “Stato migliore” che ha in mente Marattin è quello di quando incensa Milei o di quando difende l’indebolimento del check and balance tra i poteri proponendo un parallelismo (ridicolo) tra magistrati e docenti universitari?

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