Se si utilizzano le Ula come input di lavoro e il deflatore dei consumi delle famiglie come indice di prezzo si ottiene una riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti tra il 2019 e il 2025 significativamente inferiore rispetto ad altre stime.
Una questione molto dibattuta
Negli ultimi mesi il dibattito sulla perdita di potere d’acquisto dei salari in Italia è diventato assai vivace. Sono state proposte cifre allarmanti, con una contrazione dei salari reali lordi oltre l’8 per cento tra il 2019 e il 2025. Sono stime ormai accettate. Eppure, la loro quantificazione dipende da scelte metodologiche che meritano di essere esplicitate.
Proprio per l’importanza del tema è necessario puntualizzare alcuni aspetti analitici. Proponiamo qui una differente quantificazione del fenomeno basata sulle Ula (unità di lavoro equivalenti a tempo pieno) come input di lavoro, per passare dal volume aggregato delle retribuzioni lorde di fatto (i cosiddetti salari) alle retribuzioni pro capite e sul deflatore dei consumi per passare dalle grandezze nominali a quelle reali.
Il primo denominatore: Ula e ore lavorate
Qual è la remunerazione del fattore lavoro che meglio approssima il costo unitario di un’unità di input lavorativo? Alcuni esperti utilizzano le retribuzioni orarie, dividendo cioè il monte retributivo per il totale delle ore effettivamente lavorate. Noi preferiamo le Ula che costituiscono la trasformazione in full-time equivalent delle posizioni lavorative: le maggiori o minori ore prestate da una persona fisica vengono ricondotte a un’unità standardizzata, che può corrispondere a un valore maggiore o minore di 1 a seconda dell’intensità lavorativa effettiva. In altri termini, un lavoratore part-time al 50 per cento conta come 0,5 Ula, mentre chi svolge una doppia attività può corrispondere a più di un’unità. È la misura che l’Istat impiega nella contabilità nazionale come unità di riferimento dell’input di lavoro e come denominatore degli indicatori di retribuzione e costo del lavoro per unità di input.
Le ore lavorate colgono certamente una dimensione economicamente rilevante: registrano in modo diretto le variazioni dello straordinario, della cassa integrazione, degli orari effettivi e, più in generale, dell’intensità con cui l’input di lavoro viene utilizzato nel processo produttivo. Proprio per questo, nei documenti di contabilità nazionale rappresentano la misura più immediata del volume di lavoro impiegato, ma risultano anche più esposte alla volatilità congiunturale e alle oscillazioni di breve periodo. Le Ula, standardizzando le posizioni lavorative in equivalenti a tempo pieno, attenuano tali movimenti e consentono una comparabilità intertemporale e intersettoriale quando l’obiettivo non è misurare il flusso orario di lavoro, bensì la remunerazione rapportata a un input di lavoro standardizzato e comparabile.
I dati confermano che la distanza tra le due misure esiste, ma non altera l’ordine di grandezza del fenomeno. Tra il 2019 e il 2025, usando il deflatore dei consumi delle famiglie, la contrazione delle retribuzioni lorde reali da lavoro dipendente è pari al 4,2 per cento se i redditi da lavoro sono rapportati alle ore lavorate e al 3 per cento se sono rapportati alle Ula: uno scarto di 1,2 punti percentuali. Con l’Ipca (indice dei prezzi al consumo armonizzato) le corrispondenti variazioni risultano pari a -6,3 per cento e -5,1 per cento, con il medesimo differenziale. La scelta del denominatore, dunque, conta, ma meno di quella relativa all’indice di prezzo.
Nella prassi della contabilità nazionale, l’Istat esprime le retribuzioni e il costo del lavoro in rapporto alle Ula dipendenti, sia nei conti economici annuali sia nei comunicati trimestrali sul mercato del lavoro. Le ore lavorate figurano nei medesimi comunicati come misura del volume complessivo dell’input di lavoro del sistema economico, e dunque segnalano anche gli aggiustamenti ciclici nell’utilizzo del lavoro; ma non vengono impiegate come denominatore degli indicatori retributivi. Questa distinzione tra le due misure non è arbitraria: riflette due diverse domande analitiche, entrambe legittime, ma non coincidenti.
Per una discussione più ampia sulla scelta del denominatore dell’input di lavoro – e sulle implicazioni che ne derivano anche nelle comparazioni internazionali – si rimanda a un nostro precedente contributo. Qui basti osservare che, dopo un lungo periodo in cui le Ula crescevano molto meno degli occupati per effetto dell’espansione del part-time, negli ultimi anni tale dinamica si è invertita: segno che la misura in Ula ha registrato l’aumento dell’intensità lavorativa delle posizioni non full-time, pur restando meno sensibile delle ore lavorate alle oscillazioni congiunturali di breve periodo.
Il secondo denominatore: deflatore dei consumi delle famiglie
Il deflatore dei consumi delle famiglie è un indice di prezzo a base variabile, endogeno rispetto alle scelte di consumo. È anche la soluzione adottata dall’Istat nei conti trimestrali dei settori istituzionali, dove il potere d’acquisto del reddito disponibile viene misurato proprio deflazionando con il deflatore dei consumi delle famiglie. Se al numeratore usiamo grandezze di contabilità nazionale, anche il denominatore dovrebbe appartenere allo stesso perimetro statistico.
Vi è poi una differenza sostanziale: né il Nic né l’Ipca coincidono con il perimetro economico che interessa quando si vogliono trasformare in termini reali redditi e retribuzioni delle famiglie residenti. Entrambi gli indici fanno riferimento ai consumi effettuati sul territorio nazionale, indipendentemente dalla residenza di chi li effettua: i prezzi rilevati includono dunque le transazioni dei turisti stranieri e di ogni altro soggetto non residente che acquista beni e servizi in Italia, mentre escludono la spesa che le famiglie italiane sostengono all’estero. Il deflatore, invece, guarda ai consumi delle famiglie italiane sul territorio economico e all’estero, al netto della spesa dei non residenti in Italia. Questo è un punto che dovrebbe fare immediatamente propendere per la scelta del deflatore come indice di prezzo al fine di valutare la dinamica del potere d’acquisto dei lavoratori residenti.
A ciò si aggiunga che Nic e Ipca valutano esclusivamente prezzi che si formano in transazioni monetarie, escludendo componenti non monetarie rilevanti come i fitti figurativi, vale a dire il valore del servizio abitativo goduto dalle famiglie proprietarie, che in Italia rappresentano circa il 70 per cento dei nuclei. Poiché il deflatore include questa componente, esso riflette in modo più completo la struttura dei consumi effettivi delle famiglie residenti.
Anche sul piano dell’interpretazione teorica la distinzione merita attenzione. Il Nic e l’Ipca sono indici di tipo Laspeyres a catena: ponderano le variazioni di prezzo con le quantità dell’anno precedente, aggiornando quindi la struttura dei pesi con cadenza annuale. Il deflatore dei consumi, in quanto concettualmente più vicino a una logica di tipo Paasche – dove i pesi riflettono le quantità del periodo corrente – tende a recepire in misura maggiore le ricomposizioni della spesa che avvengono all’interno dell’anno stesso. Le famiglie, del resto, non subiscono passivamente le variazioni dei prezzi relativi: riallocano la propria spesa, scoprono nuovi prodotti, cambiano canale di acquisto, modificano le proprie abitudini in risposta ai segnali del mercato. Un indice che pondera con la struttura dell’anno precedente non cattura per intero questa capacità di adattamento e, quando i prezzi di alcuni beni aumentano mentre il consumatore si è già spostato su alternative accessibili, rischia di incorporare nell’inflazione misurata rincari largamente neutralizzati. Il deflatore, ponderando con la spesa corrente, attenua questa rigidità e risulta quindi più coerente con l’obiettivo di misurare il potere d’acquisto delle retribuzioni. Con il deflatore valorizziamo quanto ciascuno di noi fa per difendersi dall’incremento dei prezzi: effetti di sostituzione ed effetti di reddito costituiscono strumenti per migliorare il proprio benessere nei confronti dell’ambiente esterno (i prezzi di listino).
Un confronto tra misure e una lettura settoriale
Le due scelte metodologiche discusse nelle sezioni precedenti producono risultati diversi: a livello aggregato, tra il 2019 e il 2025 la variazione delle retribuzioni lorde reali da lavoro dipendente oscilla tra -6,3 per cento e -3 per cento. La scelta dell’indice di prezzo incide più della scelta del denominatore dell’input di lavoro: il passaggio dall’Ipca al deflatore riduce la stima della caduta di circa due punti, mentre il passaggio dalle ore lavorate alle Ula la riduce di 1,2 punti.
Chiarito il quadro metodologico, è utile guardare anzitutto al numeratore. La massa delle retribuzioni lorde da lavoro dipendente, espressa a prezzi 2025 con il deflatore dei consumi delle famiglie, cresce nel totale economia del 6,4 per cento tra 2019 e 2025, con aumenti particolarmente ampi nei servizi di mercato, nell’alloggio e ristorazione e nelle attività professionali. Il punto è rilevante, perché segnala che non siamo di fronte a una contrazione della massa salariale reale complessiva, bensì a una sua redistribuzione su un input di lavoro più ampio.
Rapportando il monte retributivo alle Ula dipendenti, si ottiene la misura che riteniamo più coerente con la contabilità nazionale e con l’obiettivo di valutare la remunerazione reale di un input di lavoro standardizzato. In questa prospettiva, tra 2019 e 2025 la riduzione nel totale delle attività economiche è pari al 3 per cento, con differenze rilevanti tra settori: -0,8 per cento nella manifattura, -5 per cento nella pubblica amministrazione, -2,4 per cento nei servizi di mercato, fino a un lieve aumento nelle attività professionali (+0,2 per cento).
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Direttore dell'Ufficio Studi Confcommercio.
Enrico
Mi sembra che gli autori adottino alcune ipotesi discutibili, che tendono a ridimensionare artificialmente la perdita di potere d’acquisto subita negli ultimi decenni delle famiglie dei lavoratori. La prima è che gli introiti dei lavoratori possano essere misurati meglio tramite le retribuzioni medie per ULA piuttosto che per occupato. In realtà, la retribuzione per ULA è al massimo un indicatore del costo unitario del lavoro al netto dei contributi sociali, che rispecchia solo il punto di vista delle imprese, piuttosto che del reddito medio su cui può contare ciascun occupato, che riflette invece la posizione delle famiglie. Purtroppo al mercato vanno i lavoratori in carne ed ossa (compresi quelli in part-time e in CIG breve) e non le ULA (che per definizione lavorano sempre a tempo pieno). Il fatto che il salario reale medio di una ULA sia diminuito meno di quello di un lavoratore dimostra solo che per formare una ULA sono necessari sempre più occupati malpagati. E questo non è un buon segno per il potere d’acquisto delle famiglie. La seconda ipotesi è che il deflatore dei consumi delle famiglie misuri la perdita di potere d’acquisto meglio dell’indice dei prezzi armonizzato europeo (IPCA). Come è noto, i due indici differiscono soprattutto per il trattamento del costo dei servizi pubblici individuali (soprattutto istruzione e sanità) e per quello dei fitti imputati sull’abitazione principale, che sono una voce puramente virtuale che aumenta il reddito dei soli proprietari di case, indipendentemente dalla loro condizione lavorativa. Il deflatore include i fitti imputati e l’IPCA no. Tuttavia, non ha senso tener conto di quest’ultima posta per deflazionare le retribuzioni degli occupati, se non altro perché col salario non è materialmente possibile pagare (a sé stessi!) l’affitto della propria abitazione, ammesso che se ne possieda una. Quindi l’effetto sul valore reale del salario è nullo. Per quanto riguarda il costo dei servizi pubblici individuali, il deflatore considera il rispettivo costo di produzione (p.es.: il costo del lavoro di sanitari e insegnanti e il prezzo pieno dei farmaci), invece degli esborsi effettivi delle famiglie sotto forma di ticket o tasse scolastiche. Nell’IPCA sono incluse soltanto queste ultime voci, che sono anche le sole che incidono direttamente sull’impiego del salario netto. Il resto dei costi è infatti coperto dalla fiscalità generale. Per misurare l’ulteriore perdita di reddito disponibile dei lavoratori determinato dalle imposte è necessario l’impiego dei modelli di microsimulazione. Da ultimo, vorrei sottolineare che sia la composizione merceologica dell’IPCA che quella del deflatore sono riviste ogni anno e quindi non determinano differenze sostanziali tra i due indici né in termini concettuali (sono entrambi approssimativamente dei Paasche) che numerici.
Paolo Refuto
Ringrazio Enrico per il commento, che permette di precisare alcuni punti.
Sul primo punto, relativo alla scelta tra ULA e occupati come denominatore, i dati del periodo vanno in direzione opposta rispetto a quella suggerita nel commento. Tra il 2019 e il 2025, le ULA dipendenti sono aumentate del 9,7%, sensibilmente più degli occupati dipendenti (+7,6%). Ciò riflette la riduzione dell’incidenza del part-time: in questi anni molte posizioni lavorative sono passate a tempo pieno, cosicché l’input standardizzato è cresciuto più dell’occupazione. Ne consegue che la retribuzione reale per ULA è scesa del 3,0%, più di quella per occupato (-1,4%). Le ULA, dunque, nel periodo considerato non attenuano la caduta retributiva: semmai la accentuano.
Sul deflatore dei consumi delle famiglie, il punto dirimente riguarda il perimetro statistico. L’IPCA segue il domestic concept: copre gli acquisti monetari effettuati sul territorio nazionale da residenti e non residenti, ed esclude la spesa che le famiglie residenti sostengono all’estero. Il deflatore dei consumi delle famiglie segue invece il national concept: considera i consumi delle famiglie residenti, sul territorio e all’estero, al netto della spesa dei non residenti in Italia. Se l’obiettivo è deflazionare redditi e retribuzioni delle famiglie residenti, questo è il perimetro coerente.
Su sanità, istruzione e farmaci, il punto è che nei consumi finali delle famiglie non rientrano i servizi individuali forniti dalla pubblica amministrazione o dalle istituzioni non profit come trasferimenti sociali in natura: questi rientrano invece nel consumo effettivo delle famiglie. Di conseguenza, il costo del lavoro di sanitari e insegnanti, così come la parte di spesa farmaceutica coperta dal settore pubblico, non confluisce come tale nei consumi finali delle famiglie; vi entra invece la quota effettivamente sostenuta dalle famiglie.
Infine, sulla natura degli indici, la distinzione teorica resta importante. Eurostat definisce l’IPCA/HICP come un chain-linked Laspeyres-type index. Il fatto che i pesi siano aggiornati ogni anno non lo trasforma in un Paasche; semmai ne attenua alcuni limiti rispetto a un Laspeyres a base fissa. Nei conti nazionali, il deflatore implicito dei consumi resta concettualmente più vicino a un Paasche. L’aggiornamento annuale dei pesi riduce la distanza tra i due strumenti, ma non la annulla.