È passato un anno da quando Trump ha introdotto i dazi sulle importazioni. I risultati ottenuti sono lontani dagli obiettivi. Le tariffe sono state trasferite ai consumatori. Così l’inflazione è salita e la Fed ha ritardato la riduzione dei tassi.
I dazi di Trump
Un anno dopo il Liberation Day, il bilancio dei dazi per gli Stati Uniti è netto: più inflazione e pochi benefici commerciali. Soprattutto, la Corte suprema ha dichiarato illegali i dazi: il presidente non può scavalcare il Congresso. Le entrate fiscali sono aumentate, ma a pagarle sono stati i consumatori.
Prima dell’insediamento di Donald Trump, il dazio effettivo medio degli Stati Uniti si situava al di sotto del 3 per cento. Dopo il Liberation Day, la tariffa arrivò al 21 per cento, il livello più alto dalla Grande Depressione. Nel corso del 2025, la politica commerciale si è basata su nuovi accordi firmati con il Regno Unito, l’Unione europea e il Giappone mentre a ottobre è stata concordata una tregua commerciale di un anno con la Cina.
La sentenza della Corte suprema
A febbraio 2026 la Corte suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi i dazi introdotti dall’amministrazione Trump. La decisione è fondata su basi costituzionali: l’esecutivo non ha l’autorità per imporre dazi di tale portata senza l’approvazione del Congresso. Di fatto, la sentenza ha comunque implicato la sospensione degli accordi commerciali raggiunti fino a quel momento. L’amministrazione ha risposto facendo ricorso a poteri esecutivi di carattere eccezionale per riproporre un dazio del 10 per cento per un periodo di 150 giorni.
La composizione delle entrate fiscali
Dalla introduzione dei dazi, gli Stati Uniti hanno più che triplicato le proprie entrate mensili per diritti doganali. Nel 2025, in totale hanno riscosso 264 miliardi di dollari, superando ampiamente la media recente.
Tuttavia, le entrate fiscali totali continuano a essere dominate dalle imposte sui redditi (51 per cento) e dalla previdenza sociale (33 per cento). È quindi impraticabile l’idea di sostituire le altre imposte con i dazi, come promesso da Trump.
Cosa è successo al deficit commerciale
L’evidenza sull’impatto dei dazi sul deficit commerciale è contrastante. In termini aggregati, il deficit commerciale dell’ultimo trimestre del 2025 si è ridotto rispetto allo stesso periodo del 2024. Bisogna però tenere conto degli effetti di anticipazione. A partire dall’elezione di Trump, nel novembre 2024, le aziende straniere hanno anticipato le esportazioni verso gli Stati Uniti per evitare i nuovi dazi, generando così un deficit commerciale record nel primo trimestre del 2025. Questo effetto di anticipazione distorce la lettura dei dati su base annua.
A livello bilaterale, si osserva una riduzione del deficit con la Cina e l’Europa. Ma, nel caso europeo, la dinamica risente in misura significativa proprio dell’effetto anticipazione.
Per quanto riguarda la Cina, il riequilibrio appare parziale e in parte riconducibile a fenomeni di deviazione commerciale. L’aumento delle importazioni dalle economie del Sud-Est asiatico, in particolare dal Vietnam, suggerisce che beni originariamente prodotti in Cina siano stati reindirizzati verso gli Usa attraverso paesi terzi.
Chi ha pagato
Un altro punto centrale è chi abbia finito per pagare effettivamente questi dazi. Secondo la Fed, circa il 90 per cento del carico dei dazi è stato assorbito da aziende e consumatori statunitensi. Le pressioni inflazionistiche si sono sviluppate in modo graduale nel corso del 2025, invece di manifestarsi come uno shock puntuale. Un confronto con l’inflazione dell’Eurozona rafforza questa interpretazione. Fino ad aprile 2025, i processi di disinflazione dell’area euro e degli Usa avanzavano a un ritmo simile. Dopo il Liberation Day, la dinamica ha iniziato a divergere con un’inflazione al rialzo negli Stati Uniti.
Secondo la Fed, i maggiori aumenti di prezzo si sono concentrati sui beni importati. Quelli provenienti da Cina e altri paesi registrano aumenti maggiori rispetto ai beni prodotti negli Usa o dai principali partner con accordi di libero scambio: Canada e Messico.
A un anno dall’introduzione dei dazi, i risultati sono distanti dagli obiettivi iniziali. Il gettito fiscale proveniente da dazi è esiguo rispetto alle entrate totali. I dazi non sono stati assorbiti dagli esportatori ma trasferiti ai consumatori alimentando pressioni inflazionistiche e, quindi, ritardando la riduzione dei tassi da parte della Fed. Infine, l’impatto sul deficit commerciale resta limitato, mentre la decisione della Corte suprema ridimensiona la strategia commerciale di Trump.
Nel complesso, i dazi si confermano uno strumento poco efficace nel correggere gli squilibri esterni, a fronte di costi economici e istituzionali non trascurabili.
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