Per decenni le politiche del lavoro si sono concentrate sull’occupabilità. Ora l’evidenza sperimentale sul monopsonio digitale sposta il baricentro: il vincolo decisivo è il ventaglio di alternative che ciascun lavoratore riesce a vedere e a perseguire.
Lavoratori fermi anche con le offerte sulle piattaforme digitali
Il monopsonio è il rovescio del monopolio: pochi compratori invece che pochi venditori. Sul mercato del lavoro il compratore è il datore e la conseguenza è che i salari si formano sotto il livello che emergerebbe in piena concorrenza. In “Monopsony in Online Labor Markets”, Arindrajit Dube, Jeff Jacobs, Suresh Naidu e Siddharth Suri misurano questo potere su Amazon Mechanical Turk attraverso l’elasticità dell’offerta di lavoro: quanto cioè i lavoratori sono disposti a spostarsi verso datori che pagano di più. Il valore si ferma intorno a 0,1, con risultati convergenti sia dall’analisi dei dati osservati sulla piattaforma sia dalla rianalisi di cinque esperimenti che avevano variato casualmente i compensi. In un mercato perfettamente concorrenziale il valore sarebbe molto più alto: ogni lavoratore si sposterebbe immediatamente verso chi paga di più. Un’elasticità di 0,1 significa che raddoppiare il salario fa crescere l’offerta di lavoro alla singola impresa solo del 10 per cento. I datori possono pagare salari sensibilmente sotto il valore che il lavoratore aggiunge all’impresa, perché i lavoratori, di fatto, restano dove sono.
Le conseguenze sui salari
Il dato è sorprendente per il contesto in cui viene misurato. MTurk è un mercato digitale con migliaia di richiedenti attivi, costi di cambio di datore teoricamente nulli, possibilità di accettare o rifiutare ogni task in pochi secondi. Se il monopsonio sopravvive lì, ha buone probabilità anche di persistere su piattaforme generaliste come Indeed e Linkedin. L’inerzia che Alan Manning aveva teorizzato in Monopsony in Motion (2003) per spiegare la persistenza di salari sotto il prodotto marginale emerge sperimentalmente anche dove le frizioni dovrebbero essere minime. Le piattaforme rendono visibile in laboratorio un meccanismo strutturale del lavoro contemporaneo. Che il mercato del lavoro sia anelastico, che i lavoratori cioè si spostino meno di quanto suggerirebbe il differenziale di salario, è un assunto ormai consolidato, che lo sia anche nelle piattaforme che dovrebbero proprio promuovere logiche di competizione e creazione del prezzo (del salario) tramite concorrenza, cambia il quadro e il modo in cui pensare le politiche attive del lavoro.
Per quarant’anni l’agenda dominante — dalle Active Labour Market Policies europee al sistema lombardo della Dote — ha concentrato lo sforzo sull’occupabilità individuale, concentrandosi sulla formazione e sull’acquisizione di competenze. Lo schema implicito è che il mercato funzioni e che il problema sia il lavoratore mal posizionato al suo interno. Se l’elasticità dell’offerta è bassa, però, potenziare il singolo non basta. Il margine di intervento si sposta sul ventaglio di alternative che il singolo riesce a vedere e a perseguire. I servizi fondamentali si spostano dalla formazione all’accompagnamento al lavoro, allo scouting di opportunità, al superamento delle resistenze di chi ricerca il lavoro a cambiare settore o mansione o – dove possibile – localizzazione geografica del posto di lavoro.
Le opzioni di fronte al lavoratore
Nel saggio “The Capacity to Aspire: Culture and the Terms of Recognition” (in Culture and Public Action, 2004), Arjun Appadurai ha definito capacity to aspire la disposizione a immaginare percorsi possibili e a navigarli. Tradotta nella prassi delle politiche del lavoro, comporta che il compito dei servizi pubblici non si esaurisce nel collocare una persona su una vacancy disponibile. Comprende la costruzione attiva del campo di opzioni, dalla mappatura delle opportunità reali in un territorio, alla consapevolezza dei datori che competono per profili simili, alla ridefinizione della propria identità individuale. Si tratta di ridurre le asimmetrie informative tra impresa e lavoratore, ma anche di aprire il campo alla possibilità di concepire la mobilità professionale come opportunità sempre presente, anche quando il rapporto in essere è formalmente stabile. Se in una congiuntura di carenza vogliamo produrre un fenomeno di competizione sui salari che conduca a un aumento del potere di acquisto reale, allora la strada per il servizio pubblico è cercare di creare un mercato il più possibile fluido e trasparente.
Qui si gioca l’effetto sistemico. Se i lavoratori percepiscono alternative concrete e raggiungibili, l’elasticità dell’offerta che ciascun datore fronteggia potrebbe crescere, al netto delle resistenze propriamente umane. Quando l’elasticità cresce, la rendita che il datore può estrarre dalla rigidità del sistema di scelta si comprime. Il meccanismo è simmetrico: politiche che ampliano le alternative individuali generano pressione concorrenziale aggregata, e questa pressione si traduce in salari più alti. Il canale opera per via concorrenziale e prescinde dall’intervento regolatorio diretto.
Cosa cambia per le politiche attive
Per anni il dibattito italiano ha contrapposto le politiche passive (ammortizzatori, salario minimo) alle politiche attive (formazione, riqualificazione), trattando le seconde come complemento individuale alle prime. Le evidenze sul monopsonio suggeriscono una diversa funzione: le politiche attive possono diventare lo strumento attraverso cui si introduce concorrenza dal lato dei datori. Modificano l’intero equilibrio di mercato, perché alterano le condizioni in cui i datori formulano le proprie offerte.
Questa visione ha una chiara conseguenza operativa per i Centri per l’impiego e per chiunque faccia politiche attive. Misurare il successo di un servizio in base al numero di collocamenti realizzati (tipico indicatore di risultato) significa fermarsi ad una lettura dei dati poco significativa. Un indicatore di impatto significativo è la capacità di un sistema di politiche attive di alzare il salario di riserva dei lavoratori che frequentano un determinato mercato, ampliando in modo verificabile il loro orizzonte di alternative, per le persone intercettate dal sistema di Pal ma anche per i lavoratori che ne rimangono fuori.
Un servizio pubblico che si limita a sviluppare competenze e trovare accordo “algoritmico” tra domanda e offerta esistenti lascia intatta la struttura monopsonistica. L’attività core diventa allora, in una logica di “work coaching”, allargare la consapevolezza della persona: indagare le opzioni per mansioni diverse rispetto al proprio profilo consolidato, anche attraverso individuazione e valutazione delle competenze sviluppate in contesti non formali e informali, sviluppare fiducia per l’adattabilità a settori diversi rispetto a quelli familiari, verificare la disponibilità di mezzi di trasporto, anche attraverso incentivi e rimborsi, per stimolare la mobilità geografica. Si tratta infine di accompagnare le aziende in direzione di una valutazione dei candidati su basi nuove e adatte allo scenario caratterizzato dalla difficoltà a trovare candidati, non più soltanto la conoscenza del settore o le mansioni specialistiche, ma sempre di più la capacità di essere efficaci anche in contesti nuovi e diversi, anche in ragione del fatto che la tecnologia rende le competenze tecnico professionali sempre meno rilevanti. Ampliare il campo delle opzioni la erode dall’interno e potrebbe avere un effetto moltiplicatore nell’aumento dei salari in una congiuntura di scarcity.
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Savino
Mal si concilia con un diritto del lavoro che, nel nostro ordinamento, resta privatistico e contrattualizato (in maniera individuale e collettiva). Cosa diversa sarebbe considerare il diritto del lavoro come un ramo del diritto pubblico ,con piena agibilità su di esso dei pubblici incarichi ed uffici. In questo modo, anche lo spazio per le politiche pubbliche connesse su condizioni di lavoro e di salario sarebbe maggiore. Poi, il monitoraggio dei salari va equiparato al costo della vita e all’andamento di prezzi e tariffe e si potrebbe cominciare dalle tariffe dello Stato, dai costi dei beni e servizi di fruibilità pubblica, dalla verifica di un’effettiva concorrenza, dalla condizione di moneta digitale e dai pagamenti rapidi da parte dell’Euro.