L’economia circolare non vuol dire solo buon funzionamento della gestione dei rifiuti, significa ripensare il modo di produrre e consumare. Per questo bisogna continuare ad agire per contenere l’estrazione di risorse naturali favorendo la rigenerazione.

Buoni risultati nell’uso circolare della materia

L’Italia vanta risultati di tutto rispetto nel panorama europeo dell’economia circolare, ma sarebbe un errore fermarsi a celebrare i primati. Dietro i buoni numeri, si nasconde una realtà più complessa: circa l’80 per cento dell’economia nazionale continua a funzionare secondo logiche lineari. La strada verso una vera circolarità è ancora lunga. I dati degli ultimi anni invitano a una riflessione seria su quanto sia stato fatto e quanto resti ancora da fare.

Perché non basta

Spesso si commette l’errore di ritenere che il concetto si riferisca solo al buon funzionamento della gestione dei rifiuti, dimenticando che invece economia circolare vuole dire ripensare il nostro modo di produrre e consumare.

Per inquadrare il ruolo dell’Italia nella transizione verso l’economia circolare, è utile partire dagli indicatori che misurano l’impiego di materie prime vergini. Il tasso di utilizzo circolare dei materiali, cioè la quota di materia riciclata reimmessa nei processi produttivi rispetto al consumo complessivo di materia, è uno dei parametri di riferimento delle politiche europee, e su questo fronte l’Italia si posiziona al secondo posto nel continente, subito dopo i Paesi Bassi.

Nel 2024, l’Italia ha raggiunto un tasso di circolarità dei materiali del 21,6 per cento, con un vantaggio netto rispetto alla media Ue (12,2 per cento) e a Francia, Germania e Spagna. L’indicatore non misura soltanto la capacità di un’economia di chiudere i propri cicli produttivi, riflette anche la riduzione della necessità di estrarre risorse naturali, il contenimento della dipendenza da fornitori esteri e la diminuzione dell’impatto ambientale dei processi produttivi. A parità di impiego di materia, incrementare l’utilizzo circolare significa essenzialmente ridurre il ricorso a risorse vergini, sostituendole con materie prime da riciclo.

I target europei prevedono di raddoppiare il livello di circolarità, rispetto ai valori attuali, puntando al 24 per cento entro il 2030: obiettivo che, pur apparendo teoricamente raggiungibile, impone di interrogarsi su quali siano le iniziative più efficaci per sostenere il percorso. La circolarità può essere incrementata agendo su due direttrici complementari: da un lato, migliorando l’efficienza del riciclo e rimuovendo le barriere normative, tecnologiche e di mercato che ne limitano lo sviluppo; dall’altro, intervenendo sulla quota prevalente del sistema produttivo nazionale che ancora opera secondo logiche lineari.

Gli spazi per ridurre l’economia ancora lineare

In quali ambiti si concentra quell’80 per cento di linearità che ancora caratterizza il sistema economico italiano? Il primo è quello della materia che si disperde: una quota significativa termina in discarica o viene dissipata sotto forma di emissioni (incenerita). Dunque, ampie quote di materia non transitano dai circuiti del riciclo. Il secondo attiene all’elevata dipendenza del nostro modo di produrre dalle risorse naturali: per ogni tonnellata di materiale riciclato reimmessa nel ciclo produttivo, cinque volte maggiori sono le risorse estratte dall’ambiente. La sproporzione evidenzia sia i limiti attuali della capacità di riciclo, e in particolare dell’assorbimento a valle dei prodotti riciclati, sia la necessità di rafforzare le infrastrutture di raccolta e trattamento. Il terzo ambito è di natura settoriale: l’edilizia, con i suoi massicci volumi di minerali non metalliferi, rappresenta uno dei principali colli di bottiglia dell’intero sistema.

Figura 1

Come frenare il consumo di materia

Negli ultimi dieci anni, il consumo di materia in Italia è rimasto sostanzialmente stabile, attestandosi intorno a 8,2 tonnellate per abitante all’anno, un valore significativamente inferiore alla media europea. Sebbene il consumo di materiali risenta in parte del mix energetico nazionale, circa la metà degli utilizzi della materia è assorbita dall’impiego di minerali non metalliferi nell’edilizia e nella realizzazione di infrastrutture.

Una quota consistente dei materiali impiegati ogni anno non viene reimmessa nei cicli produttivi, ma si traduce in accumulo fisico permanente (il cosiddetto “stoccaggio”) concentrato prevalentemente nel settore delle costruzioni. Nel 2024, il 63 per cento dei materiali utilizzati è stato destinato all’accumulo, con un dato pro capite stabile sulle 4,2 tonnellate per abitante.

Questa tendenza segnala una persistente dipendenza da risorse vergini e un insufficiente impiego di materiali circolari, in particolare nel comparto edilizio. Esistono tuttavia concreti margini di intervento: la valorizzazione del patrimonio edilizio esistente, unita alla diffusione di tecniche costruttive a basso impatto materiale, potrebbe consentire una riduzione progressiva degli accumuli, contenendo al contempo il fabbisogno di nuovi materiali. I materiali provenienti da edifici dismessi o da cantieri di ristrutturazione rappresentano in questo senso una risorsa di grande potenziale: il loro riuso in loco o la reimmissione nei cicli produttivi attraverso processi di riciclo dedicati può trasformare lo stock edilizio esistente in un vero serbatoio di materie prime seconde.

Restiamo dipendenti dalle importazioni di combustibili fossili

Nel confronto europeo, l’Italia si distingue per un livello pro capite di importazioni di materiali rimasto stabile nel tempo e che, nel 2024, ha raggiunto un valore pari a 5 tonnellate per abitante. Il dato è superiore alla media Ue e segnala una dipendenza ancora elevata dalle forniture estere. La componente prevalente è rappresentata dai vettori energetici fossili. Germania, Francia e Spagna hanno intrapreso percorsi più incisivi di riduzione delle importazioni, grazie a una maggiore produzione interna di energia da fonti rinnovabili. Anche un utilizzo più efficiente dei rifiuti organici e della biomassa agricola è decisivo, per il potenziale di recupero di biocarburante e dalla produzione di fertilizzanti organici in sostituzione di quelli di origine fossile.

La sfida del futuro

La sfida per il futuro non consiste soltanto nel migliorare ulteriormente il 20 per cento dell’economia che ha già intrapreso un percorso circolare, ma nel trasformare l’80 per cento del sistema economico che continua a operare secondo logiche estrattive, dissipative e lineari. Sul piano delle azioni strategiche e prioritarie, appare opportuno sviluppare il riciclo organico avanzato, potenziare i biocarburanti da rifiuti e incentivare l’edilizia circolare, le bonifiche e la rigenerazione urbana per contenere il consumo di suolo e di materia vergine.

Raggiungere un 30 per cento di economia circolare nei prossimi anni è un obiettivo ambizioso per il nostro paese, diventa irraggiungibile se pensiamo di poter fare affidamento sul solo contributo del riciclo. Abbiamo infatti tassi di riciclaggio già molto elevati: ricicliamo il 52 per cento dei rifiuti urbani (2024) e il 73 per cento dei rifiuti prodotti dalle attività economiche (2023).

Il riciclo da solo non basta. Occorre un ripensamento profondo dei modi di produrre e consumare: dall’uso ridotto e consapevole dei materiali a nuovi modelli di business incentrati sul contenimento dell’estrazione di risorse naturali e sulla rigenerazione dei materiali.

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