L’intelligenza artificiale sta assumendo le caratteristiche di un’infrastruttura sociale. Le sue applicazioni influenzano comportamenti, decisioni e relazioni. Dall’innovazione tecnologica il focus si sposta così alla governance dei sistemi digitali.

Un’IA per amica

L’intelligenza artificiale è tra i principali fattori di innovazione. Le sue applicazioni stanno trasformando la produzione, il lavoro, la conoscenza e la ricerca. Ma è pure, all’occorrenza, un avvocato preparato, un correttore di bozze, un abile partner di gioco, un seducente interlocutore. Proprio questo rapporto intimo, quasi confidenziale, è il segnale della pervasività dei sistemi di IA nella vita quotidiana e pone questioni che non possono essere affrontate solo sul piano tecnico o legale.

I sistemi di IA generativa operano infatti in uno spazio particolarmente delicato: quello della fiducia, dell’autorevolezza percepita e dell’influenza sui comportamenti individuali e collettivi. I rischi non riguardano solo la perdita di sovranità tecnologica, ma anche la possibilità di una progressiva riduzione delle capacità critiche e creative, soprattutto per le persone fragili, inclini a soluzioni facili.

Le metriche oggi prevalenti misurano principalmente la qualità delle prestazioni dell’IA – accuratezza, velocità, coerenza delle risposte – ma dicono ancora poco sugli effetti reali prodotti sugli utenti: se migliorino davvero la comprensione, la qualità del lavoro e la capacità decisionale oppure se inducano forme crescenti di dipendenza cognitiva, delega eccessiva e legame tossico.

Per questo motivo, l’IA non può essere considerata soltanto una tecnologia o un’infrastruttura digitale. Agisce come un agente sociale capace di orientare relazioni, comportamenti e processi cognitivi. La questione centrale diventa comprendere non soltanto le prestazioni della macchina, ma comprendere l’impatto che produce sulle persone e sulle comunità. E dunque serve attenzione su due questioni: l’eterogenesi dei fini, ovvero gli effetti prodotti da una tecnologia che vanno oltre le finalità originali, e la serendipity, cioè trovare qualcosa di utile che non si stava cercando. La grande capacità di calcolo dell’IA rende questi sottoprodotti della tecnologia più di un’eventualità, qualcosa di simile a un valore atteso.

L’IA e la questione della sovranità

Emerge allora con forza il limite di una governance esclusivamente tecnica e unilaterale dell’innovazione. Per Eurobarometro il 78 per cento dei cittadini ritiene importante che le autorità pubbliche orientino lo sviluppo dell’intelligenza artificiale affinché rispetti diritti e valori fondamentali.

La storia delle grandi innovazioni scientifiche mostra come le società più evolute abbiano sempre costruito spazi di confronto e mediazione prima di giungere a forme mature di regolazione. È accaduto nel settore nucleare, attraverso organismi internazionali che hanno progressivamente definito standard condivisi di sicurezza e controllo; nella bioingegneria, dove la stessa comunità scientifica riconobbe la necessità di introdurre limiti e cautele; nella bioetica, con la nascita di organismi interdisciplinari. Rimane paradigmatica la Conferenza di Asilomar del 1975 in cui la comunità scientifica introdusse limiti, procedure di sicurezza e principi di precauzione nello sviluppo del Dna ricombinante.

In questi casi, la regolazione non è nata dal versante della produzione o dal mercato, ma da luoghi di confronto in cui scienza, istituzioni e società costruiscono linguaggi comuni, criteri di responsabilità e forme di autoregolazione, attingendo a tutte le sensibilità, competenze e conoscenze disponibili.

Tuttavia, la possibilità stessa di regolare l’IA dipende da una condizione preliminare: la sovranità. Nessuna comunità politica può definire limiti, responsabilità e diritti se non possiede capacità di governo delle tecnologie che incidono sulla vita collettiva. Ci sono solo due eccezioni: Cina e Usa, come mostra la recente richiesta di restrizione ai soli statunitensi dell’ultima potentissima versione di ClaudeAI fatta ad Anthropic da Donald Trump. L’IA, dunque, sta diventando una sorta di arma semantica. Oggi le principali infrastrutture tecnologiche alla base di quella generativa – modelli LLM, chip, cloud, piattaforme, sistemi di addestramento – sono prevalentemente private e collocate al di fuori dello spazio europeo. Secondo lo Stanford AI-Index, nel 2024 negli Usa sono stati prodotti quaranta modelli di “IA notevoli”, ovvero che hanno introdotto un’innovazione tecnica rilevante), contro i quindici della Cina e i tre dell’intera Europa. Anche nel 2023 il primato americano era netto (61 modelli contro 21 europei e 15 cinesi), in continuità con le considerazioni di Alfonso Fuggetta su questo sito.

La responsabilità dei cittadini-consumatori

La sovranità non dipende però solo dal possesso della tecnologia o dalla sua regolamentazione, ma anche dalla capacità di determinare le regole del gioco. Non è solo il controllo ma l’aderire a un sistema che senza di noi cessa di esistere. Il sistema ha bisogno di cittadini, utenti, consumatori, agenti sociali, imprese, creator. Ciascuno di noi ha il potere di non aderire e di staccare la spina.

Se il sistema agisce in maniera non consona ai precetti etici o alle regole comuni che rispettiamo sul piano analogico, la cosa più semplice è non aderirvi, non partecipare, agire la libertà di non alimentarlo. Certo, c’è un costo iniziale di transizione per lasciare un ecosistema (lock-in) o per cambiarlo (switch). È il vulnus di ogni social, di ogni accordo, di ogni network. Esiste solo se è usato. È nella sua natura.

È una sovranità indiretta: revocabile, non scontata, condizionata. Senza questa capacità individuale, la regolazione pubblica rischia di ridursi a un esercizio formale, incapace di incidere realmente sulle trasformazioni in corso. È necessario costruire consapevolezza attorno al diritto/dovere dell’utente-cittadino esattamente come si è creata rispetto al lavoratore-cittadino. Non dev’essere una concessione ricevuta o un perimetro di salvaguardia, ma una presenza attiva nella costituzione di regole, norme e vincoli condivisi. Nulla di nuovo, è lo schema comune a tutte le lotte civili e alle conquiste sociali: libertà è partecipazione, come diceva Giorgio Gaber. E viceversa.

Recenti campagne di pressione contro certe piattaforme digitali mostrano come utenti, inserzionisti e organizzazioni possano incidere sulle imprese. Ad esempio, dopo le controversie sulla moderazione dei contenuti di X, molti inserzionisti sospesero gli investimenti pubblicitari, esercitando una forte pressione economica che ha creato il dibattito sul rapporto tra piattaforme e responsabilità sociale. In questa prospettiva va inteso il forte richiamo dell’enciclica di Leone XIV alla necessità di custodire la Magnifica Humanitas attraverso nuove istituzioni e organizzazioni sociali.

Per questo servono luoghi indipendenti di osservazione, confronto e produzione di conoscenza pubblica. Servono ambienti capaci di trasformare temi complessi in patrimonio comune, sostenere decisioni informate e accompagnare l’evoluzione delle regole sociali e istituzionali. 

La disintermediazione digitale ci ha prima isolato e poi ha indebolito molte forme di rappresentanza collettive che nel Novecento ci hanno consentito di esercitare diritti e di condizionare il governo del paese. Il sacco digitale è surrettizio perché avviene in un sistema che regala servizi, che crea divertimento, che produce benessere. Il paradosso è che le persone non si sentono depredate di qualcosa e quindi non hanno né percezione di sfruttamento né rivendicazioni da fare. L’elaborazione per ora è elitaria, manca una coscienza di classe rispetto all’IA, alle piattaforme digitali, ai social. Servirebbero nuovi corpi intermedi – unioni di utenti, organizzazioni civiche o associazioni settoriali – che facciano prima capire cosa stiamo perdendo (diritti, privacy, conoscenza) e poi trasformino le istanze individuali in una domanda collettiva di conoscenza dei codici, in potere reale di condizionamento, indeterrenza.

Ci siamo distratti, affascinati dalla velocità e dai frutti del progresso, e abbiamo lesinato sui controlli. Serve un cambio di approccio: non dobbiamo noi singoli aderire a policy aziendali, cookies, privacy. Sono le imprese digitali che devono rispettare le regole e i valori che ci siamo dati nel patto sociale.

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