Il Piano nazionale per l’assistenza agli anziani 2025-2027 è il primo atto successivo alla riforma del settore del 2023. Rappresenta dunque un banco di prova per quest’ultima. Il risultato è all’altezza delle aspettative? Il bilancio è in chiaro-scuro.
L’importanza del Piano
Il Piano nazionale per l’assistenza e la cura della fragilità e della non autosufficienza stabilisce – ogni tre anni – la ripartizione delle risorse statali destinate ai servizi e agli interventi sociali dei comuni per gli anziani non autosufficienti e definisce gli indirizzi per la programmazione delle politiche a loro rivolte. Il Piano 2025-2027 è il primo successivo alla riforma del settore del 2023 (legge 33), che punta a ridisegnare il sistema di assistenza agli anziani rafforzando le risposte disponibili e promuovendo una maggiore integrazione tra servizi sociali e sanitari. Ne rappresenta quindi il banco di prova e permette di capire quanto del suo disegno trovi effettivamente attuazione. Il bilancio è duplice: da un lato, alcuni importanti passi avanti; dall’altro, un complessivo ridimensionamento delle ambizioni iniziali. Per comprenderne le ragioni, riprendiamo le riflessioni proposte dal Patto per un nuovo welfare per la non autosufficienza, che raggruppa la gran parte delle organizzazioni impegnate nell’assistenza e nella tutela degli anziani in Italia.
La distribuzione delle risorse tra le regioni
L’innovazione più importante riguarda il riparto dei finanziamenti tra le regioni. In precedenza, le risorse venivano distribuite per il 60 per cento sulla base della popolazione residente di età pari o superiore a 75 anni e per il restante 40 per cento secondo i criteri del Fondo nazionale per le politiche sociali, non collegati alle esigenze specifiche delle persone anziane non autosufficienti. Il nuovo Piano, invece, adotta indicatori più legati ai bisogni assistenziali degli anziani – popolazione ultra-75enne, titolari dell’indennità di accompagnamento e persone con disabilità grave – rendendo la distribuzione delle risorse più aderente ai bisogni reali della popolazione. Pur essendo ancora migliorabile, la nuova impostazione costituisce un risultato di grande rilievo. Inoltre, raggiungere un accordo tra le regioni su nuove regole redistributive non era affatto scontato: ogni modifica dei criteri produce inevitabilmente vantaggi per alcuni territori e minori risorse per altri. Proprio per questo, l’intesa rappresenta uno dei risultati più significativi del Piano.
La programmazione
Nella sua impostazione originaria, la riforma attribuiva al Piano un ruolo centrale. Avrebbe dovuto costituire il principale strumento di programmazione del Sistema nazionale per la popolazione anziana non autosufficiente. Lo Snaa è stato concepito per coordinare l’insieme delle politiche pubbliche rivolte agli anziani non autosufficienti, oggi distribuite tra servizi sanitari, servizi sociali, prestazioni economiche e diversi livelli istituzionali. In altre parole, la programmazione consiste nel definire obiettivi, priorità e modalità di intervento considerando congiuntamente tutte queste componenti, superando la tradizionale separazione tra i diversi comparti.
Nella sua formulazione definitiva, tuttavia, il Piano riguarda la programmazione dei soli servizi e interventi sociali. Restano quindi fuori dalla programmazione unitaria componenti fondamentali del sistema, come i servizi sanitari e le prestazioni economiche. Di conseguenza, il Piano non diventa lo strumento per programmare in modo integrato l’insieme delle politiche per la non autosufficienza. L’obiettivo dello Snaa di assicurare una programmazione unitaria dell’intero settore è quindi ancora da raggiungere. Continua così a prevalere la frammentazione che da sempre caratterizza questo ambito del welfare.
Contributi monetari o servizi alla persona
I servizi accompagnano l’anziano nella vita quotidiana: dall’assistenza domiciliare ai centri diurni, fino ai servizi residenziali quando la permanenza a casa non è più possibile. A differenza dei contributi monetari, offrono direttamente attività di cura, assistenza e accompagnamento. Per questo possono migliorare concretamente la qualità della vita degli anziani non autosufficienti. Proprio la carenza di servizi rappresenta da tempo uno dei principali limiti dell’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia.
Con il Piano 2022-2024 era stato avviato un percorso per superare il problema. Ogni regione era chiamata a incrementare progressivamente la quota del Fondo per le non autosufficienze destinata ai servizi, tenendo conto della situazione di partenza del proprio territorio. Senza mettere in discussione l’autonomia delle regioni, il livello nazionale cercava così di favorire un maggiore sviluppo dei servizi alla persona.
Il Piano 2025-2027 interrompe questo percorso. Per la quota del Fondo non destinata ai Leps – i livelli essenziali delle prestazioni sociali – non sono più previsti, infatti, obiettivi specifici ai quali le regioni debbano attenersi nell’utilizzo delle risorse trasferite. Viene così meno il tentativo di utilizzare il Fondo come leva per favorire lo sviluppo dei servizi e riequilibrare il rapporto tra prestazioni economiche e servizi.
I Livelli essenziali delle prestazioni
Lo stanziamento del Fondo per le non autosufficienze per il 2026 ammonta a circa 934 milioni di euro. Di questi, circa 300 milioni sono destinati ai Leps, mentre la parte restante viene trasferita alle regioni per gli utilizzi indicati sopra.
I Leps servono a garantire che alcuni interventi essenziali siano assicurati in modo uniforme ai cittadini su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dalla regione in cui vivono. Rappresentano quindi uno degli strumenti principali per ridurre le forti differenze territoriali che da sempre caratterizzano il welfare italiano.
Negli ultimi anni si sono compiuti importanti progressi soprattutto nel definire come il sistema deve funzionare. Sono stati rafforzati, ad esempio, i Punti unici di accesso e la valutazione multidimensionale delle condizioni dell’anziano, così da rendere più omogeneo il percorso con cui vengono valutati i bisogni, organizzata l’assistenza e coordinati gli interventi.
Il Piano conferma e consolida questi progressi. Rimane però aperta una questione decisiva: definire con precisione che cosa ogni anziano non autosufficiente abbia concretamente diritto a ricevere. Per molti interventi vengono infatti individuati i servizi che devono esistere, ma non viene precisato quale prestazione debba essere garantita al singolo cittadino in presenza di un determinato bisogno assistenziale.
I fondi
Il Piano conferma il percorso di crescita delle risorse destinate al Fondo per le non autosufficienze, avviato con la legge di bilancio per il 2022, approvata dal governo Draghi, che recepì una proposta del Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza di rafforzare strutturalmente il Fondo. Le risorse passano così da 822 milioni di euro nel 2022 a 935 milioni nel 2026, fino a 1,108 miliardi nel 2027. Si tratta di un incremento importante, ma ancora insufficiente rispetto alla crescita del numero di anziani non autosufficienti e ai bisogni di assistenza e cura delle loro famiglie.
Dai principi alla pratica
Il Piano nazionale per l’assistenza e la cura della fragilità e della non autosufficienza 2025-2027 contiene alcune innovazioni importanti, a partire dai nuovi criteri di riparto del Fondo. Nel suo insieme, però, segna un passaggio diverso da quello immaginato con la legge 33. Più che tradurre la riforma in un nuovo modello di assistenza, consolida il sistema così come si è venuto configurando negli ultimi anni. La sfida, ora, non è più definire nuovi principi, ma trasformarli in servizi, diritti esigibili e risorse adeguate a una popolazione anziana destinata a crescere rapidamente.
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