Per lo sviluppo dell’Africa è cruciale una rapida crescita del Pil africano, che alzerebbe di conseguenza anche il reddito pro capite. Ma difficilmente i finanziamenti potranno crescere al ritmo necessario. Perché l’Europa dovrebbe aumentare i suoi sforzi.

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Il problema dell’Africa

In Africa la popolazione sale stabilmente ogni anno del 2,5 per cento: a fine 2024 il totale era di 1 miliardo e trecento milioni di persone. Il reddito pro-capite è a livelli estremamente bassi nell’area sub-sahariana – in media di 1.600 dollari nel 2024, secondo la Banca Mondiale. È più elevato nei paesi del Nordafrica, con in media 3.490 dollari l’anno, e un tasso di crescita della popolazione sceso all’1,3 per cento

Per frenare le spinte all’emigrazione, con i loro effetti negativi sugli equilibri sociali in molti paesi europei, è cruciale una rapida crescita del prodotto interno lordo dei paesi africani, che alzerebbe di conseguenza anche il reddito pro capite.

Chi cresce e chi no

Il tasso di crescita dei paesi dell’Africa subsahariana (vedi tabella 1) è stato pari al 4,2 per cento all’anno nel periodo 2021-2025, ma non pare sufficiente per migliorare decisamente il livello di reddito, dato che in termini pro capite l’aumento è solo dell’1,7 per cento circa.

In alcuni paesi la crescita è frenata da conflitti etnici, ma in ogni caso sui 44 stati dell’area, solo pochi realizzano tassi di crescita sopra il 6 per cento, ovvero il livello necessario per migliorare in maniera sensibile il tenore di vita, citiamo fra questi Benin, Capo Verde, la Repubblica democratica del Congo, la Costa d’Avorio, Etiopia, Gambia, Ruanda e Togo.

Tavola 1 – Tassi di crescita del Pil, media annua 2021-2025

Perché investire nelle infrastrutture

Gli ostacoli alla crescita sono molteplici, ma un rapporto dell’Ocse  Africa’s development dynamics” del novembre 2025 mette in evidenza che, sulla base dell’esempio di altre zone geografiche, un forte aumento delle spese in infrastrutture dovrebbe essere in grado di accelerare sostanzialmente la crescita del continente. Le stime Ocse, che si riferiscono a tutto il continente, inclusa l’Africa del Nord, indicano che un incremento di investimenti nelle infrastrutture dagli attuali 83 miliardi circa di dollari Usa all’anno (3,2 per cento del Pil) a circa 155 miliardi all’anno nel periodo 2026-2040 dovrebbe permettere una spinta alla crescita di 4,5 punti percentuali ogni anno. Gli 83 miliardi annui nel periodo 2016-2020 includono 34 miliardi coperti dai bilanci nazionali (1,5 per cento del Pil), 40 miliardi da cooperazione bilaterale e multilaterale e 9 miliardi dal settore privato (tabella 2).

Lo studio sottolinea che tra il 2010 e il 2014 – un periodo di rapida crescita del paese – la Cina ha investito in infrastrutture l’equivalente del 6,7 per cento del Pil ogni anno e il Vietnam il 5,1 per cento del Pil, ossia in entrambi i casi molto di più di quanto abbiano fatto i governi africani. L’analisi dell’effetto sulla crescita di più alte spese di investimento in infrastrutture si basa su un modello strutturale, che tiene conto degli investimenti nello stesso settore di paesi comparabili per struttura geografica e che hanno avuto crescita più elevata.

Le infrastrutture considerate sono quelle che hanno il potenziale di introdurre trasformazioni strutturali e aumenti di produzione, ovvero strade, ferrovie, fibra ottica, energia elettrica. Infrastrutture nel settore adduzione acqua, che sono pure essenziali per la popolazione ma non hanno immediati effetti produttivi, sono escluse dall’analisi. Fra le priorità, ci sono gli investimenti addizionali nel settore dell’energia, calcolati in 31 miliardi di dollari annui, 17 per cento del totale (vedi tabella 3). Tuttavia, per raggiungere l’accesso universale all’elettricità, l’International Energy Agency stima che siano necessari investimenti di 180 miliardi di dollari Usa all’anno, ossia più di quanto indicato dallo studio Ocse che si concentra sui bisogni per trasformazione produttiva.

Tabella 2 – Africa totale spese infrastrutture annuali, 2016-2020 (media annuali)

Tabella 3 – Bisogni prioritari d’investimento

Chi finanzia gli investimenti addizionali?

Investimenti annui di 155 miliardi di dollari Usa, contro gli 83 miliardi circa nel periodo 2016-2020, richiedono uno sforzo considerevole da parte dei governi nazionali, che dovrebbero raddoppiare le allocazioni annuali alle infrastrutture, degli organismi di cooperazione e sviluppo bilaterali e multilaterali e del settore privato.

Lo studio Ocse presenta uno scenario secondo cui i 72 miliardi addizionali annui sarebbero coperti per 52 miliardi da sforzi addizionali dei governi nazionali (pari a 1,8 per cento del Pil annuale dell’Africa nel 2025), per 10 miliardi da maggiori erogazioni delle banche di sviluppo multilaterali e organismi bilaterali, per 8 miliardi da un apporto addizionale del settore privato (tabella 4).

Tabella 4 – Copertura finanziaria investimenti in infrastrutture, scenario Ocse, miliardi di dollari Usa

Lo schema pare irrealistico. I governi nazionali non sono certo in grado di allocare agli investimenti un ammontare pari all’1,8 per cento del Pil, che significa fra la metà e un terzo degli investimenti pubblici attuali (vedi tabella 5). Questi stati sono già fortemente indebitati (debito pubblico medio pari al 60 per cento del Pil e la maggior parte è considerata vicina a uno status di “close to debt distress” da parte del Fondo monetario internazionale), le risorse dovrebbero quindi provenire da un aumento della fiscalità interna. Ma le risorse interne devono servire anche a compensare il taglio degli aiuti esteri bilaterali nel 2025 stimato pari a 40 miliardi di dollari Usa annui, che rende necessarie maggiori allocazioni di bilancio ai settori sociali (educazione, sanità). 

Tabella 5 – Investimenti pubblici nei principali paesi

Le banche di sviluppo multilaterali possono certo aumentare le erogazioni: la Banca Mondiale e la Banca Africana di Sviluppo stanno facendo uno sforzo per accrescere quelle annue a favore dei paesi africani. Nell’anno fiscale a fine giugno 2025 l’Ida (International Development Association) del gruppo Banca Mondiale ha impegnato 22,4 miliardi di dollari per progetti in paesi africani, rispetto a 14,2 miliardi nel 2019. La Banca Africana di Sviluppo ha impegnato nell’anno fiscale 2025 11 miliardi di dollari, rispetto a 9 miliardi nel 2019. In totale si può stimare che le banche di sviluppo potranno aumentare gli impegni annuali verso i paesi africani per non di più di 15 miliardi annui, rispetto al 2016-2020.

Con gli aiuti ufficiali bilaterali in flessione, non si vede come si possa raggiungere l’obiettivo di un aumento di 70 miliardi annui per spese di infrastrutture. L’iniziativa Global Gateway della Unione europea lanciata nel 2021 include per l’Africa un impegno di mobilizzare euro 150 miliardi fra risorse pubbliche e private nel periodo 2021-2026: a fine 2024 l’ammontare mobilizzato per l’Africa subsahariana era di 79,9 miliardi di euro, con erogazioni in corso, a cui si aggiungono circa 15 miliardi per il Nord Africa. Questo può tradursi in investimenti annui di circa 10-15 miliardi. Non sono disponibili cifre che mostrano quanta parte delle erogazioni sarebbe sotto forma di sostegno a investimenti del settore privato, e quanta invece darebbe luogo a un debito pubblico più alto dei vari stati.

L’Ocse punta molto sulla possibilità di mobilizzazione di risorse dal settore privato, ne è un esempio il rapporto di giugno 2025, Mobilizing private finance for development climate and biodiversity: ciò dovrebbe avvenire attraverso garanzie, investimenti diretti in società private; l’Organizzazione punta anche  su strumenti di investimento collettivi e special purpose vehicles. Può essere una strada percorribile per il settore generazione di elettricità e telecomunicazioni, ma non per il settore trasporti. Ed è assai dubbio che si possa giungere a un raddoppio delle erogazioni a favore di investimenti in infrastrutture, come preconizzato nel rapporto.

Si deve concludere che un aumento degli investimenti annui in infrastrutture nei paesi africani avrà probabilmente luogo in maniera assai più modesta che quella indicata dallo studio dell’Ocse. Quelle cifre possono essere considerate un obiettivo da raggiungere, e il mezzo migliore è un forte coinvolgimento del settore privato, stimolato da sostegni pubblici in varie forme. I paesi europei, interessati a un aumento della crescita per frenare tendenze migratorie, dovrebbero fare sforzi addizionali per promuovere quegli investimenti.

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