Weekend lunghi e ponti portano qualche vantaggio al turismo, ma pesano assai poco sull’economia nel suo complesso. Anche perché coinvolgono in genere solo i turisti italiani e non quelli internazionali. Né vale la pena uniformarsi al calendario anglosassone.

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Due modelli di festività

All’inizio di ogni anno l’Ansa pubblica un articolo, poi regolarmente ripreso da tutta l’altra stampa, che spiega quanti giorni di ferie dobbiamo prendere per fare un certo numero di giorni di vacanza, grazie al contributo dei “ponti”: “2026, ponti e weekend invitano a viaggiare”, 26 dicembre 2025;  “Vacanze 2025, anno di ponti e viaggi secondo i segni zodiacali”, 3 gennaio 2025;  “Weekend lunghi e ponti, il 2024 è favorevole ai viaggi” 27 dicembre 2023. Subito dopo si accende un dibattito tra chi dice che il calendario italiano ha troppe festività e che gli italiani fanno troppi ponti, con conseguenze negative per la produttività e per l’economia, e chi, come Federalberghi, li saluta come un’opportunità da sfruttare per l’industria del turismo e dei viaggi.

Nel mondo, i calendari delle festività nazionali possono essere essenzialmente di due tipi: come il nostro e di molti altri paesi europei, in cui le festività sono fissate sempre nella stessa data di calendario (giorno e mese), indipendentemente dal giorno della settimana in cui cadono: ad esempio, la Festa della Liberazione si celebra sempre il 25 aprile. Oppure possono essere come quello degli Stati Uniti e di altri paesi anglosassoni, in cui molte festività sono mobili, cadendo sempre in determinati lunedì durante l’anno (i famosi “Bank Mondays” o “Holiday Mondays”: ad esempio, l’ultimo lunedì di maggio negli Stati Uniti – il Giorno della memoria – o il primo lunedì di maggio in Irlanda e nel Regno Unito – la Festa del lavoro. Il secondo sistema genera automaticamente alcuni weekend lunghi di tre giorni nel corso dell’anno e, a differenza del nostro calendario, non incentiva a prendersi il venerdì di ferie quando la festività cade di giovedì, il famoso “ponte” che tanto accalora dalle nostre parti.

L’effetto ponte non si vede

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Ma gli italiani sfruttano realmente tutti i ponti che il calendario offre? Qual è l’impatto sull’industria del turismo, e sul resto dell’economia, di una simile possibilità? E cosa succederebbe se l’Italia decidesse di passare a un calendario in cui le festività cadessero sempre di lunedì? Alcune risposte sono disponibili in un articolo recentemente pubblicato su Tourism Economics , che sfrutta la rotazione naturale delle festività nei diversi giorni della settimana per calcolarne l’impatto sul settore turistico, usando i dati delle performance giornaliere (tasso di occupazione, prezzo medio, reddito per camera disponibile) degli hotel italiani e relativi agli ultimi venti anni.

Gli autori dello studio concludono che è un effetto minimo. In primo luogo, la configurazione migliore per l’industria alberghiera è quella in cui la festività cade a ridosso del weekend, di venerdì o di lunedì. In questo caso c’è un aumento significativo del tasso di occupazione settimanale delle strutture, benché le strategie di prezzo dinamico mostrino che gli albergatori, al contempo, alzano i prezzi per far fronte all’aumento di domanda. Quando invece le festività cadono di giovedì o di martedì (la condizione ideale per fare il ponte, prendendo il venerdì o il lunedì di ferie), le performance settimanali non sono statisticamente diverse da quando le stesse festività cadono nel weekend.

Lo studio permette inoltre di vedere che l’impatto varia a seconda della festività considerata – ed è chiaramente maggiore per quelle che cadono nella “bella stagione” – e dell’area geografica perché è più alto al Centro e Sud Italia. Ma la conclusione fondamentale è che la performance del settore alberghiero non risente né in maniera positiva, né negativa, della presenza dei ponti. Un debole “effetto ponte” è semmai visibile nelle festività specifiche Italiane, e non in quelle condivise a livello internazionale, prova indiretta del fatto che è il turismo domestico a esserne responsabile. Però è proprio il turismo straniero ad avere un peso sempre maggiore nel settore alberghiero italiano. Il che porta a concludere che è probabile che i ponti conteranno sempre meno.

Cosa succede se festeggiamo san Francesco

Gli autori si spingono oltre, cercando di usare le stime dei loro modelli per capire quale sarebbe l’impatto dell’introduzione di una nuova festività nel calendario italiano, per esempio il 4 ottobre, giorno di San Francesco patrono d’Italia. Ipotizzando che la spesa turistica complessiva aumenti in maniera proporzionale rispetto alla spesa alberghiera, e usando i dati pubblici provenienti dai Conti satellite del turismo (Istat) e le stime del moltiplicatore turistico presenti in letteratura, la nuova festività genererebbe circa 235 milioni di euro, pari allo 0,01 per cento del Pil italiano. Il piccolo guadagno andrebbe però confrontato con il costo economico di una giornata lavorativa in meno per il resto del settore produttivo. Proprio su queste pagine, Tommaso Nannicini, commentando la festa istituita nel 2011 per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, mostrò che la produzione industriale non viene influenzata dal numero di giorni festivi: le ore lavorate nell’anno diminuiscono solo marginalmente perché vengono parzialmente compensate nelle altre giornate. Nel complesso, quindi, introdurre una festività aggiuntiva avrebbe un impatto macroeconomico netto pressoché nullo.

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E se, invece, il calendario venisse modificato sullo stile anglosassone, per far cadere le festività sempre di lunedì o venerdì? La simulazione degli autori mostra che riposizionare sette festività (escludendo realisticamente il lunedì di Pasqua, Natale, Santo Stefano e Capodanno) sempre di venerdì o di lunedì genererebbe poco più di 500 milioni complessivi. Una cifra che rappresenta meno dello 0,03 per cento del Pil italiano. Il beneficio che il turismo porterebbe all’economia nazionale sarebbe quindi molto limitato, sicuramente inferiore ai costi sociali di una riforma così drastica e divisiva. Insomma, i “ponti” e i weekend lunghi fanno benino al turismo, ma pesano assai poco sull’economia italiana: forse è arrivato il momento di goderseli di più e discuterne di meno.

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