I territori italiani che prima dell’Unità hanno vissuto frequenti cambi di sovranità registrano oggi una produttività del lavoro più bassa. Il capitale civico può essere il legame tra le vicende del passato e gli attuali divari di sviluppo locale.
Le radici storiche dei divari territoriali
Alcuni territori italiani sono più produttivi di altri. Perché? La situazione è ben illustrata dalla figura 1.
Figura 1 – Produttività del lavoro dei Sistemi locali del lavoro nel 2018

Le differenze nella dotazione infrastrutturale, nel capitale umano e nelle specializzazioni produttive contribuiscono certamente a spiegare questi divari. Ma anche le vicende politiche di secoli fa possono aver lasciato un segno duraturo, influenzando il rapporto dei cittadini con le istituzioni e la loro disponibilità a cooperare. In un recente lavoro studiamo se i cambiamenti di sovranità avvenuti tra il 1000 e il 1861 abbiano contribuito agli attuali divari territoriali di sviluppo. L’Italia rappresenta un caso particolarmente interessante perché prima dell’Unità, i suoi territori hanno vissuto un susseguirsi di dominazioni e mutamenti dei confini, con esperienze molto diverse da un’area all’altra. Ci chiediamo se la diversa esposizione ai cambiamenti di sovranità – e alle trasformazioni delle istituzioni, delle norme, dei valori e dei rapporti tra gruppi sociali che li hanno accompagnati – abbia lasciato un’eredità ancora oggi visibile nelle economie locali.
Dai confini del passato alla produttività di oggi
Utilizzando le mappe annuali del Centennia Historical Atlas (Cre), ricostruiamo quante volte il centroide – ossia il punto centrale – di ciascuno dei 611 Sistemi locali del lavoro individuati dall’Istat nel 2011 abbia cambiato sovranità tra gli anni 1000 e 1861. Mettiamo poi questa misura in relazione con la produttività del lavoro, definita come valore aggiunto per addetto, nel 2018.
Naturalmente, i territori più contesi potevano avere caratteristiche particolari già in passato. Per affrontare questo problema, adottiamo anche una strategia a variabili strumentali basata sulla variabilità storica delle superfici coltivate e destinate al pascolo. L’idea è che una disponibilità più stabile di risorse di sussistenza rendesse un territorio più attrattivo per la conquista. L’interpretazione causale delle stime richiede che, a parità delle altre caratteristiche considerate, questa variabilità influenzi la produttività odierna soltanto attraverso i cambiamenti di sovranità. L’evidenza empirica, basata su modelli Ordinary Least Squares (Ols) e Two-Stage Least Squares (Tsls), mostra come i territori caratterizzati da cambiamenti di sovranità più frequenti presentano una produttività del lavoro più bassa. La relazione emerge anche tenendo conto delle caratteristiche geografiche, storiche, infrastrutturali e socio-economiche locali. Nella specificazione più completa, un cambiamento di sovranità aggiuntivo corrisponde a una riduzione stimata di circa 1.023 euro di valore aggiunto per addetto nel 2018 (figura 2). La relazione negativa risulta robusta a numerose verifiche empiriche. Un quadro coerente emerge anche considerando lo sviluppo industriale nei primi decenni successivi all’unificazione italiana: nel 1911, i territori che avevano attraversato più cambiamenti di sovranità presentavano livelli di sviluppo industriale inferiori.
Figura 2 – Gli effetti di lungo periodo dei cambiamenti di sovranità sulla produttività del lavoro

La fiducia come legame tra passato e presente
Come può una sequenza di cambiamenti di sovranità avvenuta secoli fa influenzare ancora oggi l’economia di un territorio? Nel lavoro proponiamo un meccanismo legato al capitale civico, ossia all’insieme di valori e comportamenti che favoriscono la cooperazione tra le persone. L’insediamento di un nuovo potere può dividere la popolazione tra chi ne riconosce l’autorità e chi la rifiuta, alimentando tensioni e contrasti tra sostenitori e oppositori. La sfiducia nelle istituzioni può così estendersi ai rapporti tra le persone, indebolendo la disponibilità a cooperare. Il ripetersi di queste discontinuità può lasciare un segno duraturo nel modo in cui una comunità si rapporta alle autorità e coopera al proprio interno, riducendo quindi il livello di capitale civico.
Il nostro studio si inserisce dunque nella letteratura sulle eredità di lungo periodo delle istituzioni comunali. In un lavoro molto influente, Guiso, Sapienza e Zingales (2016) associano infatti, seguendo un’intuizione di Putnam, Leonardi e Nonetti (1993), l’esperienza delle città-stato medievali alla persistenza del capitale civico e delle norme di cooperazione e partecipazione. Il nostro contributo estende la prospettiva esaminando l’esposizione dei territori ai cambiamenti di sovranità e la relazione tra tali cambiamenti e la produttività locale. Rispetto a questi lavori, tuttavia, consideriamo una dimensione diversa dell’eredità istituzionale e una variabile dipendente diversa; analizziamo inoltre, in una logica riconducibile a questo filone di letteratura, il capitale civico come possibile meccanismo attraverso cui i cambiamenti di sovranità del passato si associano ai divari di produttività odierni.
Per verificare se i dati siano coerenti con la nostra interpretazione, utilizziamo diversi indicatori di capitale civico: la partecipazione ai referendum del giugno 2011, l’evasione del canone Rai, la raccolta differenziata, il volontariato e la presenza di sezioni dell’Associazione italiana per la donazione di organi (Aido). Nel complesso, i risultati indicano una minore propensione alla cooperazione nei territori che hanno vissuto più cambiamenti di sovranità (figura 3). Una relazione analoga emerge già alla fine dell’Ottocento, misurando la partecipazione civica attraverso l’adesione alle società di mutuo soccorso.
Figura 3 – Gli effetti di lungo periodo dei cambiamenti di sovranità sul capitale civico

Le implicazioni per le politiche locali
Quali indicazioni si possono trarre da questo studio? La persistenza degli effetti della storia non implica che il destino economico di un territorio sia già scritto. Le politiche locali possono contribuire a rafforzare la fiducia e la cooperazione. Sostenere il volontariato e l’associazionismo, favorire la partecipazione dei cittadini e migliorare il dialogo con le amministrazioni locali sono possibili direzioni di intervento. Per ridurre i divari territoriali, agli investimenti in infrastrutture e capitale umano andrebbero quindi affiancate iniziative pubbliche volte a rafforzare la credibilità delle istituzioni e la capacità delle comunità di cooperare. Le politiche pubbliche non possono certamente modificare il passato – la storia non si cambia. Ma possono intervenire sui meccanismi attraverso cui le eredità storiche continuano a influenzare il presente.
* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire agli autori e non investono la responsabilità delle istituzioni di appartenenza.
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Giulio Cainelli è Professore Ordinario di Economia Politica presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali “Marco Fanno” e Presidente della Scuola di Economia e Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Padova. I suoi interessi di ricerca riguardano la geografia economica, la storia economica e delle istituzioni e l’economia dell’innovazione.
Roberto Ganau è Professore Associato di Economia Applicata presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali “Marco Fanno” dell’Università degli Studi di Padova e Research Associate presso il Department of Geography and Environment della London School of Economics and Political Science. I suoi interessi di ricerca riguardano l’economia delle istituzioni, la geografia economica e la storia economica.
Nadiia Matsiuk è ricercatrice presso l’Istituto per la Ricerca Valutativa sulle Politiche Pubbliche (FBK–IRVAPP) a Trento. I suoi interessi di ricerca riguardano l’economia delle istituzioni e dell’innovazione, la geografia economica e la valutazione delle politiche pubbliche.
Savino
Visto che il modello unico settentrionalista-capitalista è fallito, portandoci alla disperazione e alla fame, l’excursus storico fatto nell’articolo è la chiave di accesso a possibili alternative, concretamente esistenti, perchè pure altre realtà italiche sono state e sono tuttora civiltà fiorenti.