Il mercato europeo dei servizi è molto meno integrato di quello dei beni. Ma dall’esame delle regolamentazioni dei singoli paesi si ricava qualche sorpresa. Per esempio, la Germania si comporta molto bene, seconda solo al Regno Unito. Più interessante è però notare che anche i nuovi Stati membri, i principali difensori della direttiva Bolkestein, hanno norme molto rigide. E allora nella creazione di un mercato unico dei servizi, forse i problemi maggiori non dovranno affrontarli i vecchi paesi membri, ma i nuovi, che dovranno liberalizzare tanto quanto la Francia o l’Italia.

Poche misure volte a creare una vera integrazione dei mercati nell’Unione europea hanno suscitato così tante discussioni come la direttiva sui servizi proposta dalla Commissione all’inizio del 2005. La sorte della direttiva, rivista, è ormai nelle mani del Parlamento europeo, eppure continua ad attirare critiche da tutte le parti, anche se l’obiettivo di dar vita a un mercato unico dei servizi era già nel Trattato di Roma di cinquanta anni fa.

Perché la direttiva

La motivazione principale della direttiva nasce dal fatto che il mercato dei servizi continua a essere regolato dalle diverse norme nazionali ed è perciò molto meno integrato del mercato dei beni, che è stato al centro dell’attenzione nel programma del 1992. Questa giustificazione è sorretta dai dati?
È sempre proficuo guardare i numeri. Sfortunatamente, però, i dati sono diventati molto più difficili da interpretare dopo l’introduzione dell’euro e l’allargamento dell’Unione nel 2004. Tuttavia, quelli disponibili mostrano che si sono avuti progressi nel commercio di servizi all’interno dell’Unione Europea, ma che non sono stati così rapidi come quelli registrati nel settore dei beni.
Certo, nell’ultimo decennio la quota di commercio di servizi all’interno dell’Unione è cresciuta, precisamente è passata dal 3,3 per cento del Pil nel 1995 al 4,5 per cento del Pil nel 2004: si tratta pur sempre di un incremento di quasi un terzo. Ma il punto cruciale resta che il commercio di servizi ammonta a meno del 5 per cento del Pil, mentre il settore contribuisce al Pil per più del 60 per cento.
Attualmente, dunque, meno dell’8 per cento del prodotto di servizi viene scambiato all’interno dell’Europa a 15 (ma valori analoghi si otterrebbero anche per l’Unione a 25).

I servizi sono ancora in larga parte un settore protetto.

Tabella 1 Commercio di servizi (esportazioni)

1995

2000

2004

intra Unione a 15
in % del Pil

3.31

4.27

4.50

extra Unione a 15 in % del Pil

2.67

3.58

3.71

Rapporto intra/extra

1.24

1.19

1.21

Fonte: elaborazioni proprie su dati Eurostat

Inoltre, sembra di poter dire che il rapporto tra esportazioni intraeuropee ed extraeuropee di servizi non è cresciuto nell’ultimo decennio, rimane fermo a circa 1,2. Ciò significa che l’espansione del commercio di servizi ha seguito andamenti simili all’interno e all’esterno dell’Europa. E dunque, la sua crescita fa parte di un fenomeno globale, non è la conseguenza dell’integrazione europea.
Prova ulteriore che il settore dei servizi è in ritardo rispetto a quello dei beni nell’integrazione dei mercati è il fatto che, per i beni, il rapporto tra commercio intra ed extra Unione è molto più alto, circa 2. In questo caso, dunque, l’integrazione europea ha favorito il commercio all’interno dell’Unione rispetto al commercio con il resto del mondo. Un altro modo di vedere la stessa cosa è osservare che la proporzione servizi/beni nel totale del commercio europeo verso l’esterno è 30 per cento a 70 per cento, mentre la stessa proporzione nel commercio interno è solo 16 per cento a 84 per cento.

Tabella 2 Commercio di beni (esportazioni)

1995

2000

2004

intra Unione a 15
in % del Pil

15.0

19.3

18.6

extra Unione a 15
in % del Pil

8.6

9.6

9.4

Rapporto: intra/extra

1.7

2.0

2.0

Fonte: elaborazioni proprie su dati Eurostat

Il commercio intraeuropeo di beni ammonta a circa il 20 per cento del Pil. Il settore dei beni corrisponde più o meno al settore manifatturiero, che contribuisce al Pil per circa il 20 per cento. Ciò significa che il commercio ammonta a circa il 100 per cento del valore aggiunto per i beni, dodici volte di più rispetto ai servizi.

Differenze tra paesi

I dati ci dicono dunque che il settore dei servizi è di un ordine di grandezza meno aperto rispetto al settore dei beni e che l’apertura dei mercati europei non ne ha migliorato l’integrazione, almeno negli ultimi dieci anni. E la ragione per cui questo accade è da ricercare nel fatto che i servizi sono ancora strettamente regolati a livello nazionale: proprio qui sta la giustificazione della direttiva sui servizi.
Tuttavia, il livello di regolamentazione nazionale varia moltissimo da paese a paese.
La tabella qui sotto ordina tre gruppi di paesi su tre colonne: da sinistra a destra, troviamo paesi Oecd, paesi “vecchi” membri dell’Unione e nuovi Stati membri. In fondo a ciascuna colonna, un indicatore statistico e la media Oecd

Tabella 3

Product market regulations in services in OECD Countries, 2003

Giappone

2.2

Francia

3.0

Stati Uniti

1.4

Germania

1.6

Repubblica Ceca

3.3

Mediana

2.1

Grecia

4.1

Ungheria

3.7

OECD

2.5

Irlanda

3.2

Polonia

2.9

Italia

3.0

Repubblica Slovacca

2.9

Regno Uniti

1.0

Mediana

2.4

Mediana

3.1

Fonte: Oecd (2005) “The Benefits of Liberalising Product Markets and Reducing Barriers to International Trade and Investment in the Oecd” Economics Department Working Papers n. 463.

Non sorprende che tra i paesi dell’Unione a 15 il risultato migliore lo abbia il Regno Unito. Sorprende invece trovare al secondo posto la Germania (insieme a Olanda e Danimarca) e con un indice che la colloca più vicina al Regno Unito che alla mediana europea. Le convinzioni diffuse si confermano invece per Francia e Italia, dove il settore dei servizi è più rigidamente regolato. Tuttavia, è interessante notare che i principali difensori della direttiva sui servizi, ovvero i nuovi Stati membri e, curiosamente, l’Irlanda, hanno anch’essi una regolamentazione rigida secondo i criteri Oecd. Anzi, i migliori dei nuovi Stati membri si comportano in questo campo ancora poco meglio dei peggiori tra quelli a cui spesso ci riferiamo come “vecchi” Stati membri dirigisti.
Gli indicatori dell’Oecd suggeriscono che i problemi di regolamentazione che sono alla base di queste disparità – e che frenano il commercio di servizi – non sono semplice acquiescenza o adeguamento alle procedure di un singolo mercato, ma un insieme vario di norme interne complesse e specifiche per ogni paese.
I paesi che dovranno affrontare i problemi maggiori nell’aprire il loro settore dei servizi potrebbero allora non trovarsi tra quelli dell’Europa a 15: i nuovi Stati membri dovranno liberalizzare tanto quanto la Francia o l’Italia, se vogliamo davvero realizzare un mercato unico dei servizi.

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