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Quando il lavoro è usurante

Le aspettative di vita sono significativamente diverse a seconda della classe socio-economica e del tipo di lavoro prevalentemente svolto. Su tali differenze si potrebbero definire in maniera non arbitraria i lavori usuranti e arrivare a una suddivisione delle professioni in tre classi. Di cui tener conto quando si discute di requisiti di ammissibilità, che nella logica contributiva non dovrebbero modificare l’equità attuariale del sistema. Ma anche quando si parla di coefficienti di trasformazione, che invece su questa hanno un impatto diretto

La virtù principale del sistema contributivo per il calcolo delle pensioni dovrebbe essere la sua cosiddetta “equità attuariale“: tanto si versa in contributi durante la vita lavorativa, tanto si prende, tenendo conto del tasso di interesse, come pensione negli anni che rimangono. “Se” rimangono. A ben guardare, infatti, si scopre che al danno si aggiunge la beffa: chi svolge lavori meno qualificati in media vive di meno, e quindi oltre a guadagnare meno e ai tanti altri svantaggi collegati alla sua condizione, gode della pensione per minor tempo, ovvero viene costretto a lasciare in eredità allo Stato un pezzetto della sua “ricchezza pensionistica”. E lo Stato utilizza questo regalo per pagare pensioni più elevate a dottori, avvocati, ingegneri, oltre che a professori universitari e politici.

I coefficienti di conversione

Non sapendo quanto ciascuno di noi vivrà, i sistemi contributivi si basano per il calcolo delle pensioni sulle tavole di mortalità, che permettono di prevedere per ogni età, in media, quanti anni di vita rimangono. È da queste tavole che nascono i “coefficienti di conversione”, che trasformano il montante contributivo (quanto è stato versato nel corso della vita lavorativa) nell’ammontare della pensione mensile.
Le tavole di mortalità non rimangono però immutate nel tempo: fortunatamente si vive sempre più a lungo, e questo introduce un errore nel calcolo che favorisce i pensionati a scapito dell’Inps. Da qui la necessità di rivedere di tanto in tanto i coefficienti, sancita per legge dalla riforma Dini nel 1995. Sandro Gronchi e Raimondo Manca su lavoce.info stimano che a oggi i coefficienti siano sbagliati per eccesso di oltre il 12 per cento.

È ingiusto, e va corretto. Ma esistono altri elementi di iniquità del sistema.

La disuguaglianza nelle aspettative di vita

Le aspettative di vita sono significativamente diverse a seconda della classe socio-economica e del tipo di lavoro prevalentemente svolto nel corso della vita lavorativa. Quanto diverse? In Inghilterra, un operaio non specializzato che arriva a 65 anni vive in media ancora 13 anni (tabelle 1 e 2). Un avvocato ne vive ben cinque di più. Per le donne il differenziale è più ridotto, un po’ meno di quattro anni.
I dati riportati da studi relativi ad altri paesi europei sono sostanzialmente simili. (1) In Finlandia la differenza di vita attesa tra lavoratori manuali e non manuali (a 35 anni) è stimata in 4,4 anni per gli uomini e in 2,2 per le donne. (2) In Germania, guardando al reddito invece che all’occupazione, si trova una differenza massima di circa 6 anni per gli uomini (a 65 anni). (3)

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Tabella 1: Aspettativa di vita a 65 anni, Inghilterra e Galles, 1997-2001

Classe sociale

Uomini

Donne

I

18,3

±

0,8

20,6

±

0,9

II

17,1

±

0,4

20,1

±

0,4

III N

16,7

±

0,5

19,7

±

0,4

III M

15,2

±

0,3

18,2

±

0,4

IV

14,2

±

0,4

17,8

±

0,4

V

13,3

±

0,7

16,9

±

0,6

Tutte

15,7

±

0,2

18,8

±

0,2

Fonte: UK National Statistics (2006)

Tabella 2: Classi sociali in base all’occupazione

Classe sociale

Descrizione

Lavori non manuali

 

I

Professionisti

II

Manager, Quadri

III N

Impiegati

  

Lavori manuali

 

III M

Operai qualificati

IV

Operai semi-qualificati

V

Operai non qualificati

Fonte: UK National Statistics (2006)

E in Italia? In Italia, come al solito, mancano i dati. Uno studio-pilota su Torino calcola gli anni perduti rispetto al raggiungimento della soglia dei 75 anni, per settore di occupazione. (4) A 55 anni, avvocati, magistrati, medici e commercialisti hanno un vantaggio in termini di vita attesa, senza considerare quello che succede oltre i 75 anni, di quasi 2 anni rispetto agli addetti alle pulizie. Tenendo conto che i primi hanno anche una maggiore probabilità di vivere a lungo dopo i 75 anni, questo dato deve essere interpretato come un differenziale minimo.

Tabella 3: Speranza di vita a 65 anni per professioni.

Professione

Anni perduti

Le migliori

 

Forze armate

1,2

Medici, dentisti, psicologi, farmacisti

1,6

Avvocati, magistrati, notai, commercialisti

1,6

Insegnanti

1,8

Vigili, agenti PS, finanza e penitenziari

1,8

Dirigenti, imprenditori, legislatori, amministratori

1,9

Professioni tecniche

2,0

Impiegati di concetto

2,0

Lavoratori del legno

2,0

  

Le peggiori

 

Spedizionieri, imballatori

3,1

Lavoratori dell’alimentare

3,1

Gasisti, idraulici, termoidraulici

3,3

Addetti a pulizie e raccolta-trattamento rifiuti

3,3

Portalettere, fattorini postali

3,9

Il campione è costituito dai residenti a Torino di 18-64 anni nel 1991, grazie allo Studio longitudinale torinese, che associa informazioni anagrafiche, censuarie e sanitarie della popolazione residente, seguiti dal 1991 al 1999. Sono presenti solo le professioni con numerosità pari ad almeno lo 0,5 per cento della popolazione attiva.
Fonte: nostra elaborazione su Spadea et al. (2005).

Da dove nascono queste differenze? I fattori possono essere tanti: reddito, educazione, provenienza famigliare, esposizione a fattori di rischio connessi con la professione, diverse abitudini e stili di vita. (5) Ma il risultato rimane: chi fa certi lavori guadagna meno, vive di meno, e paga di più.
Ovviamente, le differenze possono nascere anche da diversi comportamenti imputabili ai lavoratori. Per esempio, è noto che in alcune classi sociali l’attitudine al fumo è più diffusa. Ma chiedere al sistema pensionistico pubblico di discriminare, per dire, tra fumatori e non fumatori, tra chi segue una dieta equilibrata e chi no, tra chi svolge esercizio fisico e chi è sovrappeso, è troppo. Sarebbe voler trasformare le pensioni pubbliche in assicurazioni private.

Una proposta

Le differenze in termini di vita attesa possono però essere utilizzate per definire in maniera non arbitraria i lavori usuranti. Ovviamente, senza entrare in distinzioni troppo fini, per cui tra l’altro mancano i dati. Ma è possibile arrivare a una divisione delle professioni in tre classi sulla base di studi epidemiologici in parte esistenti e in parte da promuovere, insieme alla definizione di un meccanismo di attribuzione delle carriere a una di queste. Per tenerne poi conto non solo quando si discute di requisiti di ammissibilità (che non dovrebbero modificare, secondo la logica contributiva, l’equità attuariale del sistema), ma anche quando si discute di coefficienti di trasformazione, che invece hanno un impatto diretto sull’equità.

(1) Huisman M., A.E. Kunst, O. Andersen, M. Bopp, J.-K. Borgan, C. Borrell, G. Costa, T. Spadea, P. Deboosere, G. Desplanques, A. Donkin, S. Gadeyne, C. Minder, E. Regidor, T. Valkonen, J.P. Mackenbach (2004), “Socioeconomic inequalities in mortality among elderly people in 11 European populations”, Journal of Epidemiology and Community Health, 58: 468-475
(2) Martikainen P., T. Valkonen, T. Martelin (2001), “Change in male and female life expectancy by social class: decomposition by age and cause of death in Finland 1971-95”, J. Epidemiol. Community Health, 55: 494-499
(3) von Gaudecker H.-M., R.D. Scholz (2006), “Lifetime Earnings and Life Expectancy”, Mpidr Working Paper WP 2006-008
(4) Spadea et al., 2005
(5) Per esempio propensione al fumo, a svolgere attività fisica, a seguire una dieta sana, eccetera. Per le differenze tra uomini e donne, vedi Conti S., G. Farchi, M. Masocco, G. Minelli, V. Toccaceli, M. Vichi (2003), “Gender differentials in life expectancy in Italy”, European Journal of Epidemiology, 18: 107–112

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Sommario 8 marzo 2007

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Iniziative in memoria di Riccardo

  1. nicola c. s.

    Il punto è reale ed importante, ma è davvero possibile risolverlo differenziando i coeffciienti “Dini” per categoria occupazionale? E per le carriere miste (che a parità di qualifica durante la vita attraversano più settori)? E soprattutto, se la connessione causale (come gli stessi autori ammettono) può non essere piena e diretta (dal lavoro alla vita attesa), ma “mediata” da altri fattori riconducibili a quella che si può definire in senso lato “classe sociale”, è corretto intervenire sulle regole pensionistiche, o piuttosto non si dovrebbe recuperare la situazione di “svantaggio sociale” attraverso la progressività della fiscalità generale e la modulazione dei costi di accesso (copayment) a beni e servizi pubblici (in altri temini, fiscalità generale diretta e indiretta)? Sarebbero due i vantaggi di una impostazione di questo genere: (1) basare la neutralità delle regole pensionistiche su elementi il più possibile oggettivi e non questionabili (da quetso punto di vista, vedrei possibili solo la differenziazione di genere e il calcolo specifico sulla sopravvivenza degli eredi effettivamente in vita al momento del decesso del de cuius); (2) intervenire a favore delle situazioni di “svantaggio sociale” nel corso della vita, di volta in volta che le difficoltà si manifestano, e non alla fine della vita con una valenza “risarcitoria”. Complimenti agli autori per lo spunto, che aggiunge un elemento di riflessione, tutt’altro che ovvio, sulla strada per la rifoma del sistema pensionistico e di welfare. Grazie, n. c. s.

    • La redazione

      Grazie per le sue osservazioni, che condivido appieno per quanto riguarda la necessità di recuperare su altri fronti le situazioni di svantaggio sociale. La questione è se occorra intervenire /solo/ su altri fronti o /anche /su altri fronti.
      In merito alle critiche che lei muove all’intervento sul fronte
      previdenziale, vorrei solo aggiungere alcune brevi considerazioni. Gli studi epidemiologici affrontano il problema dell’attribuzione delle carriere a professioni univoche, quindi la metodologia, per quanto imprecisa essa possa essere, c’è e produce risultati significativi. E’ vero che la frammentarietà delle carriere è un fenomeno in crescita: potrebbe quindi capitare che in futuro la relazione significativa tra aspettative di vita e professione (attribuita) venga meno. Noi però non proponiamo di fissare i coefficienti una volta per tutte, bensì di basarli su di un monitoraggio epidemiologico (che è comunque alla base dell’applicazione dell’idea stessa dei coefficienti di trasformazione) più dettagliato di quello ad oggi utilizzato. Infine, l’intevento proposto non vuole avere una “valenza risarcitoria”, tutt’altro. Non si vuole dare di più a chi nella vita ha avuto di meno. Gli si vuole semplicemente dare il giusto.
      Mi trovo invece d’accordo con le sue conclusioni per un punto che lei cita solo indirettamente: la necessità di tenere la legislazione il più semplice possibile. Questo mi sembra la principale critica che si possa muovere all’idea di trovare un criterio per definire i “lavori usuranti”, criterio che presuppone l’esistenza di una qualche commissione che debba decidere in merito, e quindi ulteriore burocrazia, possibili fonti di rendite, rischi che “l’appetito venga mangiando” e quindi vengano poi introdotti ulteriori distingui, ecc. Sono tutti elementi, concordo con lei, che vanno messi sul piatto della bilancia. Noi ricordiamo solo che sull’altro piatto c’è una iniquità quantificabile in 3-4 anni di pensione in più o in meno rispetto a quanto effettivamente versato….
      Grazie ancora, cordiali saluti,
      Matteo Richiardi

  2. riccardo boero

    Egregi professori,
    mi sembra che siano stati trascurati parecchi fatti.
    1) Associare lavori qualificati e lunga durata di vita e` andare un po’ troppo velocemente: dalla vostra stessa tabella si evince che ai primi posti per durata di vita troviamo forze armate e agenti penitenziari, non sempre rappresentativi dell’intellighentzia di una nazione.
    2) Ammettendo senza concedere che il lavoro manuale logori maggiormente, andrebbe in tal caso notato che il lavoro non qualificato richiede anche meno anni di studio non retribuito, e 10 anni in piu’ di salari, ben investiti, sono un beneficio senz’altro superiore a 2 o 3 anni di pensione in piu’.
    3) E` difficile sostenere che al giorno d’oggi non sia possibile scegliere il proprio tipo di lavoro (qualificato o no). Malgrado cio’ il nostro paese soffre di una scarsita` cronica di manodopera altamente qualificata, fattore di debolezza della nostra industria. Per questo motivo non pare opportuno incentivare ulteriormente la scelta di lavori non qualificati con provvedimenti come il vostro.
    4) Tutti i problemi di equita` del trattamento pensionistico sarebbero superati riconoscendo una volta per tutte che la pensione deve essere unicamente frutto dell’investimento personale, dato che invecchiare non e` un sinistro che richieda la solidarieta` altrui, ma una fase obbligata della vita che ciascuno deve affrontare in modo responsabile.

    L’obbligo di investire in un asset produttivo di rendita, asset che passa agli eredi alla morte del lavoratore e` secondo me il solo approccio corretto ai problemi pensionistici.

    • La redazione

      Caro Riccardo,
      grazie dei tuoi commenti ma permettimi di sostenere che essi sono almeno in parte impropri. Infatti:
      (1) nel nostro articolo non parliamo certo di “intellighentzia”, né
      diamo alcun giudizio di merito o di valore sulle diverse professioni. Diciamo solo che statisticamente gli operai campano di meno dei professori universitari. Ci sono molti motivi per cui questo può accadere, ma non li discutiamo. Nello specifico, è ovvio per esempio che ci sia anche un certo “selection bias” nello spiegare come mai chi appartiene alle Forze Armate vive di più: chi è di salute troppo cagionevole viene infatti scartato all’ingresso! A prescindere però da queste considerazioni, sosteniamo solamente che per essere attuarialmente equa una rendita che viene percepita per più tempo deve prevedere dei pagamenti più bassi, e viceversa.
      (2) Il tuo secondo punto in realtà sottointende due considerazioni diverse. La prima è la tesi secondo cui anche se la normativa è iniqua, il fatto che essa sia nota dovrebbe bastare a fare sì che le persone ne tengano debitamente conto, e si facciano i loro calcoli di convenienza. In questo caso qualsiasi modifica alla normativa introdurrebbe ulteriori distorsioni ed ulteriori iniquità (una discussione che richiama quella di qualche anno fa sui “diritti acquisiti”). A questo ragionamento oppongo le seguenti osservazioni: (i) le persone non sono così razionali né così bene informate, (ii) se anche lo fossero, i cambiamenti alla normativa sono stati così tanti, così frequenti e così recenti che non si capisce come avrebbero potuto essere incorporati in scelte individuali così di lungo periodo come quelle relative ai percorsi lavorativi, (iii) se anche le persone aggiustassero effettivamente i loro comportamenti per tenere conto di ditorsioni normative tipo quelle esaminate, questo non sarebbe un buon argomento per sostenere che le
      iniquità del sistema non costituiscano un problema ‘di per se’.
      La seconda considerazione sottostante alla tua osservazione sostiene che la distorsione è di piccola entità. A me non sembra che 3-4 anni di pensione siano pochi…
      (3) Differenziare i coefficienti di trasformazione per tipologie di
      professione non introdurrebbe una distorsione a favore di professioni considerate “socialmente meno utili”. Eliminerebbe una distorsione esistente a danno di queste professioni, questo si. E a me sembra che la cosa migliore sia quella di eliminare quante più distorsioni possibile, e lasciare che sia il mercato a decidere quali sono le professioni più o meno utili. Inoltre se si vogliono disincentivare alcuni lavori esistono strumenti migliori che tenerne, per di più surrettiziamente, basse le pensioni …
      (4) Questo è un altro argomento su cui molto si è discusso e su cui possiamo anche essere d’accordo, a patto però che lo Stato intervenga in altro modo (con l’assistenza universale, reddito minimo di cittadinanza, ecc.) per provvedere a fornire un’assicurazione contro eventi individuali che impediscono in primo luogo la formazione del risparmio, oppure contro eventi (individuali e sistemici, leggi crolli finanziari) che intervengono sulla sua accumulazione. La logica del sistema contributivo va proprio nella direzione di realizzare una separazione tra previdenza ed assistenza, per cui le pensioni erogate dallo Stato dovrebbero essere attuarialmente eque. Noi facciamo semplicemente notare un motivo in più per cui non lo sono. Tra l’altro la prima fonte di inquità attuariale rimane la differenza nelle aspettative di vita tra i generi. A 65 anni, gli uomini possono contare in media su 16 anni di vita residua, mentre le donne in media ne hanno oltre 20 di fronte a se. I coefficienti di conversione però non sono differenziati per genere. Sarà per lenire un qualche senso di colpa che gli uomini sentono nei confronti del gentil sesso, indubbiamente discriminato nel mondo del lavoro, se non altro in termini di salario? Forse. Un’altra razionalizzazione di questo “regalo” (4 anni di pensione!) è che l’esistenza dell’istituto della reversibilità attribuisce sostanzialmente la pensione alla coppia, rendendo meno rilevanti le differenze di trattamento tra generi (ma discriminando ulteriormente chi è rimasto solo – single impenitenti, divorziati, vedovi). Ma questo è un altro discorso…
      Un caro saluto. Matteo

  3. pietro de biasi

    Le informazioni contenute nell’articolo in oggetto in merito alle differenti aspettative di vita tra classi di lavoratori in alcuni paesi europei sono molto interessanti. Altrettanto interessante sarebbe un’ analisi sui differenti trattamenti previdenziali a seconda della differente tipologia di attività lavorativa nei medesimi paesi. Tali differenze o non esistono o sono limitate a casi davvero limite.
    Come sin troppo spesso succede il dibattito in Italia ha sue dinamiche e contenuti peculiari ed eccentrici rispetto alle prassi europee. In questo caso l’apparente somma equità nel voler dare a ciascuno il suo, sezionando la platea dei pensionandi, nasconde più probabilmente l’intento
    di privilegiare gruppi organizzati di contro alla generalità, di rafforzare l’intermediazione sindacale, di lasciare ampli margini alla discrezionalità politico-burocratica rimandando ad un livello sub-legislativo la concreta individuazione della platea dei beneficiari, creando così disparità di trattamento e non-certezza del diritto. Di esempi, anche in questa materia, ne abbiamo moltissimi, basti citare la legislazione sui benefici contributivi per le lavorazioni con esposizione ad amianto, applicata in maniera esorbitante e del tutto arbitraria e variabile da settore a settore e da area geografica ad area geografica.

  4. mario giaccone

    L’aspettativa media di vita è un indicatore che ha i pregio di essere semplice per individuare i lavori usuranti, ma putroppo semplifica troppo, mescolando caratteristiche “individuali” del lavoratore con le caratteristiche “del lavoro”. quindi bisognerebbe meglio enucleare le seconde, con indicatori più appropriati.
    Tipicamente, la limitazione della capacità lavorativa avviene fondamentalmente attraverso due eventi, vale a dire gli incidenti sul lavoro e le malattie professionali, ma mentre per i primi il loro riconoscimento è soggetto al problema dell’underreporting (tipicamente: microimpresa e lavoro nero/grigio) per i secondi si aggiungono le restrizioni Inail al riconoscimento della causa connessa al lavoro, che per molte malattie professionali rovescia l’onere della prova a carico del lavoratore e quindi ne scoraggia l’emersione.
    Nonostante queste limitazioni, mi sembra che questi indicatori siano molto utili per individuare la categoria dei lavori usuranti. ci sono stati tentativi in questa direzione? se si, le eventuali simulazioni che esito hanno dato?

  5. upham

    Ritengo a mio avviso che anche il lavoro di trasfertista , che passa, più della metà dell’anno lontano da famiglia e il più delle volte in condizioni igienico sanitarie precarie ,climatiche di mangiare, specialmente nei paesi del terzo mondo o paesi emergenti, debba essere considerato tra i lavori usuranti.

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