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Il clientelismo nato dalla riforma agraria

La riforma agraria del 1950 è la più imponente ridistribuzione di ricchezza della storia italiana. Creò anche un esteso sistema clientelare, rafforzando il consenso elettorale per la Democrazia cristiana. I risultati di uno studio sui comuni interessati.

Le conseguenze del clientelismo

Fenomeni di clientelismo sono presenti nelle democrazie di tutto il mondo. Lo scambio di favori tra classe politica ed elettori condiziona il voto dei beneficiari e aiuta i politici coinvolti a rimanere al potere. I costi sociali sono profondi: la comparsa di rendite di posizione, l’uso di risorse pubbliche per interessi privati e la generale corruzione della classe politica.

Come nasce il clientelismo? I sistemi clientelari prosperano con povertà, disuguaglianza nella ricchezza e disoccupazione. Pertanto, politiche di ridistribuzione che trasferiscono ricchezza ai più poveri sono spesso considerate uno strumento per indebolire il clientelismo. Tuttavia, la ridistribuzione induce riconoscenza e gratitudine tra coloro che ne beneficiano, e può porre le basi per il successivo scambio di favori tra politici ed elettori.

Per comprendere l’impatto di politiche ridistributive sul clientelismo, un nostro nuovo studio guarda alla più importante ridistribuzione della storia italiana: la riforma agraria degli anni Cinquanta.

La riforma agraria in Italia

Secondo moltissimi studiosi, l’Italia è stato il teatro di uno dei più duraturi sistemi clientelari d’Europa. Durante la Prima Repubblica, sia la Democrazia cristiana, il più grande partito di governo del dopoguerra, sia la maggior parte degli altri partiti utilizzarono fondi governativi, l’accesso ai servizi pubblici e la concessione di impieghi statali per fini clientelari (per abuso di fondi pubblici per fini politici si veda: Alesina, A., R. Perotti, and E. Spolaore (1995) e Golden e Picci (2008); per clientelismo negli uffici pubblici: Alesina, A., S. Danninger, and M. Rostagno (2001); Golden 2000 e 2003). Nel contesto agricolo, le associazioni dei produttori svolgevano un ruolo di congiunzione (brokers) tra partiti e coltivatori diretti, gestendo l’accesso a servizi sanitari e finanziari e mobilitando gli elettori durante le campagne elettorali (si veda Guido Crainz (1982), “La politica agraria della DC e i rapporti con la Coldiretti dalla Liberazione alla Comunità economica europea”, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli; e Orazio Lanza (1991), “L’agricoltura, la Coldiretti e la Dc”). Un esempio illustre è quello della Coldiretti, l’associazione di contadini vicina alla Democrazia cristiana.

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Nel 1950, durante il governo De Gasperi VI, fu approvata un’ambiziosa riforma agraria (attraverso la cosiddetta legge stralcio). La riforma mirava a suddividere i grandi appezzamenti e ridistribuirli a piccoli contadini, che spesso già lavoravano la terra come mezzadri. La legge si concentrò su nove aree a prevalenza agricola (da Nord a Sud: Delta Padano, Maremma, Fucino, Opera combattenti (Campania), Puglia e Lucania, Calabria, Sicilia e la Sardegna (divisa in due comprensori separati) e nel giro di pochi anni espropriò e ridistribuì più di 800 mila ettari.

Nel nostro studio indaghiamo l’impatto della riforma sui voti Dc e sulla prevalenza di brokers e pratiche clientelari. L’analisi ne esamina l’evoluzione dopo il 1950, confrontando comuni che sono appena dentro o appena fuori i comprensori di riforma. Ci concentriamo sul Delta Padano e la Maremma dove, a differenza del Sud, al momento della riforma i comuni sui due lati del confine appaiono simili. La similitudine ci permette di attribuire alla riforma le differenze che emergono dopo il 1950.

Figura 1 – Area dello studio: i comuni del Delta Padano e della Maremma inclusi nell’analisi

La riforma agraria produsse un immediato beneficio elettorale per la Democrazia cristiana: già nel 1953, alle prime elezioni dopo il varo della legge, nei paesi che ridistribuirono la terra i voti Dc crebbero di 2 punti percentuali, un incremento che avvenne quasi interamente a scapito del Partito comunista. Quello che è forse più sorprendente è che nei quaranta anni successivi i benefici elettorali perdurarono e crebbero: tra in 1953 e il 1992 la Dc raccolse in media 3 punti percentuali in più nelle aree di riforma (+8 per cento). I profondi cambiamenti nella società e nell’economia italiana rendono questa persistenza particolarmente interessante.

Figura 2 – Vantaggio Dc nei comuni di riforma alle elezioni parlamentari della Prima Repubblica

Come radicare il consenso

Come fece la Dc a mantenere questi benefici elettorali per quattro decenni? La nostra analisi suggerisce che la ridistribuzione delle terre contribuì a creare un solido elettorato Dc nei comuni di riforma e che il partito approfittò della crescita iniziale per radicarlo attraverso il rafforzamento dei suoi brokers (Coldiretti), la concessione di impieghi pubblici e il trasferimento di fondi statali agli enti locali.

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Diversi elementi supportano quest’ipotesi. Innanzitutto, la Coldiretti si rafforzò nelle aree della riforma. Alle elezioni delle casse mutue (le agenzie che regolavano l’accesso alla sanità prima della riforma del servizio sanitario del 1978) i nuovi proprietari cominciarono a votare Coldiretti più dei contadini che già possedevano terra prima della ridistribuzione. Una delle conseguenze fu l’aumento delle risorse gestite dalla Coldiretti attraverso le stesse casse mutue. Inoltre, a partire dagli anni Sessanta, nei comprensori di riforma vi è una crescita di 1,6 punti percentuali dell’impiego pubblico (+30 per cento), spesso usato come strumento clientelare nella Prima Repubblica. Alla conclusione del processo di ridistribuzione, gli stessi comuni cominciarono anche a ricevere più fondi statali, benché questo risultato non sia statisticamente preciso. D’altra parte, il sostegno per la Dc nei comuni di riforma non si è tradotto, dal 1994 in poi, in un vantaggio per i partiti del centrodestra: è perciò difficile spiegare il successo della Dc con un generale orientamento conservatore di quell’elettorato. È invece più plausibile che il continuo scambio di favori documentato nel nostro studio abbia permesso alla Dc di cementare i benefici elettorali della riforma agraria.

Figura 3 – Crescita dell’impiego pubblico nei comuni di riforma rispetto ai comuni esclusi

In conclusione, la riforma agraria contribuì alla creazione di un esteso sistema clientelare. In linea di principio, poiché l’assegnazione delle terre era irreversibile, non poteva costituire presupposto di ulteriori scambi elettorali. Nella pratica, però, la possibilità di ottenere benefici aggiuntivi fornì incentivi adeguati e rese sostenibile il successivo scambio di favori.

Almeno nel caso italiano, sembra dunque che la ridistribuzione abbia favorito l’emergere del clientelismo, anziché arrestarlo.

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18 commenti

  1. Savino

    L’ Italiano medio è contro il cambiamento ed è per l’ideologia della pagnotta, ma nel mondo globalizzato non funzionano i mezzucci (di regime) democristiani o craxiani: o sei una nazione seria, con le riforme presenti nel resto del mondo che conta, oppure sei fuori e gli scambi commerciali li fai con le tribù che portano gli anelli al naso come te. Politicamente, la prima Repubblica del “do ut des” è la causa del nostro indebitamento e del nostro impoverimento economico, politico, culturale e sociale. Non si governa con la sola apparenza delle battute da cabaret di andreottiana memoria o con lo sfarzo lussuoso e lussurioso di craxiana e berlusconiana memoria. Le problematiche, le stesse di oggi, richiedono impegno, onesta, serietà, sobrietà, empirismo.

    • B.

      ……Le problematiche, le stesse di oggi, richiedono impegno, onesta, serietà………………….

      Proprio cio’ che manca alla politica.

    • Alessandro

      Sono d’accordo. Aggiungo il disastro economico, l’impoverimento culturale, l’incapacità a fare un governo sociale hanno riportato al pensiero politico autoritario, e dimenticare la lunga stagione dittatoriale.

  2. Enrico Motta

    Il significato politico della “più imponente ridistribuzione di ricchezza della soria italiana” nell’articolo viene completamente stravolto. Cosa bisognava fare allora? Tenerci i latifondi? Quali forze politiche collaborarono alla ridistribuzione delle terre? Se in futuro ci fosse un partito che riuscisse ad abolire l’inquinamento, e per questo la gente lo votasse in massa, cosa sarebbe meglio, tenerci l’inquinamento per paura che si crei un rapporto clientelare? (Io ti abolisce l’inquinamento, ma tu mi dai il voto).

    • Savino

      Significa che non è stata fatta una distribuzione di ricchezza, ma dello sciacallaggio a scopo di ripartizione del potere, significa che gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, dal punto di vista del rapporto con la democrazia, non sono stati diversi dagli anni ’20, ’30 e ’40. La DC e i suoi alleati hanno continuato così fino ad estinzione, si pensi a ciò che è accaduto dopo il terremoto in Irpinia e Basilicata nel 1980. La storia delle politiche pubbliche del secolo scorso va rivisitata e non è solo un problema giudiziario ma anche di incompetenza della classe dirigente ed arrogante sopraffazione.

      • Enrico Motta

        Quando si parte da affermazioni avulse dalla Storia di questo paese, come nell’articolo, qualcuno finisce per dire che “dal punto di vista del rapporto con la democrazia” gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso non sono stati diversi da quelli del Fascismo. Basta ignorare le lotte contro i latifondisti, l’occupazione delle terre, il movimento sindacale e politico che le sostenne.

  3. bob

    per completezza d’ informazione sarebbe da leggere qualche passaggio dello scrittore Antonio Pennacchi che nella bonifica Pontina c’è nato . Lui uomo di sinistra ma dal pensiero libero e anarchico.
    La riforma agraria successiva non può prescindere dalla più grande bonifica e ridistribuzione di tutti i tempi .
    La Storia non fa sconti e non ammette scorciatoie

  4. Emilio Roncoroni

    Articolo molto interessante. Una domanda che verosimilmente vi avranno già fato in molti.
    Come riuscite ad isolare l’effetto riforam agraria sull’incremento dei voti della DC?
    Tale incremento non potrebbe essere anche il frutto di altre motivazioni’

    • Buongiorno, grazie per la domanda! Usiamo una strategia empirica che ci permette di attribuire il vantaggio acquisito dalla democrazia cristiana alla riforma agraria. Per spiegarla in maniera semplice, guardiamo a come cambia la differenza nei voti alla DC fra comuni immediatamente fuori e immediatamente dentro il confine della riforma. Quindi le uniche motivazioni alternative che potrebbero spiegare quello che misuriamo sono cambiamenti che avvengono fra il 48 e il 53 sullo stesso confine della riforma agraria. Siccome nessun altra politica viene implementata sui quegli stessi confini, i comuni sui due lati del confine non hanno nessuna differenza se non essere stati inclusi o no nella riforma. Spero questa risposta sia utile.

  5. GGB Cattaneo

    La democrazia è fondata per definizione sul clientelismo politico che favorisce la maggioranza.

  6. franco

    Non mi convince questo articolo.Sono un testimone diretto della riforma dell’Ente Maremma nel territorio del comune di Cinigiano,Fu espropriata la proprietà della società svizzera di Castel Porrona per centinaia e centinaia di ha,destinati agli abitanti agricoltori del comune.Furono distribuiti in base al numero dei figli.Babbo Eugenio democristiano continuò ad esserlo fino alla sua morte,quasi centenario.Mio suocero Beppe comunista era e continuò ad esserlo fino a quando il PCI è esistito.Potrei continuare riferendo di altre persone da me conosciute.

  7. Enzo

    Sull’influenza del metodo clientelare nel voto alla DC non ci sono dubbi. Ma le tecniche ricattatorie erano tante. Io, che c’ero, ricordo quando veniva a casa nostra, in campagna in un paese della provincia di Pescara, il candidato sindaco per la DC e andava ad aprire il rubinetto dell’acqua per far vedere che se avevamo l’acqua corrente il merito era suo, e quindi continuate a votare la “Croce”! La stessa cosa per la corrente elettrica e per le strade asfaltate. Poi c’erano i concimi da ritirare a prezzi scontati al Consorzio Agrario di marca DC. Eccetera… La DC aveva il monopolio di tutto. ..

  8. Renato Giannetti

    Ho un suggerimento bibliografico di contenuto empirico che può essere utile, due domande e un suggerimento di ricerca. https://arpi.unipi.it/handle/11568/1626. e due domande.
    Vi siete chiesti perché la fascia costiera e la pianura estesa fino alle colline compresa tra Piombino e, grosso modo, Montalto di Castro, fosse esclusa degli interventi ? Eppure erano grandi latifondi che si estendevano anche alle zone collinari interessate dalla riforma. Uno scambio politico ex ante ?
    Perché non fare un controllo di merito con una analoga ricerca sul PCI, I coefficient potrebbero essere anche maggiori.

    • Per quanti interessati alla Riforma Agraria nel Fucino, rimando alla mia ricerca pubblicata sul mio blog in Site.it… Nella nostra zona furono tante le opere realizzate con L’Ente di Riforma che decisamente cambiò il nostro territorio sotto ogni punto di vista, economico, sociale e politico. Di sicuro fu uno straordinario strumento di consenso elettorale per la DC ma non solo, fino alla degenerazione che conosciamo tutti. Antonino Petrucci

    • Alberto Ricci

      Buonasera, il tema è interessante ma trovo le conclusioni poco credibili. È difficile parlare di esteso sistema clientelare della DC anche in comuni, province e regioni in cui la DC non ha mai governato. Naturale che la riforma agraria (che andava fatta, no?) abbia fruttato a Don Camillo qualche punto percentuale in più alle politiche, ma da quelle parti era Peppone a vincere le elezioni e semmai ad assumere per consolidare il consenso…

    • Grazie per i suggerimenti! Per quanto riguarda i latifondi fuori dalle aree di riforma ha perfettamente ragione! Troviamo infatti che le zone immediatamente dentro e immediatamente al di fuori delle zone di riforma sono simili in termini di presenza di latifondi prima della riforma. Discutiamo più in dettaglio la selezione delle zone di riforma nell’articolo completo. Inoltre troviamo effetti opposti sul PCI. Secondo le fonti storiche (e anche empiricamente nelle nostre analisi) la DC guadagna voti a discapito del PCI. Per saperne di più: https://miriamventurini.github.io/uploads/paper_land_reform_220207.pdf

  9. Paolo Agostini

    Riporto qui la mia esperienza diretta, qualunque possa esserne l’utilità, sull’argomento. Va premesso che l’idea originale dell’esproprio ai fini redistributivi fu dei comunisti. E che, comunque, è innegabile che chi ambiva a conquistare e detenere il potere non poteva rinunciare a questa enorme opportunità clientelare. Chiunque fosse stato al governo avrebbe attuato la riforma fondiaria, secondo un vero e proprio imperativo, una agenda politica, un po’ come avviene oggi. Questo fece sì che i latifondisti fossero ben informati già dal 1947 dell’avvento della riforma. Così procedettero prima del 1953 a vendite illegali, destinate ai mezzadri enfiteuti, degli appezzamenti su cui quei mezzadri vivevano e coltivavano; appezzamenti che i padroni sapevano, per certi, oggetto di futuri espropri: non erano le parti migliori di quei latifondi, bensì forse le peggiori, ed ecco forse il vero scopo della riforma tutta. Di quelle vendite illegali l’ente di riforma finse di non sapere niente, disconoscendo dunque la ratio delle normative che avrebbero attuato la riforma fondiaria; è certo, comunque, che pochi anni dopo, intorno al 1953, al momento cioè di attuare la riforma, i mezzadri che avevano acquistato, come poveri fessi, dai latifondisti, si trovarono espropriati come loro, al pari cioè dei grandi proprietari (almeno una di queste proprietà latifondiste sarebbe poi divenuta azienda di stato; tutte le altre, sarebbero sempre di più divenute ciò che erano state da sempre, ossia aziende legate per vie traverse allo stato). In delegazione, allora, si recarono a Roma, dal ministro dell’agricoltura, il quale rispose che loro erano a tutti gli effetti grandi proprietari, non piccoli proprietari terrieri. Così mio nonno, dopo aver pagato per l’acquisto illegale del podere che occupava dal 1940 in regime di affitto, si trovò ancora a pagare per il riscatto, previa assegnazione, di quello stesso podere; assegnazione che, tuttavia, non era così immediata. Ossia non seguiva, in particolare, alcun criterio di prelazione. Quindi il nonno si ritrovò su un podere molto ridotto rispetto alla estensione originaria, definita in base a secoli di conduzione agricola, e costretto a scegliere se andarsene o tentare di ricomperare in assegnazione gli altri due pezzi residui, dato che l’esproprio, attuato ai fini della riforma, lo aveva smembrato in tre. Inoltre, si ritrovò a pochi metri di distanza un altro assegnatario, che andò a vivere in una abitazione dell’ente, cioè fatta costruire dall’ente sulla unità fondiaria nuova, quella derivata dallo scorporamento del podere in tre. Questi nuclei produttivi, identificati e individuati da un ispettorato agrario che in teoria doveva essere altamente qualificato, erano in realtà insufficienti, incapaci di autonomia, infertili o improduttivi, e l’esito della loro riuscita andava a costituire la base conoscitiva su cui gli ispettori testavano in via sperimentale le loro speculazioni. Ecco perciò che, via via, nuovi assegnatari venivano sfrattati dall’assegnazione, ed altri più “meritevoli” venivano a farsi avanti, secondo delle trasparenti e democratiche liste di attesa, per nulla influenzate da fattori locali e ambientali. L’associazione di categoria di chi coltiva, poi, ha dettato le regole fino all’ultimo: senza il suo intervento, cioè, mio nonno, che morì nel 1989, prima dello scadere del trentennio che fissava il vincolo di indivisibilità a partire dall’ultima assegnazione, (avvenuta nel 1972), non avrebbe avuto alcun erede che portava avanti la sua azienda. Mio padre aveva un altro lavoro non agricolo, come anche mia zia, trasferita a Roma da anni. L’associazione fece presente a quest’ultima (per il fatto che lei pagava i contributi previdenziali ancora alla cassa rurale) che il podere, se fosse morto mio nonno prima del decorrere del trentennio dall’ultima assegnazione, sarebbe stato nuovamente confiscato e nuovamente assegnato senza necessariamente seguire un particolare criterio di prelazione ai fini successori, ma seguendo piuttosto criteri di prelazione ai fini del vincolo di destinazione, cioè dell’uso agricolo, sussistendo in più il vincolo di indivisibilità. Molti impiegati pubblici erano infatti, come avete detto voi, beneficiari del rapporto clientelare attraverso il quale il partito aveva potuto togliere dalla terra soggetti meno adatti alla terra e più adatti al sistema politico e buro-amministrativo, e quindi per collocarli dentro questi uffici o amministrazioni di enti pubblici. Il loro rapporto stretto col contesto sociale di origine, tuttavia, non è mai venuto meno. Mia zia, a un certo punto, invitata da questi personaggi molto ben informati, ha ritenuto di insediarsi, all’età di 50 anni, nel podere del padre ormai anziano, facendo iscrivere suo figlio alla associazione di categoria e facendo stipulare un contratto di affitto tra nonno e nipote, contratto che ha deciso, in modo retroverso, la successione ereditaria tra mio padre e mia zia. La causa civile che ne è conseguita ha sperimentato anche notevoli interferenze di personaggi della magistratura che hanno mostrato un evidente orientamento nell’accogliere, sempre e comunque, le ragioni dei sedicenti coltivatori (che in realtà sono le ragioni dell’apparato buro-amministrativo che funge da loro substrato, nonché quelle dell’ambito dei professionisti qualificati dedito al settore), oltre che le ragioni delle banche e delle compagnie di assicurazione, le vere titolari di questi fondi: le strutture economico finanziarie che, in un modo o nell’altro, avanzano denaro (o qualunque cosa sia) destinato al credito agricolo. Si parte dalle grandi aziende industriali ed economico finanziarie, per finire sempre e comunque a loro, che attraversano secoli di storia, di cambiamenti politici, di regimi che mutano nel nome e nell’apparenza, ma che restano i “detentori – fantasma” dei diritti sulla terra.
    Cordialmente,
    Agostini Paolo

  10. Paolo Agostini

    Da aggiungere, poi, che oltre alla convenienza politica a livello clientelare, è molto forte la componente ideologica nella formazione dell’idea del coltivatore così come la si potrebbe intendere ancora oggi nell’opinione comune. Tanto idealistica, da far apparire più che necessaria la difesa a livello corporativo dei cosiddetti coltivatori diretti o dei cosiddetti imprenditori agricoli, a fronte della trascuratezza e della noncuranza sperimentata da un lavoratore ordinario in qualunque altro ambito. Una attenzione dettagliata, pianificata, e una disponibilità di deroghe e regole speciali, neanche le imprese agricole fossero banche sistemiche, o prestatori di ultima istanza, o detentori di chissà quali valori etici o di salvaguardia del futuro del territorio. Bisogna ricordare che il sistema bancario e creditizio, finanziario e assicurativo, è ciò che presiede all’impresa agricola, e non il contrario. Chi, ad esempio, in tempi lontani ha pensato per primo che l’impresa agricola dovesse godere dello status di infallibilità, ha certamente ritenuto di difendere un sistema produttivo che secondo la concezione e la mentalità dell’epoca doveva essere il più basilare. Difenderlo dalle “fluttuazioni” cui è soggetta una nomale impresa commerciale, che diffonde beni e servizi “derivati”, doveva apparire del tutto lecito e ragionevole. Da sempre, inoltre, è il sistema giuridico nel suo complesso, e non già soltanto la burocrazia in carne ed ossa, a favorire la categoria di chi coltiva con provvedimenti o ordinamenti che dispongono, di fatto o di diritto, dei privilegi che risultano logicamente incomprensibili. Oggi, il fatto stesso che la definizione di impresa agricola sia divenuta più complessa, fa apparire forzosa e impraticabile l’infallibilità di quel tipo di impresa; insostenibile, improponibile, e addirittura più retrograda dello ius primogeniturae e delle leggi precristiane. Ci sono esempi eclatanti di come si sia voluto aggiustare via via le normative in base alla convenienza dei coltivatori; adoperando la legge ora “cum grano salis”, cioè interpretandola, e ora “sic et simpliciter”, cioè applicandola alla lettera, anche se era una normativa di cinquanta anni prima, e anche se era concepita per scopi contingenti, e non altrimenti estendibili; oppure stravolgendo il principio del “tempus regit actum” quanto quello dello “ius superveniens”, così che l’uno potesse adattarsi all’altro e insieme potessero conformarsi alle circostanze in un informe ma opportuno connubio. Si tratta di leggi scritte male e rifinite peggio, Uno di questi esempi può essere il concetto di “prima assegnazione”, proprio appunto nella riforma fondiaria. Nella ratio della legge originale, infatti, per “prima assegnazione” del nucleo di insediamento si intendeva l’assegnazione che intercorre prima del decadere del riservato dominio dell’Ente sulla proprietà del nucleo. Successivamente, invece, la cassazione ha ritenuto di dover “chiarire” che la “prima assegnazione”, nel caso di più assegnazioni successive, era in realtà l’ultima. Facendo diventare la prima assegnazione l’ultima, si poteva così propagare una nuova trentennale indivisibilità su tutto il resto del fondo già riscattato. Così da poter procrastinare il vincolo di destinazione per qualche altro decennio a partire dalla decorrenza trentennale delle prime assegnazioni degli anni cinquanta. E così da poter procrastinare pure le funzioni poltronicole dei burocrati che avrebbero volentieri immaginato un reiteramento infinito della indivisibilità, della esclusiva trasmissibilità attraverso nuclei familiari coltivatori, di coeredi esclusi e da liquidare ( con quali denari non si sa, visto che questi fondi non rendono ) secondo un rituale da ripetersi, idealmente, in eterno. Il risvolto più bieco e meno noto è che, con le loro pensate, questi pensatori non hanno fatto un favore ai lavoratori della terra. Dover liquidare a ogni successione uno o più “coeredi esclusi dall’assegnazione” implica dover trovare a ogni passo la disponibilità di somme di denaro che, comunque vada, sono ingenti. Così come essere perpetuamente sottoposti a polizze fideiussorie o fidi o prestiti ipotecari non può che produrre una situazione progressivamente sempre più debitoria. Le condizioni dettate dal mercato, il quale non segue soltanto le leggi del mercato stesso, e le differenze stagionali fanno il resto. Il risultato è che l’agricoltura che non può competere con le produzioni delle grandi pianure continentali è nella migliore delle ipotesi un’illusione, mentre nella peggiore trattasi di un carrozzone evidentemente a spese di altri comparti produttivi.
    Cordialmente,
    Agostini Paolo

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