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Disastri naturali: il vizio di piangere sul latte versato

Gli interventi di adattamento ai cambiamenti climatici e alla prevenzione dei rischi naturali si possono finanziare con i fondi Fesr. Nel complesso i programmi regionali per il 2021-2027 prevedono un aumento degli investimenti, ma con i limiti di sempre.

Come si finanzia la prevenzione

Dopo la frana che ha causato 12 morti a Ischia, le piogge torrenziali e le inondazioni nelle Marche (11 morti e 50 feriti) e le alluvioni ed esondazioni in Sicilia, ultimamente si è parlato molto di disastri naturali. Nonostante gli eventi meteorologici estremi si verifichino ormai con regolarità e abbiano conseguenze tragiche, l’opinione pubblica sembra ormai rassegnata, limitandosi a esprimere la propria vicinanza alle vittime anziché compiere scelte individuali e collettive virtuose, per esempio, rinunciando ad abusare del territorio. Stupisce ancora di più che la politica non intervenga quasi mai per prevenire i disastri, ma agisca solo dopo che una comunità viene colpita duramente, con iniziative estemporanee di compensazione dei danni.

Tra gli strumenti che finanziano la prevenzione dei rischi naturali, sia quelli causati dai cambiamenti climatici che quelli non legati direttamente al clima, vi è il Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr). Le strategie relative all’utilizzo del Fesr sono un’utile cartina di tornasole che consente di comprendere meglio quale peso hanno l’adattamento al clima e la prevenzione dei disastri nelle scelte pubbliche di investimento e in quale misura il paese continui a perseverare nell’errore di considerare secondari questi problemi. Poiché siamo all’inizio della programmazione dei fondi strutturali 2021-2027 ed è già noto come molti programmi operativi gestiti dalle regioni italiane utilizzeranno le risorse da qui a fine decennio, è possibile ricostruire un quadro della situazione.

Dai dati sui fondi Ue emergono luci e ombre. In base alle informazioni disponibili relative ai programmi finora approvati, complessivamente l’Italia intende dedicare all’adattamento ai cambiamenti climatici e alla prevenzione dei rischi naturali non derivanti dal clima il 6,6 per cento del totale delle risorse Fesr del periodo 2021-2027 (ossia circa 2,2 miliardi su 33,4 totali), contro una quota del 3,7 per cento nel periodo 2014-2020 (1,4 miliardi su 37,1 totali).

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Sulla carta, si tratta di un passo in avanti, seppur modesto. anche se bisognerà poi verificare quante di queste risorse saranno effettivamente assorbite. Tuttavia, nonostante la quota dedicata ai rischi sia più alta del passato e della media europea, la percentuale resta comunque bassa perché l’Italia per caratteristiche geografiche e climatiche è uno dei paesi più vulnerabili al rischio idrogeologico, agli eventi estremi o agli incendi. Altri stati mediterranei altrettanto vulnerabili, come la Spagna e la Grecia, hanno messo in conto di spendere di più: 9,5 per cento del totale la penisola ellenica e 8,1 per cento quella iberica (figura 1).

I programmi dei territori

Se guardiamo i singoli programmi regionali per cui i dati sono disponibili (figura 2), possiamo estrarre altre informazioni interessanti. Vi sono regioni che si caratterizzano per una certa stabilità in termini di risorse dedicate ai rischi naturali e che nel 2021-2027 spenderanno una quota dei fondi simile a quella del passato (è il caso, per esempio, della provincia di Bolzano). Poi vi sono regioni che nel 2021-2027 aumentano significativamente le risorse per la prevenzione dei rischi naturali, presumibilmente dopo averne pagato un prezzo elevato. Sono, ad esempio, il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e il Trentino, che hanno subito le maggiori conseguenze della tempesta Vaia e altri disastri. Altre regioni che hanno deciso di dedicare più fondi all’adattamento al clima e alla prevenzione dei rischi sono l’Emilia-Romagna, la Valle d’Aosta, il Molise, la Sardegna. Vi sono poi regioni, come il Lazio e l’Umbria, che invece riducono i fondi, forse perché, almeno di recente, non hanno sofferto come altri territori. Oppure, semplicemente, perché ritengono di poter contare su fonti alternative, come il Piano nazionale di ripresa e resilienza, per far fronte alle emergenze (anche se pare che proprio su questi temi il Pnrr sia in ritardo), o proclamando lo status di calamità, come succede sempre più spesso in estate per la siccità.

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I territori più colpiti dai disastri naturali delle ultime settimane mostrano approcci variegati rispetto al tema della prevenzione. Come si vede nella figura 2, la Campania aveva già deciso di aumentare la dotazione in modo significativo rispetto al passato; le Marche la aumentano solo marginalmente, mentre sulla Sicilia dobbiamo attendere l’approvazione del programma per conoscere le dotazioni. In generale, il quadro è ancora parziale in quanto mancano all’appello alcuni programmi. Tuttavia, le informazioni consentono già di trarre alcune conclusioni.

In sintesi, pur con qualche eccezione e nonostante un piccolo aumento delle risorse totali dedicate, l’Italia fa ancora troppo poco per prevenire i rischi naturali, se non piangere i morti e compensare chi ne ha subito le conseguenze. Se qualche intervento viene messo in campo, ciò avviene prevalentemente all’indomani di un disastro e quasi mai preventivamente. Il vizio persistente di curarsi solo dei problemi contingenti riflette una generale preferenza per il presente, invece di un orientamento al futuro, che si ritrova in molte scelte politiche – come dimostra, ad esempio, la maggiore attenzione riservata alle pensioni rispetto a istruzione e ambiente. Sembra emergere non solo indifferenza nei confronti degli interessi delle nuove generazioni e scarsa attenzione all’eredità che si lascia loro in termini di qualità e tutele dell’ambiente e del territorio, ma anche il sospetto che se un territorio non subisce per qualche tempo le conseguenze negative di disastri naturali, si dimentica presto di quanto è importante investire per prevenirli.

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  1. B&B

    ……………….si dimentica presto di quanto è importante investire per prevenirli………………..

    Non lo si dimentica.
    La politica, affollata da avvocati e scienze politiche, con altissima difficoltà a circoscrivere soluzioni efficaci, ha dimostrato di non avere competenza alcuna in materia.
    Pertanto alla politica non interessa risolvere, non lo sa fare, ma tergiversare e trasferire nel dimenticatoio il problema. Emblematico l’esempio del ministro dell salute che non ha mai risposto in cinque anni alle domande di chi ha dubitato e dubita della bontà e onesta del suo operato.
    La politica, almeno chi ha governato fino d oggi, ha gettato i nostri soldi in postifici per ottenere voto di scambio. Consorzi di Bonifica a iosa, efficienti nel riscuotere la tassa dai cittadini mentre i fiumi continuano a tracimare.

    • Sergio Terracina

      Come sempre un articolo ben documentato. Potrebbe essere utile un osservatorio periodico che pubblicizzi questo tipo di investimenti, i casi virtuosi che possano rappresentare una sorta di benchmarking per tutti?

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